Giovani, voto e rappresentanza

Giovani, voto e rappresentanza

L’Italia è ormai il Paese della democrazia senza partecipazione. Il tasso di astensione raggiunge nuovi record ad ogni tornata elettorale e quell'89,08% di affluenza che si registrò il 2 giugno 1946 in occasione delle prime elezioni a suffragio universale, oggi è ridotto al misero 63% delle ultime politiche nel 2022.

Il numero dei cittadini che scelgono di non recarsi alle urne è spaventoso, ma lo è ancora di più il fatto che questo dato aumenti esponenzialmente col diminuire dell’età. I giovani, infatti, rappresentano oggi la categoria più lontana dalla politica, una lontananza che si traduce spesso in un disinteresse quasi reciproco, che è origine e al tempo stesso conseguenza di questo fenomeno.

Il disallineamento dei partiti politici tradizionali rispetto alla questione generazionale è lampante. Mentre i programmi elettorali si concentrano su pensioni, spesa pubblica e nostalgie ideologiche, i più giovani hanno lo sguardo rivolto ad un futuro dai contorni assai sfocati: incentivi alla formazione, lotta alla precarietà, riduzione della forbice sociale, contrasto ai cambiamenti climatici e diritti civili, questa è l’agenda politica delle giovani generazioni. La scarsa rilevanza di tali questioni per i politici italiani, ben più preoccupati a sondare le preoccupazioni delle fasce più anziane (e maggioritarie, dopotutto) della popolazione, genera un deficit di rappresentanza che è alla base di una percezione del voto come inutile o irrilevante.

Le elezioni rimangono pertanto appannaggio di quella fetta di ragazzi e ragazze che, un po’ per condizionamento e un po’ per esposizione informativa, trovano il modo di farsi un’idea e andare a votare, spesso scegliendo formazioni estremamente minoritarie.

C’è poi il nodo del voto fuorisede, visto che in Italia ci sono quasi 600mila studenti che ancora aspettano una legge che permetta loro di votare senza sobbarcarsi l’onere dello spostamento per tornare al proprio luogo di residenza. A soli quattro mesi dalle elezioni europee dell’8 e 9 giugno, il nodo non è ancora stato sciolto, anche se un recente emendamento di Fratelli d’Italia si è incaricato di mettere, in parte, una pezza alla questione, disciplinando una situazione che rischia, altrimenti, di privare migliaia di giovani di un diritto fondamentale.

L’emendamento prevede proprio che lo studente possa votare nel comune dove è domiciliato, ma solo nel caso in cui sia nella stessa circoscrizione elettorale del comune di residenza. In caso contrario, dovrà presentarsi al seggio nel comune capoluogo di regione. Questa possibile soluzione riguarda, però, solo le elezioni europee, mentre per le elezioni comunali e regionali resta comunque l’obbligo di tornare a casa, anche se in molti casi i vari appuntamenti elettorali saranno sovrapposti. 

In un recente discorso il Presidente Mattarella ha sottolineato, davanti a tutta la classe dirigente, l'importanza del voto tra i giovani in un momento storico in cui le nuove generazioni, nonostante l’educazione civica nelle scuole (che richiederebbe comunque un potenziamento), non lo percepirebbero come un “dovere civico”. Ma come possono i giovani sentire il dovere della partecipazione se avvertono la loro presenza come del tutto superflua?

Tuttavia, non tutti i giovani scelgono l’aventino della rappresentanza: gli under 35 infatti cercano spesso alternative alla politica tradizionale, nuovi strumenti di lotta, dal volontariato al Terzo Settore, passando dai tanti progetti di divulgazione e informazione che nascono anche dai social e dai molti giovani che si attivano su singole istanze che reputano urgenti per il proprio futuro.

Questi giovani senza voce si identificano in una nuova forma di democrazia partecipativa e diretta, in grado di dare corpo dal basso alle loro istanze. Non è un caso che molti giovani si siano attivati per la prima volta (e avrebbero voluto usare per la prima volta la tessera elettorale) in occasione dei referendum mancati su cannabis ed eutanasia. 

Se vogliamo riportare i giovani al cuore della politica dobbiamo ripartire da questo, implementando nuovi strumenti di democrazia partecipativa, anche a livello locale, e potenziando quelli già esistenti. Forse sarà comunque troppo tardi e questa soluzione non basterà a fermare l’emorragia di partecipazione dei giovani alla politica e la fuga generazionale che porta molti ragazzi ad immaginare il proprio futuro lontano dall’Italia, ma certamente allora potremo dire quantomeno di averci provato davvero.



A cura di

Matteo Hallissey