L'Andalusia in due fazioni: benvenuti al Derby di Siviglia

«Che noia la Liga, ci sono solo Real, Barcellona e Atletico».
Questa è probabilmente la frase più gettonata tra gli appassionati di football per descrivere il campionato spagnolo. Un vero e proprio motto, un vero e proprio luogo comune. Come spesso accade, falso

Se da una parte certamente le due superpotenze, i blancos e i blaugrana, unite al terzo incomodo Atletico, dominano la scena nazionale da sempre, dall'altra non si può fare di tutta un'erba un fascio. In ogni città spagnola possiamo trovare simpatizzanti delle tre squadre in questione. In tutte. Quasi tutte anzi.

Perché nel sud della nazione iberica, nella regione dell’Andalusia, c’è una città che non ammette altre bandiere oltre a quella biancorossa e a quella biancoverde.

È Siviglia. E qui o sostieni il Siviglia o il Real Betis. O semplicemente, non sei davvero un membro della città.

 

Il Siviglia

Il Sevilla Fútbol Club nasce nel 1890 (ma registrato solo nel 1905) per volontà di alcuni giovanissimi ragazzi di origine inglese, figli di immigrati provenienti proprio da Albione. Il calcio è appena nato Oltremanica, tanto da essere la moda del momento, con tanti club fondati in Europa nel giro di pochi anni.

In Spagna non solo non è così, ma c’è anche diffidenza verso uno sport esotico e considerato “da femminucce” e “da aristocratici” vista l'assenza di pericoli mortali (stiamo pur sempre parlando della nazione patria della corrida). I giovani fondatori però non si scoraggiano: nonostante l’indifferenza iniziale della popolazione, il Siviglia ottiene gradualmente successo e approvazione, fino a diventare la squadra più tifata e vincente della regione. Le tante Europa League sollevate al cielo negli ultimi anni hanno poi ancor di più aiutato la fama dei biancorossi.

 

Il Real Betis

Per parlare del Betis dobbiamo partire inevitabilmente dai loro acerrimi rivali. Nei primi anni del 900 i vertici del Siviglia sono in subbuglio: un giovanissimo ragazzo, molto abile a giocare a pallone tra le strade della città, viene scartato senza nessun motivo dalla dirigenza biancorossa. Anzi no, forse un motivo c’è: il giovane atleta è figlio di operai

Già da alcuni anni la popolazione aveva ampiamente capito la linea di condotta della società. Il Siviglia non è per tutti. L'altezzosità britannica dei suoi fondatori aveva inevitabilmente fatto capolino negli alti vertici societari.

Il Siviglia non è una squadra di calcio, ma di football inglese. E soprattutto, la camiseta rojoblanca non può essere indossata dai plebei. Metà della dirigenza non ci sta: i consiglieri ribelli lasciano il club e decidono di fondare un nuova squadra. Senza nomi britannici nella denominazione: e quindi non football ma Balompiè. Senza riferimenti all’odiato nome di Siviglia: e quindi non Sevilla, ma Betis, il nome latino del Guadalquivir, il fiume che divide la città. Ma soprattutto, senza distinzioni di classi sociali.

Nel 1907 nasce il Real Betis Balompiè.

 

L'odio

Di origine inglese, aristocratici, dalla spiccata tradizione europea. Supportata da una curva fieramente antifascista, antirazzista e indipendentista. Questo è il Siviglia. Ora, per capire il clima tra i due storici club, andiamo ad elencare le caratteristiche della controparte. 

Ripudio della discendenza britannica del calcio a Siviglia, tanto da coniare il termine Balompiè pur di non dire football. Apertura ad ogni ceto sociale. Rispetto per la Corona. Considerato come uno dei club più “a destra” della nazione. Esto es Real Betis. 

Basterebbero probabilmente queste differenze per spiegare un odio che ha lacerato e divide tutt’oggi il capoluogo dell’Andalusia. Aristocratici vs plebei, nulla sembra essere cambiato dai primi del 900.

Il primo grande screzio tra questi due mondi è datato 1945. Il Betis attraversa una crisi economica senza precedenti e si vede quindi costretto a vendere il loro giocatore simbolo, il centrale difensivo Francisco Antunez ai rivali cittadini. Nei giorni seguenti Siviglia viene messa a ferro e fuoco dai sostenitori del Betis. Al grido di Viva el Betis manque pierda (nonostante perda), i supporters biancoverdi implorano per giorni la dirigenza del club a fare dietrofront nella trattativa di cessione di Antunez.

Tutto inutile. L’anno seguente il Betis subì l’onta della retrocessione e il Siviglia vinse il campionato. Con Antunez titolare, claro

 

Flamenco, ma solo per turisti

Tranquilli, ovviamente Siviglia resta la patria del celebre ballo spagnolo. Ma nei locali della città, a dispetto delle dicerie e dei luoghi comuni (sempre loro, simili a quelli di inizio articolo), non si balla solo il flamenco in armonia e amicizia. Al massimo quello è uno spettacolo per turisti.

Davanti ad una cerveza (magari a volte più di una) la battaglia tra tifosi è costante, continua, tagliante. Perché da una parte si deve tifare Siviglia, la prima squadra cittadina, la più vincente, la più europea. Dall’altra si deve tifare Real Betis per contrastare l’aria da aristocratici dei cugini.

A qualsiasi costo. Anche a fronte di poche vittorie. D’altronde, viva el Betis manque pierda, no?

 

A cura di

Giacomo Novelli

Sport e sangue: benvenuti al derby di Belgrado

Passando in rassegna i vari derby europei, il tema centrale che abbiamo cercato di raccontarvi è sempre stato uno: il football. Divisivo, determinante per la supremazia cittadina, certo. Ma pur sempre football, denso di racconti romantici e sportivi che si sono susseguiti all’interno di un rettangolo di gioco. Ma in questo caso, per il veciti derbi, il derby eterno di Belgrado, il discorso è completamente diverso.

 

Una terra maledetta

Le vicende storiche legate ai territori della ex Jugoslavia sono note. Tristemente note. Ma chi parla di battaglie e scontri figli della turbolenza anni '90 pecca di superficialità. L’odio profondo tra nazionalità troppo diverse per convivere sotto la stessa bandiera è antico e affonda le radici nei secoli. Un sentimento che ha reso queste terre decisamente pericolose e poco adatte per parlare di città turistiche e spensierate. Ma anche semplicemente, lo dicevamo, di football

Slovenia, Slovacchia, Montenegro, Bosnia, Croazia. Tanti i paesi feriti da dittature, scontri, violenze e sangue. Ma la terra più pericolosa di tutte è forse la Serbia, vista anche la sua particolarità che la differenzia da tutti i suoi confinanti. Il Paese infatti odia tutte le sue ex sorelle (posto che lo siano mai state) ed è odiata fieramente da tutte. Un sentimento negativo che aleggia fuori dai confini della Serbia, ma si riversa anche all’interno della nazione. E dentro la stessa capitale, Belgrado.

Troppe vendette, troppo sangue e troppi nervi tesi tra le tante fazioni. Due soprattutto sono considerate opposte e inconciliabili.
Stella Rossa e Partizan. Teoricamente un derby calcistico. In pratica, una guerra.

 

Stella Rossa

La Stella Rossa nasce nel marzo del 1945. Viene fondata da alcuni studenti dell’Università di Belgrado sulle ceneri del Sk Jugoslavija. La società si distingue subito per un attaccamento fiero al popolo serbo: nelle intenzioni dei suoi fondatori, la Stella Rossa rappresenta il mondo proletario di Belgrado. Sicuramente i biancorossi entrarono subito nel cuore della città come squadra popolare e più tifata (ancora oggi è così) ma il patriottismo serbo figlio della Seconda Guerra mondiale si legò indissolubilmente con le intenzioni dei fondatori della società.

Il proletario di Belgrado è povero e affamato, ma al tempo stesso odia con tutto sé stesso i vicini delle nazioni confinanti. Il proletario di Belgrado tifa Stella Rossa

Partizan Belgrado 

Gli acerrimi rivali nascono pochi mesi dopo: il Partizan viene fondato nell’ottobre del 1945. Il nome della società significa “partigiano e già dice molto sulla storia del club bianconero. I partigiani serbi combatterono per le strade di Belgrado e di tutta la nazione in difesa del popolo contro l’invasore nazista. Dopo soli pochi mesi di Stella Rossa, il popolo si trovò a disposizione un’altra squadra “popolare” desiderosa di rappresentarli.

A differenza del club biancorosso, il Partizan pose però l’accento sulla lotta alla Germania hitleriana, e non sulla preservazione della razza serba. Il tifoso del club bianconero non doveva perciò fossilizzarsi troppo sulle differenze di lingua o di nazionalità: il nemico era il nazismo, non il vicino confinante. 

 

Rivalità enorme ma sottile

L’odio tra i due club è dunque principalmente politico. I supporters della Stella Rossa difendono la “razza serba dalle contaminazioni di altre nazionalità, non vedendo di buon occhio quindi non solo gli abitanti dei paesi limitrofi appartenenti all’ex Jugoslavia, ma anche tutti coloro che non mostrano fieramente il loro patriottismo serbo. Una visione, per così dire, di destra.

Idea agli antipodi quella del Partizan: per i bianconeri l’orgoglio serbo è netto, ma comunque inferiore alla lotta al razzismo e all’odio verso la dittatura. Una visione, per così dire, di sinistra. 

Il particolare curioso però è il confine solo all’apparenza grande tra le due tifoserie. Andando a scavare, entrambe le fazioni sono orgogliosamente serbe, e quindi hanno a cuore la difesa dei confini e la rivalità con le altre nazioni, Croazia e Slovenia su tutte. Ed entrambe sono “figlie del popolo”, attraverso storie e modi diversi ma sempre entrambe, fieramente, popolari. 

Ma in una terra così straziata dagli scontri e dalle divisioni anche un dettaglio può fare la differenza. Ed è così che proletari e partigiani si fanno la guerra aspramente, quando magari in altre nazioni sarebbero accomunati.

 

Spettacolo e sangue

Ve lo dicevamo all’inizio e lo confermiamo: nel derby di Belgrado si fa molta fatica a parlare di football. I tifosi della Stella Rossa, i quali si autoproclamano “Delije”, Eroi, e i tifosi del Partizan, chiamati ironicamente “Grobari”, Becchini, per via dei colori sociali, quasi non seguono nemmeno ciò che accade in campo in ogni derby eterno. 

Lo spettacolo è sicuramente prima di ogni match. Gli spalti del Marakàna (occhio all’accento) e del Partizan Stadium sono sempre teatro di coreografie impressionanti e leggendarie. I fuochi accesi fin dalla mattina della partita, le torce, i fumogeni, i cori. Spesso la visuale pirotecnica sui gradoni vale molto di più dello spettacolo in campo, con le due compagini da troppi anni scomparse dal calcio che conta. 

Per questo è difficile parlare di football? Non proprio. 

È difficile parlarne perché di fatto quasi non esiste. Il giorno del derby non è altro che il pretesto per delije e grobari per dare vita a violenti scontri, se non addirittura ad una guerriglia urbana. Diventa esercizio inutile anche elencare ogni episodio violento, data ormai la triste consuetudine. Una violenza diventata ormai così “normale” da essere quasi considerata "folklore". 

E per le vie di Belgrado non è facile scegliere una squadra come in ogni parte del mondo. Non si scelgono i colori del cuore in base ad un quartiere, alle gesta di un campione, alla sana preferenza. No. Quasi sempre i padri trasmettano la squadra della famiglia ai figli e così via. 

È Stella Rossa o Partizan, non ci sono vie di mezzo. E non è nemmeno fede calcistica, visto che a volte i tifosi non conoscono nemmeno il risultato di un derby. Per questo non è football. Ma è, tristemente, guerra.

 

A cura di

Giacomo Novelli

Benfica-Sporting: il derby malinconico di Lisbona

Qual è l’anima di Parigi? Il romanticismo, la poesia. E di Berlino? La modernità, l'efficienza. E di Roma? La storia, la gloria eterna. E di Lisbona? La malinconia. Ok, d’accordo, detto così non è un granché. Se fossimo un'agenzia turistica probabilmente avremmo scelto un'altra parola per descrivere la capitale del Portogallo. Ma innanzitutto, ci affidiamo alla profondità d'animo e alla sensibilità del lettore: non sempre ciò che non è felice è automaticamente noioso.

In secondo luogo non abbiate timore: qui parliamo di calcio, non di mete turistiche. Eppure, è necessario partire da uno stato d’animo preciso per addentrarci nel “derby eterno”, come viene chiamato in patria. Appunto dicevamo, la malinconia. Chi ha avuto la fortuna ed il privilegio di visitare Lisbona, si sarà indubbiamente accorto di questa particolarità. La città, dal porto al centro, vive nel ricordo di un tempo che fu; una sorta di saudade per gli anni gloriosi del Portogallo. L’impero, le colonie, il Re, la flotta, il dominio dei mari: quante cose sono cambiate nel Paese. 

La malinconica Lisbona. Così viene spesso soprannominata. Una particolarità che forse non proietta la città tra le più turistiche del Vecchio continente (anche se ogni anno - covid a parte - la Capitale ospita una quantità imponente di visitatori). Eppure questo sentimento rende terribilmente affascinante la città; tutti gli abitanti, poveri e ricchi, sono uniti nel ricordo di una miticità passata. E non solo a livello sociale, ma anche calcisticamente.

Poveri e ricchi dicevamo. E se parliamo di questione monetaria, è fin troppo facile arrivare a Benfica-Sporting. Finalmente, direte voi; in effetti il titolo calcistico iniziava ad essere fuorviante rispetto al contenuto. Parliamo di football va.

 

Il Derby Eterno

Fondato nel 1902 come Sport Club de Belas, rifondato nel 1904 come Campo Grande Sporting Club, rifondato di nuovo nel 1906 come Sporting Clube de Portugal. Tre battesimi in pochi anni, mai un accenno al nome della città: basterebbe già questo per spiegare l’anima dello Sporting. I biancoverdi guardano principalmente, fin dalla nascita, più alla gloria continentale che al predominio cittadino. Vogliamo che questo club diventi un grande club, il più grande d’Europa. Questa la dichiarazione di José Alvalade, il primo presidente della società.

Una filosofia internazionale dunque, che ben si sposa con il tenore del club. Lo Sporting infatti è fin da subito la squadra della borghesia cittadina, composta perlopiù dai ricchi commercianti de La Baixa, la città bassa, il quartiere centrale e “in” di Lisbona. Maglia biancoverde a strisce orizzontali, la voglia di rappresentare la patria e non solo la città, il leone araldico come simbolo: lo Sporting nasce come la società nobile di Lisbona. 


Ma gli abitanti della capitale non sono tutti commercianti. L’anima portuale di Lisbona è forte e predominante in quella che una volta era una delle potenze marittime più all’avanguardia d’Europa. 

Nel 1904, mentre la borghesia cittadina si interrogava sul nome da dare alla prima squadra della capitale, i poveri e i marinai di Lisbona scelsero un’anima diversa e ben distinta dai rivali. In quell'anno nacque il Benfica. La squadra “rossa”, in tutti i sensi, della città; la società tifata dal popolo, dalla maggioranza; un quartiere simbolo come El Barrio Alto, zona una volta frequentata da artisti, marinai, contrabbandieri, prostitute. Totalmente diverso da La Baixa. 


Fin troppo facile intuire dunque le radici e le motivazioni di un odio profondo e secolare. Da una parte i primi a portare il calcio in città, i ricchi e i patriottici; dall’altra la moltitudine rossa e popolare, molto più legata a Lisbona piuttosto che al concetto di patria nazionale. I leoni contro le aquile, i pochi contro i tanti. Non a caso il motto del Benfica recita “E plurimus unum”. Decisamente diverso quello dello Sporting: “Sforzo, dedizione, devozione e gloria!

E per quanto riguarda le vittorie ed i trofei? Beh, certamente il Benfica può vantare un palmares decisamente più ricco di quello dei rivali, tanto che le Aquile sono considerate insieme al Porto (tranquilli, ci torneremo dopo...) una delle due squadre più blasonate del Portogallo. Detto questo, i Leoni hanno però uno sfottò molto particolare da giocare a loro favore… 

 

La maledizione di Bela Guttmann 

Un punto davvero dolente per i tifosi delle Aquile è la maledizione del loro ex allenatore, l’ungherese Bela Guttmann, scomparso nel 1981. Il mister fu protagonista delle due e finora uniche vittorie del Benfica in campo internazionale: le Champions vinte nel 1960 e 1961, ai danni rispettivamente di Barcellona e Real Madrid. 

Dopo la vittoria contro i Blancos però, la società rossa di Lisbona non concesse un adeguamento di contratto all’allenatore ungherese, il quale decise, sentendosi arrabbiato e umiliato, di lasciare il club delle Aquile. Non prima di lanciare la sua terribile maledizione:
"Da qui in avanti il Benfica non vincerà mai più in Europa".

Da quel giorno la squadra ha giocato ben 8 finali di coppe europee. Perdendole tutte. L’ultima in ordine di tempo, la finale di Europa League nel 2013 contro il Siviglia a Torino. Un vero anatema? Semplici coincidenze? Suggestione psicologica? Difficile dirlo. Ma ai tifosi dello Sporting interessa poco il come o il perché. Basta che non vinca il Benfica. 

 

Ma quale Porto!

Come vi abbiamo anticipato, non è Sporting-Benfica il cosiddetto derby di Portogallo. Terzo incomodo è infatti il Porto; i Dragoni contendono lo scettro di squadra più forte del paese ai rossi di Lisbona.

Eppure per i sostenitori delle Aquile l’unico vero derby è con lo Sporting. C’è rivalità puramente sportiva nei confronti dei Dragoni; mentre è odio vero verso i Leoni.

Un odio sportivo che non conosce sosta e tregua e che fa da eccezione in una Lisbona per il resto molto unita. Le distinzioni sociali ed economiche nella capitale sono spesso dimenticate in nome di un unico sentimento collettivo. Quella malinconia di cui parlavamo all’inizio. Una nostalgia dei tempi andati e di un predominio disperso.

Sensazioni espresse nel Fado, il tipico canto popolare portoghese. Note che risuonano ovunque, da La Baixa fino al Barrio Alto, senza distinzioni, tutti uniti nel ricordare una gloria passata e tramontata. Ma che tutti noi ci auguriamo possa tornare, anche solo calcisticamente. Con tutto il rispetto per l’anima di Bela Guttmann… 

 

A cura di

Giacomo Novelli

La Maravillosa Minoría: maquanto è difficile tifare Espanyol a Barcellona?

L’identificazione tra città e club è qualcosa di ovvio e scontato in alcune realtà. In altre è piuttosto tema di dibattito e avversione tra schieramenti opposti. Prendete le nostre Milano, Genova, Torino, Roma. Grandi centri divisi da due forti anime contrapposte. Che dire poi di Londra, la città più divisa e frammentata calcisticamente del panorama europeo.

Ma in alcuni luoghi l'identificazione non conosce binomi. Perché se pensi a Parigi immagini Donnarumma e Mbappè: ici c'est Paris recita il motto del PSG. C'è spazio solo per loro all'ombra della Tour Eiffel. E con grande rispetto per il Monaco 1860, ma se si pensa al capoluogo della Baviera si sta già volando sulle fasce dell’Allienz Arena con gli ex indimenticabili Robben e Ribery.

E così, se si pensa a Barcellona, immaginiamo subito i blaugrana. Messi, Ronaldinho, Iniesta, Xavi, Raul Tamudo…

No aspettate, chi era quest’ultimo? Ah già, a Barcellona non esiste solo il Barça. Avete mai sentito parlare dell’Espanyol?


Vivere all’ombra


Con sole quattro coppe del Re conquistate nella propria storia, l’Espanyol è senza dubbio la seconda squadra di Barcellona dopo l’odiato Barça. E lo diciamo senza nessun timore: gli stessi tifosi biancoazzurri ne sono ben consapevoli. La differenza di palmares è d’altronde imbarazzante; elencare i trofei vinti dai blaugrana ci sembra un mero esercizio di sadismo nei confronti della squadra protagonista di questo articolo.

Tifare Espanyol nella città catalana è esercizio di coraggio e temperamento. Il discorso non si esaurisce certo nel concetto “deboli contro forti”, altrimenti staremmo qui a parlare di uno dei tanti derby sparsi per il Vecchio Continente. No, non è solo questo il punto.

Tifare Barça a Barcellona è una fede. Calcistica, quasi religiosa. Ma soprattutto politica. I blaugrana rappresentano da sempre la ribellione catalana contro il governo centrale di Madrid. È lotta senza quartiere alla Castiglia, alla Capitale. Al Re stesso. È orgoglio catalano, è la convinzione di non essere spagnoli ma altro. La battaglia separatista a Barcellona è una delle più forti e turbolente d’Europa. I nostri concetti di Padania o Regno Borbonico sono mera fuffa in confronto a ciò. Qui si parla di scontri, di feriti, di morti, di arresti. Di tentativi di secessione un giorno si e l’altro pure. Si tratta di fischiare la Roya, un qualcosa che nel Belpaese, con l'inno di Mameli, sarebbe giudicato altamente deprecabile. In Catalogna è quasi consuetudine.

E dunque, ogni vero e fiero catalano tifa Barcellona. E nella folla blaugrana, sostenere l’Espanyol è dura. Si vive all’ombra di un cugino ingombrante sotto tutti i punti di vista: calcistico, mediatico, politico e addirittura spirituale, visto che per i tifosi rivali il Barça es "mas que un club”. Ma dunque, come si fa tifare Espanyol?

Verità o falsità storica?

I tifosi del Barcellona vedono i cugini come veri e propri infiltrati monarchici. Questo perché il piccolo club, nato appena un anno dopo di loro, ha sempre avuto posizioni molto moderate in tema di secessione e indipendenza da Madrid. Lo sfottò, o nelle peggiori ipotesi, l’accusa, è quella di non essere veri catalani. Ma a difesa dei tifosi appartenenti alla Maravillosa Minoría (tranquilli, torneremo sul motto tra pochissimo) c’è da dire che lo sfottò è vero solo a metà.

Analizziamo il nome completo del club: Reial Club Deportiu Espanyol de Barcelona. Il primo nome dà sicuramente ragione all’odio del Barça. Il termine Real indica la chiara accettazione della supremazia del Re nel paese e la discendenza, appunto, reale del club. Anche il nome Espanyol, Spagnolo, non piace agli oppositori per ovvie ragioni. Ma il nome della squadra, come si può vedere, non è scritto nella lingua madre (o matrigna, dipende dalle vostre simpatie). Il nome è in catalano.

L’Espanyol, e quindi i suoi tifosi, sono catalani, fieramente e orgogliosamente catalani anzi. La bandiera all’interno dello stemma, la fascia di capitano identificativa con i colori della regione: tutto nel piccolo club parla di amore verso la Catalogna.

Pensate poi che la squadra nacque proprio per difesa verso la propria terra. Agli inizi del 900 il Barcellona, fondato dallo svizzero Gamper, era favorevole all’inclusione di giocatori stranieri nel club. Fu proprio l’Espanyol invece a rivendicare l’appartenenza catalana: la società voleva tesserare solo giocatori nati e cresciuti nella regione. Il caso assurdo della storia volle poi che i separatisti, spinti forse anche dalla differenza di appeal, scelsero il Barcellona come squadra indipendentista per antonomasia, dimenticando le origini e le intenzioni rigide e orgogliose dell’Espanyol.


La differenza con i tifosi culès, i tifosi del Barça, non sta quindi in una contrapposizione di ideologia come erroneamente alcuni credono. Entrambe le compagini portano fiere i colori catalani. Ma i supporters di una della squadre più titolate al mondo vogliono ed esigono l’indipendenza della loro terra; i biancoazzurri rivali vogliono invece solo più autonomia, ma comunque nel rispetto e sotto l’influenza della Corona. In realtà quindi stiamo parlando di due mondi simili che vogliono la stessa cosa: ma in una modalità così tremendamente diversa da provocare odio e avversità.


El Tamudazo


L’orgoglio catalano dei tifosi biancoazzurri è primario, ma comunque inferiore all’odio per i culès. Costi quel che costi, ogni anno il sogno più grande di un supporter dell’Espanyol è rovinare la festa ai cugini. Come nel caso della stagione 2006/07.

Nell’ultima giornata di campionato, il Real Madrid e il Barcellona sono primi in classifica, ma in caso di arrivo a pari punti a vincere il campionato sarebbero state le Merengues per la differenza reti. I Blancos strappono un soffertissimo pareggio a Saragozza. Il Barcellona sfida proprio gli odiati rivali dell’Espanyol. Derby che, dopo il gol di Messi, sembra appannaggio dei culès, con vittoria della Liga annessa Ma il pareggio di Raul Tamudo rovina la festa ai blaugrana. Il derby si conclude con un 1-1 rovente e feroce. Il Real si laurea campione di Spagna e a far festa a Barcellona è solo la Maravillosa Minoría (ecco, a breve vi spieghiamo, promesso). La stracittadina del 2006/07 passa alla storia come El Tamudazo e Raul Tamudo diventa un eroe per i tifosi dell’Espanyol.

L’attaccante era già un idolo per il popolo biancoazzurro grazie ai suoi gol, ma vuoi mettere negare la gioia a quelli là? Roba da restere per sempre nei cuori di ogni supporter del piccolo club.


Maravillosa minoría


Ecco, come promesso, la spiegazione del motto. I tifosi dell’Espanyol, come vi dicevamo all’inizio, non hanno nessun problema a riconoscere il Barcellona come squadra più famosa, più conosciuta, più vincente della città. Anche più rappresentativa, dato che la stragrande maggioranza dei cittadini sostiene il Barça. I turisti stessi, linfa vitale per il capoluogo della Catalogna, vogliono visitare la città per il mare, la Sagrada Família, le Ramblas...ed il leggendario Camp Nou.

Ma loro, i tifosi dell’Espanyol, ci sono eccome. Si definiscono pochi ma meravigliosi. Una Maravillosa Minoría, appunto.

Una minoranza meravigliosa che aspetta solo il suo momento di gloria. O, mal che vada, un altro Tamudazo.

Basta che non vinca il Barça.

All'ombra della Lanterna: benvenuti a Genoa-Sampdoria

La scorsa settimana vi abbiamo presentato Roma ed il suo derby, vissuto in modo feroce, frenetico, passionale. La settimana prima ecco Milano e la sua stracittadina, con il capoluogo lombardo a rappresentare la città più europea e al tempo stesso più americana d'Italia. La metropoli asettica, lavorativa e dedita al business, con un'anima internazionale e votata alla carriera. Sembra incredibile che, a pochi chilometri di distanza, ci sia Torino. Forse la nemesi per eccellenza dei meneghini. Il rovescio della medaglia rispetto a Milano. Né europea, né americana: Torino è decisamente francese. Chi ha visitato il capoluogo piemontese si è accorto sicuramente dell’anima sofisticata, elegante e addirittura bohémien della città sabauda. La vicinanza con i cugini d’Oltralpe e il legame indissolubile con i Savoia ha fatto sì che Torino sia una vera e propria città nobile e francese in terra italiana. Ma la tradizione torinese è anche legata a doppio filo con il mondo dell’industria e del lavoro; il capoluogo sabaudo è, in particolare modo a partire dall’800, in competizione con la vicina Milano, anche e soprattutto per il monopolio lavorativo del Nord Italia. Sofisticata ma operaia, raffinata ma industriale, nobile ma plebea. Non ci saranno forse troppe contraddizioni? No, semplicemente Torino ha due anime conviventi ma ben distinte. Così come le due squadre di calcio, a rispecchiarne gli stili. Juventus contro Torino. Il derby della Mole Antonelliana. 

 

La Juventus

Nel 1897 alcuni studenti del liceo classico Massimo D’Azeglio di Torino, appassionati del neonato football, decisero di fondare una squadra di calcio che potesse rappresentare la loro città. I giovanissimi fondatori decisero di chiamare la loro creatura Juventus, la forma moderna del latino iuventus, gioventù. Un nome in lingua classica e antica per un significato moderno, fresco, dinamico. I giovani studenti non potevano certo immaginare un futuro così roseo per la loro società. Un palmarés impressionante, quello della Signora, che ha permesso alla Juventus di essere oggi la squadra più titolata d’Italia e una delle più vincenti al mondo

Ma torniamo agli albori. I sostenitori della neonata squadra - vestita prima di rosa e poi, per un iniziale errore di spedizione, in bianconero - venivano per la stragrande maggioranza dal mondo borghese e ricco della città. Un dettaglio che diede alla società torinese i connotati di squadra nobile e altolocata. Caratteristiche rimaste per sempre incollate ai bianconeri, dando vita allo “Stile Juve”; giocatori, allenatori e dirigenti della Vecchia Signora iniziarono cioè a distinguersi per eleganza, disciplina, ordine e modi raffinati. Dal 1923, però, essa fece breccia anche nel cuore dei meno abbienti. Il legame tra la famiglia Agnelli, proprietari storici della Fiat, e la Juventus, iniziato proprio in quell’anno e vivo fino ai giorni nostri, avvicinò prepotentemente gli operai della casa automobilistica ai bianconeri. E non solo. 

In quegli anni, ma soprattutto nel dopoguerra, migliaia e migliaia di giovani italiani meridionali iniziarono a trasferirsi nelle grandi città del Nord, alla ricerca di fortuna e lavoro. Moltissimi furono presi nelle industrie Fiat. Un boom di nuovi lavoratori si tradusse immancabilmente in un aumento incredibile di tifosi per la Juventus. La Signora divenne (e tuttora è) la squadra più tifata d’Italia. Addirittura qualcuno disse che la società bianconera era riuscita a completare l’opera di Garibaldi e Cavour: unire l’Italia. Nobili, borghesi, torinesi, meridionali, operai; tutti dunque a Torino tifano Juventus? Non proprio… 

 


Il Torino


La Juventus è considerata il secondo club italiano per anzianità dietro il Genoa e il primo a nascere a Torino. Ma in realtà, già nel 1887, nel capoluogo sabaudo iniziarono a nascere numerosi club di football: Nobili Torino, Internazionale Torino, la Torinese e tanti altri. La svolta fu nel 1906. Alcuni soci di queste piccole società si unirono con un gruppo di dissidenti della Juventus, guidati dall’ex presidente bianconero Alfred Dick. Da questa fusione nacque il Torino. Venne scelto come colore per la divisa della neonata squadra il granata, come lo stendardo della Brigata Savoia, il gruppo che contribuì a liberare Torino dai francesi due secoli prima. 

Il Toro diventò subito la squadra del popolo, con sostenitori provenienti perlopiù dal mondo proletario e povero della città. Gli operai Fiat, gli unici “plebei” a sostenere la Juve, vennero additati come veri e propri traditori. Inoltre, con l’enorme afflusso di immigrati dal Sud Italia nelle industrie della casa automobilistica, i supporters granata iniziarono ad identificare come juventini tutti gli stranieri in città, considerati non veri torinesi. Questa convinzione era in realtà solo una leggenda, visto che gli abitanti della città furono sempre equamente divisi tra bianconeri e granata. La Juve diventò, però, la più tifata grazie ‘’allo straniero” e tanto bastò per rendere la Signora come squadra apolide”. 

Il Toro, al di là di questa convinzione, venne amato in maniera viscerale perché rappresentava l’occasione di riscatto per i proletari di Torino sui ricchi borghesi della città. Al cosiddetto Stile Juve venne contrapposto il Cuore Granata, la capacità cioè di lottare su ogni pallone e di combattere nonostante le difficoltà, in campo e fuori. 

 


Gli sfottò


Come si può facilmente constatare, le due anime di Torino sono perfettamente rappresentate nelle due società. Un senso di appartenenza che, com’è normale che sia, ha generato negli anni parecchi sfottò tra le due tifoserie. Agli albori della rivalità, l’odio era perlopiù fomentato da motivazioni sociali e politiche. Il tifoso juventino era generalmente o nativo della città ma borghese, o immigrato: due caratteristiche difficili da sopportare per il sostenitore granata, proletario e fieramente piemontese. Com’è facile intuire, l’area più calda dei tifosi bianconeri fu identificata come di destra”, mentre quella dei torinisti di sinistra


Queste differenze si sono negli anni sempre più appianate, tanto è vero che ormai gli sfottò sono solo circoscritti all’area calcistica. I tifosi bianconeri ricordano sempre felicemente ai rivali la loro poca fortuna sportiva, mentre i granata sostengono che tifare per la loro squadra sia un atto d’amore, slegato dai trofei. I simboli della città sono anch’essi equamente divisi: se il Torino porta infatti il nome e il simbolo del capoluogo piemontese, la Juventus ha da sempre scelto per la seconda o terza maglia il gialloblù, il colore araldico del Comune della città. 


Unite nella tragedia

Cosa mai potranno avere in comune due mondi così opposti? La loro somiglianza, purtroppo, è presente solo nelle tragedie. Nella memoria di tutti gli appassionati e non, il colore granata è legato indissolubilmente alla tragedia di Superga. Il 4 maggio 1949 l’areo con a bordo tutta la squadra del Grande Torino, la compagine in grado di dominare il campionato italiano e di vincere 5 scudetti consecutivi, si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, sulla collina torinese. La squadra stava tornando da Lisbona, dove aveva disputato una partita amichevole con il Benfica. Non ci furono sopravvissuti. Lo scudetto quell’anno venne assegnato a tavolino al Toro. 

Un’altra tragedia che non conosce colore e divisione è quella di Bruxelles. Il 29 maggio del 1985, allo stadio Heysel della città belga, andava in scena la finale di Coppa Campioni tra la Juventus e il Liverpool. Poco prima del fischio d’inizio, gli hooligans dei Reds attaccarono la curva bianconera, costringendoli ad ammassarsi in un piccolo punto dell'impianto sportivo. Il muro, a causa del troppo peso, crollò. Morirono 39 persone, di cui 32 italiane. La finale venne disputata ugualmente per evitare ulteriori tensioni, nonostante l’iniziale rifiuto della società bianconera. La Juventus vinse 1-0.


Le due anime della città 

Torino è considerata una delle città più belle d’Italia. La culla del Rinascimento è amata dai propri cittadini e dai turisti per i suoi mille tesori, tra arte, storia, cultura e gastronomia. Dalla Mole Antonelliana ai Musei Egizio e del Cinema, dalla Sindone ai Caffè storici della città. Ma nonostante le tante sfaccettature, a Torino sono solo due le anime che si contrappongono tutti i giorni tra le piazze e le vie della città. Un’anima borghese ed elegante contro quella proletaria e ribelle. Lo stile bianconero contro il cuore granata. Una città magica per due mondi opposti: Juventus e Torino. Uniti solo nelle tragedie.

Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa cosa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa” 
Umberto Eco

 

A cura di

Giacomo Novelli