Benfica-Sporting: il derby malinconico di Lisbona

Benfica-Sporting: il derby malinconico di Lisbona

Qual è l’anima di Parigi? Il romanticismo, la poesia. E di Berlino? La modernità, l'efficienza. E di Roma? La storia, la gloria eterna. E di Lisbona? La malinconia. Ok, d’accordo, detto così non è un granché. Se fossimo un'agenzia turistica probabilmente avremmo scelto un'altra parola per descrivere la capitale del Portogallo. Ma innanzitutto, ci affidiamo alla profondità d'animo e alla sensibilità del lettore: non sempre ciò che non è felice è automaticamente noioso.

In secondo luogo non abbiate timore: qui parliamo di calcio, non di mete turistiche. Eppure, è necessario partire da uno stato d’animo preciso per addentrarci nel “derby eterno”, come viene chiamato in patria. Appunto dicevamo, la malinconia. Chi ha avuto la fortuna ed il privilegio di visitare Lisbona, si sarà indubbiamente accorto di questa particolarità. La città, dal porto al centro, vive nel ricordo di un tempo che fu; una sorta di saudade per gli anni gloriosi del Portogallo. L’impero, le colonie, il Re, la flotta, il dominio dei mari: quante cose sono cambiate nel Paese. 

La malinconica Lisbona. Così viene spesso soprannominata. Una particolarità che forse non proietta la città tra le più turistiche del Vecchio continente (anche se ogni anno - covid a parte - la Capitale ospita una quantità imponente di visitatori). Eppure questo sentimento rende terribilmente affascinante la città; tutti gli abitanti, poveri e ricchi, sono uniti nel ricordo di una miticità passata. E non solo a livello sociale, ma anche calcisticamente.

Poveri e ricchi dicevamo. E se parliamo di questione monetaria, è fin troppo facile arrivare a Benfica-Sporting. Finalmente, direte voi; in effetti il titolo calcistico iniziava ad essere fuorviante rispetto al contenuto. Parliamo di football va.

 

Il Derby Eterno

Fondato nel 1902 come Sport Club de Belas, rifondato nel 1904 come Campo Grande Sporting Club, rifondato di nuovo nel 1906 come Sporting Clube de Portugal. Tre battesimi in pochi anni, mai un accenno al nome della città: basterebbe già questo per spiegare l’anima dello Sporting. I biancoverdi guardano principalmente, fin dalla nascita, più alla gloria continentale che al predominio cittadino. Vogliamo che questo club diventi un grande club, il più grande d’Europa. Questa la dichiarazione di José Alvalade, il primo presidente della società.

Una filosofia internazionale dunque, che ben si sposa con il tenore del club. Lo Sporting infatti è fin da subito la squadra della borghesia cittadina, composta perlopiù dai ricchi commercianti de La Baixa, la città bassa, il quartiere centrale e “in” di Lisbona. Maglia biancoverde a strisce orizzontali, la voglia di rappresentare la patria e non solo la città, il leone araldico come simbolo: lo Sporting nasce come la società nobile di Lisbona. 


Ma gli abitanti della capitale non sono tutti commercianti. L’anima portuale di Lisbona è forte e predominante in quella che una volta era una delle potenze marittime più all’avanguardia d’Europa. 

Nel 1904, mentre la borghesia cittadina si interrogava sul nome da dare alla prima squadra della capitale, i poveri e i marinai di Lisbona scelsero un’anima diversa e ben distinta dai rivali. In quell'anno nacque il Benfica. La squadra “rossa”, in tutti i sensi, della città; la società tifata dal popolo, dalla maggioranza; un quartiere simbolo come El Barrio Alto, zona una volta frequentata da artisti, marinai, contrabbandieri, prostitute. Totalmente diverso da La Baixa. 


Fin troppo facile intuire dunque le radici e le motivazioni di un odio profondo e secolare. Da una parte i primi a portare il calcio in città, i ricchi e i patriottici; dall’altra la moltitudine rossa e popolare, molto più legata a Lisbona piuttosto che al concetto di patria nazionale. I leoni contro le aquile, i pochi contro i tanti. Non a caso il motto del Benfica recita “E plurimus unum”. Decisamente diverso quello dello Sporting: “Sforzo, dedizione, devozione e gloria!

E per quanto riguarda le vittorie ed i trofei? Beh, certamente il Benfica può vantare un palmares decisamente più ricco di quello dei rivali, tanto che le Aquile sono considerate insieme al Porto (tranquilli, ci torneremo dopo...) una delle due squadre più blasonate del Portogallo. Detto questo, i Leoni hanno però uno sfottò molto particolare da giocare a loro favore… 

 

La maledizione di Bela Guttmann 

Un punto davvero dolente per i tifosi delle Aquile è la maledizione del loro ex allenatore, l’ungherese Bela Guttmann, scomparso nel 1981. Il mister fu protagonista delle due e finora uniche vittorie del Benfica in campo internazionale: le Champions vinte nel 1960 e 1961, ai danni rispettivamente di Barcellona e Real Madrid. 

Dopo la vittoria contro i Blancos però, la società rossa di Lisbona non concesse un adeguamento di contratto all’allenatore ungherese, il quale decise, sentendosi arrabbiato e umiliato, di lasciare il club delle Aquile. Non prima di lanciare la sua terribile maledizione:
"Da qui in avanti il Benfica non vincerà mai più in Europa".

Da quel giorno la squadra ha giocato ben 8 finali di coppe europee. Perdendole tutte. L’ultima in ordine di tempo, la finale di Europa League nel 2013 contro il Siviglia a Torino. Un vero anatema? Semplici coincidenze? Suggestione psicologica? Difficile dirlo. Ma ai tifosi dello Sporting interessa poco il come o il perché. Basta che non vinca il Benfica. 

 

Ma quale Porto!

Come vi abbiamo anticipato, non è Sporting-Benfica il cosiddetto derby di Portogallo. Terzo incomodo è infatti il Porto; i Dragoni contendono lo scettro di squadra più forte del paese ai rossi di Lisbona.

Eppure per i sostenitori delle Aquile l’unico vero derby è con lo Sporting. C’è rivalità puramente sportiva nei confronti dei Dragoni; mentre è odio vero verso i Leoni.

Un odio sportivo che non conosce sosta e tregua e che fa da eccezione in una Lisbona per il resto molto unita. Le distinzioni sociali ed economiche nella capitale sono spesso dimenticate in nome di un unico sentimento collettivo. Quella malinconia di cui parlavamo all’inizio. Una nostalgia dei tempi andati e di un predominio disperso.

Sensazioni espresse nel Fado, il tipico canto popolare portoghese. Note che risuonano ovunque, da La Baixa fino al Barrio Alto, senza distinzioni, tutti uniti nel ricordare una gloria passata e tramontata. Ma che tutti noi ci auguriamo possa tornare, anche solo calcisticamente. Con tutto il rispetto per l’anima di Bela Guttmann… 

 

A cura di

Giacomo Novelli