Guerra e Sanremo, c'è stata davvero censura?

Lunedì, nelle stesse ore in cui veniva bombardata l’area più densamente popolata del mondo, in Italia si ritornava a un tremendo stato di censura della televisione pubblica. Ma come sono legate tra loro le due vicende?
 

A Gaza

I 64 chilometri quadrati che costituiscono Rafah sono il luogo dove più di un milione di civili palestinesi hanno trovato rifugio. Qui, nella punta estrema della Striscia di Gaza al confine con l’Egitto, moltitudini di persone che non hanno possibilità di fuga dormono coperte da teli di plastica, in dieci in una stanza. Man mano che Israele ha continuato a bombardare e a distruggere la loro terra, i palestinesi di Gaza sono stati costretti a scappare, spingendosi a sud nella speranza di valicare il confine. Tel Aviv continua a giustificare gli attacchi aerei e via terra con la presunta presenza di quattro brigate di Hamas. Per Benjamin Netanyahu questa sarebbe l’ultima roccaforte di Hamas ed entrare a Rafah sarebbe necessario per vincere la guerra. Nel frattempo Amnesty International calcola (al giorno 13 febbraio) che da domenica ci siano stati almeno 95 morti, di cui 42 bambini. Il Wall Street Journal dichiara ora che dopo aver minacciato di sciogliere l’accordo di pace di Camp David, l’Egitto ha ricevuto da Israele un piano di evacuazione dei civili palestinesi. Ma una volta che Rafah sarà evacuata dove andranno 1,4 milioni di persone che attualmente risiedono lì?
 

Intanto in Italia...

Mentre in Palestina questo fine settimana continuavano a morire sotto le bombe persone innocenti, in Italia si teneva la tanto attesa finale di Sanremo con tutte le polemiche del caso, ma questa volta con delle conseguenze molto più gravi del previsto. Sul palco dell’Ariston con le semplici parole “stop al genocidio” (poi riprese da cartelli mostrati in diretta dalla Costa Crociere, dove era presente anche la bandiera palestinese) Ghali ha semplicemente preso posizione contro le morti di innocenti, ma non ha specificato quali. Nella giornata di domenica, l’ambasciatore israeliano in Italia ha risposto all’accaduto su X con le seguenti parole: «Ritengo vergognoso che il palco del Festival di Sanremo sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni in modo superficiale e irresponsabile. Nella strage del 7 ottobre, tra le 1.200 vittime, c’erano oltre 360 giovani trucidati e violentati nel corso del Nova Music Festival. Altri 40 di loro, sono stati rapiti e si trovano ancora nelle mani dei terroristi insieme ad altre decine di ostaggi israeliani. Il Festival di Sanremo avrebbe potuto esprimere loro solidarietà. È un peccato che questo non sia accaduto». Anche la canzone di Ghali parla di guerra, ma lo stesso cantante ha dichiarato di averla scritta molto prima del 7 ottobre. Dopo le parole dell’ambasciatore israeliano, Ghali, ospitato come da tradizione a Domenica In da Mara Venier, ha risposto: «L’ambasciatore israeliano dice che non avrei dovuto usare il palco di Sanremo per dire “stop al genocidio”? Parlo di questi temi da quando sono bambino, non dal 7 ottobre. La gente ha sempre più paura di dire “stop alla guerra” o “stop al genocidio”, perché sente di perdere qualcosa se dice “viva la pace”: è assurdo». Le parole del rapper sul palco dell’Ariston erano però state molto generali e non ha mai parlato esplicitamente di Palestina, tanto più di Israele.
 
Mentre le telecamere erano ancora in azione sul palco dell’Ariston per la puntata di Domenica In, l’amministratore delegato della RAI, Roberto Sergio, ha fatto recapitare a Mara Venier un comunicato da leggere in diretta, poco dopo l’uscita di scena di Ghali: «Ogni giorno i nostri telegiornali e i nostro programmi raccontano - e continueranno a farlo - la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas, oltre a ricordare la strage dei bambini, donne e uomini del 7 ottobre. La mia solidarietà al popolo di Israele e alla comunità ebraica è sentita e convinta».
 
È preoccupante che una presa di posizione per la pace, così come quella di Dargen D’Amico (oltretutto brutalmente interrotta da Mara Venier), sia volutamente censurata dalla televisione di Stato. Ma è altrettanto grave ciò che è accaduto nella giornata di martedì a Napoli davanti alla sede della RAI di viale Marconi, dove si è svolto un presidio contro la reazione della televisione pubblica agli interventi pacifisti, prima citati. Il presidio organizzato da Potere al Popolo e dalla Rete per la Palestina Libera, a cui ha partecipato anche l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, è stato colpito dalle cariche e dalle manganellate dei poliziotti, che hanno ferito delle persone alla testa.
 
È grave che questo sia il livello della repressione della libertà d’espressione nel nostro paese, da sempre elogiata e difesa, ma a quanto pare ormai così poco praticabile.
 
È bene sottolineare come questa sia la posizione dell'autrice e non dell'intera redazione riguardo l'interezza dei fatti riportati.
 
 
A cura di 
Flavia Dominelli

Cosa sta succedendo a Gucci?

Nella giornata di lunedì i dipendenti romani della storica casa di moda fiorentina hanno messo in atto uno sciopero di quattro ore per protestare contro il trasferimento di una grande fetta dei dipendenti dell’ufficio stile da Roma a Milano. “Da Gucci è di moda il licenziamento”, “Gucci sfila posti di lavoro”, “Gucci taglia, Milano cuce” sono solo alcuni dei cartelli del sit-in sotto all’alla sede in Largo Tassoni.
 

La decisione

La scelta dell’azienda italiana, proprietà del gruppo francese Kering, era stata annunciata ai sindacati ad ottobre. Si tratta nello specifico del trasferimento di 153 dei 219 dipendenti della sede romana entro il mese di marzo 2024. I sindacati sono sul piede di guerra. Nello specifico la CGIL accusa Gucci di aver usato il cambiamento di sede come scusa per tagliare il personale nella Capitale. La rilocazione a Milano servirebbe a unire i diversi team, quello creativo e quello strategico, già in Lombardia, al fine di massimizzarne la sinergia e le interazioni reciproche. Il nucleo creativo di Gucci, dove lavorano designer e sartoria, era stato spostato da Firenze a Roma nel 2009. All’epoca la romana Frida Giannini era la direttrice creativa del brand. Bisogna però ricordare che la sede amministrativa e il polo produttivo rimangono ancora oggi a Firenze, dove nel 1921 è stata fondata l’azienda da Guccio Gucci.
 
Gli scioperanti e i rappresentanti dei sindacati accusano dunque Kering e Gucci di aver messo in scena un licenziamento collettivo mascherato. Il problema per i lavoratori romani sta nel fatto che, per mezzo di accordi individuali e non sindacali, non siano state offerte condizioni che permettano loro un trasferimento rapido ed effettivo al Nord entro marzo. Di conseguenza, molti perderanno il posto di lavoro. E dal momento che è stato confermato che le sedi di palazzo Mancini e palazzo Alberini verranno chiuse è, inoltre, assolutamente incerta la sorte dei 66 dipendenti non compresi nel piano di trasferimento.
 
La soluzione per chi è in sciopero sarebbe quella di una reale ricollocazione di chi è impossibilitato al trasferimento, che potrebbe essere inserito nell’organico di altri marchi operanti a Roma sotto all’ala della Kering.
 

Qual è il futuro dello sciopero?

La sfilata di gennaio rappresenta un momento abbastanza importante per Gucci perchè il nuovo direttore creativo Sabato De Sarno, che ha sostiuito Alessandro Michele a gennaio 2023, presenta la sua prima collezione autunno-inverno per il brand. Poichè l’intenzione dichiarata è quella di proseguire gli scioperi nel corso dei mesi di dicembre e gennaio, il tutto potrebbe avere un impatto determinante sull’immagine del brand e sulla collezione in uscita durante la prossima Fashion Week. Intanto, l’azienda ha cominciato ad effettuare tagli di personale anche nel suo settore produttivo in Toscana e non diventa quindi difficile immaginare che le proteste possano espandersi al di fuori di Roma.
 
 
A cura di
Flavia Dominelli
 

 

Cameron is back: il ritorno dopo 7 anni

David Cameron si è dimesso dal suo ruolo di deputato ben sette anni fa. Eppure, la mattina del 13 novembre è tornato a Downing Street come Ministro degli Esteri.
 

Il reshuffle del governo conservatore

Poche ore prima dell’arrivo di Cameron, il Primo Ministro Rishi Sunak aveva annunciato un rimpasto del governo, licenziando dalla sua posizione la Ministra dell’Interno, Suella Braverman, e sostituendo quest'ultima con colui che fino a quel momento era stato il Ministro degli Esteri, James Cleverly, lasciando così un posto vacante. Il licenziamento di Suella Braverman era avvenuto a seguito delle sue dichiarazioni in un articolo del Times in merito alle proteste pro-palestina che stanno animando Londra: secondo lei tali proteste sarebbero state gestite con estremo pregiudizio da parte del Metropolitan Police, che avrebbe trattato con maggiore severità e violenza i contro-manifestanti di destra.
 

Dov’è stato David Cameron in questi anni?

L’ultima volta che Cameron era stato protagonista della politica britannica era il 2016. All’epoca ricopriva il ruolo di Primo Ministro e aveva appena indetto il referendum per la Brexit, voto che ha cambiato in maniera irrevocabile le sorti del Paese. La sua scelta era stata duramente criticata, anche perchè, va ricordato, lui stesso dopo aver deciso di portare il paese alle urne, si era schierato a favore del remain. Subito dopo l’esito del voto si era dimesso, per poi sparire dalla scena politica. Durante questi sette anni, pur rimanendo iscritto al Partito Conservatore, Cameron non ha più ricoperto ruoli attivi al suo interno e, soprattutto, non ha mai più fatto parte del Parlamento. Per questo, dopo averlo visto arrivare disinvolto alle porte di Downing Street la settimana scorsa, l’opinione pubblica britannica è rimasta stupita. Infatti, l’appartenenza al Parlamento è solitamente un elemento chiave per far poi parte del Governo, motivo per il quale simultaneamente all’assegnazione della sua carica, Cameron è stato nominato Lord
 
Mentre era lontano dalle luci della politica, Cameron ha dedicato le sue forze all’attività in precedenza da lui tanto criticata di lobbista, sostenendo aziende e società private come la Greensill Capital (di cui era consigliere speciale). Il suo ambiguo svolgimento dell’attività di lobbista lo ha poi portato ad essere al centro dello scandalo legato al fallimento della società. Nell’affare era stato coinvolto anche l’attuale Primo Ministro - all’epoca cancelliere dello Scacchiere - che Cameron aveva pressato al fine di ottenere l’attribuzione massima di prestiti garantiti dal governo per la società.
 

La situazione dell’attuale Governo

Quanto può essere disperato un Primo Ministro per richiamare al Governo un soggetto che ha reso instabile sul piano internazionale il Paese? Un ex Primo Ministro attualmente non eletto al Parlamento, che è anche stato al centro di gravi scandali? Questo è quello che si chiede - tra i tanti - la portavoce per gli Affari Esteri del partito Liberal Democratico Layla Moran, e la sua domanda appare più che lecita. L’attuale governo conservatore sta raggiungendo picchi di impopolarità impressionanti, ma nonostante ciò rimane al potere grazie alla legge elettorale voluta dallo stesso Cameron nel 2011, la Fixed-term Parliaments Act. Questa legge ha permesso che negli ultimi sette anni si siano susseguiti ben quattro primi ministri, di cui solo uno a seguito di elezioni (infatti, Theresa May ha vinto le elezioni del 2017, ma ricoprendo già il ruolo di Primo Ministro). Tutto ciò è stato possibile perchè, per il sistema britannico, il capo del partito che ha vinto le elezioni è automaticamente anche a capo del Governo. La lotta intestina al Partito Conservatore di questi anni ha portato a un abbassamento della qualità dei politici al suo interno.
 
Molti hanno abbandonato il Parlamento e altri anche le file del partito, chi di sua sponte, chi cacciato da Boris Johnson, costringendo Rishi Sunak a raschiare il fondo del barile.
 
 
A cura di
Flavia Dominelli

L'immigrazione come risorsa? Ecco perché

In Italia è praticamente impossibile incentrare una discussione mediatica seria ed efficace sull'immigrazione senza sfociare in facili slogan e biechi populismi, provenienti dalla praticamente quasi totalità della politica italiana, che sia notoriamente di destra o di sinistra. Sono ormai anni che il dibattito sul tema è congelato sulla vuota diatriba "Porti aperti" o "Porti chiusi", che continua a non dimostrarsi l'approccio ottimale alla risoluzione del tema. Quest'ultimo necessita invece dell'utilizzo di dati e di politiche lungimiranti, necessariamente avulse da retoriche e discussioni vuote di contenuto. 
 

I numeri

Se presi in considerazione gli ultimi 10 anni, secondo l'ISTAT il 2023 detiene la quarta posizione per numeri di sbarchi (subito dopo 2016, 2014 e 2015). Si è di gran lunga superata quota 100.000 e si registra un incremento rispetto allo scorso anno di circa il 30% in più. Questi numeri dimostrano, quindi, come la retorica protratta dall'attuale maggioranza in campagna elettorale sulla chiusura dei porti sia essenzialmente inapplicabile, e vada contro qualsiasi regola e principio costituzionale. È il momento di rendersi conto che l'immigrazione, se ben gestita, può apportare importanti benefici al nostro Paese - come verificabile successivamente - ed è indispensabile metter da parte propaganda e retoriche che da anni coinvolgono la nostra politica e che non portano ad alcun tipo di risultato.
 

La questione demografica

Sempre secondo l'ISTAT, il 75% degli stranieri in Italia nel 2021 aveva meno di 50 anni, un'enormità rispetto alla percentuale degli italiani, ferma solo al 51,9%.
Un altro dato interessante è quello legato al tasso di fecondità delle donne immigrate, leggermente più elevato rispetto a quello delle donne italiane: rispettivamente 1,87 e 1,19. Il calo demografico, come noto, rappresenta da anni uno dei principali problemi del nostro Paese, con il coinvolgimento di quest'ultimo in un lento ma spaventoso invecchiamento. Per far fronte a ciò, la gestione fruttuosa della migrazione verso la nostra penisola può rivelarsi una delle soluzioni.
 

Contrasto del debito pubblico

Secondo il Documento di Economia e Finanza del 2023, un aumento dell'immigrazione del 33% ridurrebbe il nostro pesante debito pubblico di circa il 30% con prospettive fino al 2070 rispetto a quanto previsto in assenza di questo incremento, ovvero in condizioni di immigrazione costante. Dati molto incoraggianti, se posti a contrasto dell'elefante nella stanza italiano, il noto debito pubblico, problematica pesantissima ma di cui si parla sempre fin troppo poco. La sua risoluzione dovrebbe invece essere uno degli obiettivi primari della nostra politica.
 

Presente e futuro

Chiaro come i vantaggi dal fenomeno migratorio e il rispetto delle prospettive sopra citate giungerebbero solo nel caso in cui, oltre all'accoglienza, si attuassero efficaci politiche di integrazione dei migranti. Concretamente si parla, per esempio, di corsi di lingua e formazione, oltre che possibilità lavorative, veri e propri investimenti che permetterebbero benefici nel presente, ma soprattutto nel futuro. Ma per fare ciò è indispensabile che si inizi a parlare di immigrazione in modo pragmatico (e, al contempo, umano), superando lo stallo in cui la discussione mediatica verte ormai da decenni, ostaggio di retorica e propaganda. Come non è possibile accogliere chiunque, puramente per questioni logistiche e di possibilità, allo stesso modo è inumano e concretamente impossibile anche solo la proposta di chiusura totale dei porti, opportunità più volte sbraitata dall’attuale maggioranza, che paradossalmente invece in questi mesi si ritrova ad accogliere di più di quanto fatto dalla sua opposizione negli scorsi mandati di governo. Ciò a dimostrazione della complessità di un fenomeno connesso a dinamiche geopolitiche non imputabili - il più delle volte - a cattive gestioni a livello nazionale. L'unico elemento di imputabilità risiede nell'approccio e nelle soluzioni offerte. 
 
 
A cura di
Jacopo Dimagli
 
 

Il Senato ha approvato la Commissione per il caso Orlandi-Gregori

Giovedì 9 novembre, dopo diversi rinvii e passati otto mesi dal voto favorevole della Camera, il Senato ha finalmente approvato quasi all’unanimità l’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare sui casi di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, e Mirella Gregori, entrambe scomparse all’età di quindici anni, a un mese di distanza, nell’ormai lontano 1983. La Commissione, la cui istituzione è prevista dall’articolo 82 della Costituzione, si affiancherà alle indagini giudiziarie, sarà bicamerale e composta da venti parlamentari per camera, in carica fino al termine dell’attuale legislatura. In precedenza questo sistema si è occupato di mafia, ricostruzioni dopo grandi tragedie e sismi, terrorismo e vicende come il caso Moro e quello della loggia massonica P2. Più recentemente solo la Camera ha indagato le morti di Giulio Regeni e David Rossi
 
L’approvazione al Senato è stata condita da non poche critiche da parte di alcuni senatori contrari alla decisione, tra i quali Maurizio Gasparri e Pier Ferdinando Casini. “Voi pensate realisticamente che il Parlamento possa portare delle novità sconvolgenti rispetto ad indagini giudiziarie?”, così parla Casini prima di ammettere di volersi astenere da un voto che porterebbe secondo lui solo a una permeabilizzazione del Parlamento alle strumentalizzazioni politiche. Effettivamente ci sono state ben 37 Commissioni parlamentari negli ultimi 75 anni di storia, con una tendenza sempre più alta alla loro formazione in tempi recenti, ma non va assolutamente ignorato quanto il contributo di un organo simile per casi di portate tanto colossali possa essere prezioso per raggiungere una verità finale.
 
Del caso Mirella Gregori ad oggi si sa ben poco, ma attorno alla scomparsa di Emanuela Orlandi nel corso degli anni si sono costruite le più svariate teorie e si sono portati a galla elementi importantissimi per un eventuale risoluzione del caso, anche grazie a figure come quella del giornalista investigativo Andrea Purgatori, da sempre impegnato nel caso Orlandi e venuto a mancare recentemente. Tra le varie piste si è parlato di legami con i servizi segreti italiani, associazioni terroristiche e mafie locali, oltre a un legame tra Vaticano e Stato italiano. Proprio per questo motivo, oltre che per un semplice senso di empatia e di giustizia nei confronti di un’adolescente che uscita di casa non vi ha mai più fatto ritorno, è giusto che come contraltare alle indagini portate avanti dallo Stato Pontificio ci siano indagini volute dalle istituzioni italiane. 
 
Il 14 novembre Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, ospite durante la trasmissione Di Martedì di Giovanni Floris ha parlato proprio del legame Stato-Chiesa e di come la sua presenza fosse chiara alla famiglia già due mesi dopo la scomparsa della ragazza. Per Orlandi però l’approvazione della Commissione d’inchiesta è uno dei primi passi di riavvicinamento delle istituzioni al caso, che forse dopo quarant’anni anni potrà finalmente così subire delle virate nella sua risoluzione.

 

A cura di

Flavia Dominelli