La Maravillosa Minoría: maquanto è difficile tifare Espanyol a Barcellona?

L’identificazione tra città e club è qualcosa di ovvio e scontato in alcune realtà. In altre è piuttosto tema di dibattito e avversione tra schieramenti opposti. Prendete le nostre Milano, Genova, Torino, Roma. Grandi centri divisi da due forti anime contrapposte. Che dire poi di Londra, la città più divisa e frammentata calcisticamente del panorama europeo.

Ma in alcuni luoghi l'identificazione non conosce binomi. Perché se pensi a Parigi immagini Donnarumma e Mbappè: ici c'est Paris recita il motto del PSG. C'è spazio solo per loro all'ombra della Tour Eiffel. E con grande rispetto per il Monaco 1860, ma se si pensa al capoluogo della Baviera si sta già volando sulle fasce dell’Allienz Arena con gli ex indimenticabili Robben e Ribery.

E così, se si pensa a Barcellona, immaginiamo subito i blaugrana. Messi, Ronaldinho, Iniesta, Xavi, Raul Tamudo…

No aspettate, chi era quest’ultimo? Ah già, a Barcellona non esiste solo il Barça. Avete mai sentito parlare dell’Espanyol?


Vivere all’ombra


Con sole quattro coppe del Re conquistate nella propria storia, l’Espanyol è senza dubbio la seconda squadra di Barcellona dopo l’odiato Barça. E lo diciamo senza nessun timore: gli stessi tifosi biancoazzurri ne sono ben consapevoli. La differenza di palmares è d’altronde imbarazzante; elencare i trofei vinti dai blaugrana ci sembra un mero esercizio di sadismo nei confronti della squadra protagonista di questo articolo.

Tifare Espanyol nella città catalana è esercizio di coraggio e temperamento. Il discorso non si esaurisce certo nel concetto “deboli contro forti”, altrimenti staremmo qui a parlare di uno dei tanti derby sparsi per il Vecchio Continente. No, non è solo questo il punto.

Tifare Barça a Barcellona è una fede. Calcistica, quasi religiosa. Ma soprattutto politica. I blaugrana rappresentano da sempre la ribellione catalana contro il governo centrale di Madrid. È lotta senza quartiere alla Castiglia, alla Capitale. Al Re stesso. È orgoglio catalano, è la convinzione di non essere spagnoli ma altro. La battaglia separatista a Barcellona è una delle più forti e turbolente d’Europa. I nostri concetti di Padania o Regno Borbonico sono mera fuffa in confronto a ciò. Qui si parla di scontri, di feriti, di morti, di arresti. Di tentativi di secessione un giorno si e l’altro pure. Si tratta di fischiare la Roya, un qualcosa che nel Belpaese, con l'inno di Mameli, sarebbe giudicato altamente deprecabile. In Catalogna è quasi consuetudine.

E dunque, ogni vero e fiero catalano tifa Barcellona. E nella folla blaugrana, sostenere l’Espanyol è dura. Si vive all’ombra di un cugino ingombrante sotto tutti i punti di vista: calcistico, mediatico, politico e addirittura spirituale, visto che per i tifosi rivali il Barça es "mas que un club”. Ma dunque, come si fa tifare Espanyol?

Verità o falsità storica?

I tifosi del Barcellona vedono i cugini come veri e propri infiltrati monarchici. Questo perché il piccolo club, nato appena un anno dopo di loro, ha sempre avuto posizioni molto moderate in tema di secessione e indipendenza da Madrid. Lo sfottò, o nelle peggiori ipotesi, l’accusa, è quella di non essere veri catalani. Ma a difesa dei tifosi appartenenti alla Maravillosa Minoría (tranquilli, torneremo sul motto tra pochissimo) c’è da dire che lo sfottò è vero solo a metà.

Analizziamo il nome completo del club: Reial Club Deportiu Espanyol de Barcelona. Il primo nome dà sicuramente ragione all’odio del Barça. Il termine Real indica la chiara accettazione della supremazia del Re nel paese e la discendenza, appunto, reale del club. Anche il nome Espanyol, Spagnolo, non piace agli oppositori per ovvie ragioni. Ma il nome della squadra, come si può vedere, non è scritto nella lingua madre (o matrigna, dipende dalle vostre simpatie). Il nome è in catalano.

L’Espanyol, e quindi i suoi tifosi, sono catalani, fieramente e orgogliosamente catalani anzi. La bandiera all’interno dello stemma, la fascia di capitano identificativa con i colori della regione: tutto nel piccolo club parla di amore verso la Catalogna.

Pensate poi che la squadra nacque proprio per difesa verso la propria terra. Agli inizi del 900 il Barcellona, fondato dallo svizzero Gamper, era favorevole all’inclusione di giocatori stranieri nel club. Fu proprio l’Espanyol invece a rivendicare l’appartenenza catalana: la società voleva tesserare solo giocatori nati e cresciuti nella regione. Il caso assurdo della storia volle poi che i separatisti, spinti forse anche dalla differenza di appeal, scelsero il Barcellona come squadra indipendentista per antonomasia, dimenticando le origini e le intenzioni rigide e orgogliose dell’Espanyol.


La differenza con i tifosi culès, i tifosi del Barça, non sta quindi in una contrapposizione di ideologia come erroneamente alcuni credono. Entrambe le compagini portano fiere i colori catalani. Ma i supporters di una della squadre più titolate al mondo vogliono ed esigono l’indipendenza della loro terra; i biancoazzurri rivali vogliono invece solo più autonomia, ma comunque nel rispetto e sotto l’influenza della Corona. In realtà quindi stiamo parlando di due mondi simili che vogliono la stessa cosa: ma in una modalità così tremendamente diversa da provocare odio e avversità.


El Tamudazo


L’orgoglio catalano dei tifosi biancoazzurri è primario, ma comunque inferiore all’odio per i culès. Costi quel che costi, ogni anno il sogno più grande di un supporter dell’Espanyol è rovinare la festa ai cugini. Come nel caso della stagione 2006/07.

Nell’ultima giornata di campionato, il Real Madrid e il Barcellona sono primi in classifica, ma in caso di arrivo a pari punti a vincere il campionato sarebbero state le Merengues per la differenza reti. I Blancos strappono un soffertissimo pareggio a Saragozza. Il Barcellona sfida proprio gli odiati rivali dell’Espanyol. Derby che, dopo il gol di Messi, sembra appannaggio dei culès, con vittoria della Liga annessa Ma il pareggio di Raul Tamudo rovina la festa ai blaugrana. Il derby si conclude con un 1-1 rovente e feroce. Il Real si laurea campione di Spagna e a far festa a Barcellona è solo la Maravillosa Minoría (ecco, a breve vi spieghiamo, promesso). La stracittadina del 2006/07 passa alla storia come El Tamudazo e Raul Tamudo diventa un eroe per i tifosi dell’Espanyol.

L’attaccante era già un idolo per il popolo biancoazzurro grazie ai suoi gol, ma vuoi mettere negare la gioia a quelli là? Roba da restere per sempre nei cuori di ogni supporter del piccolo club.


Maravillosa minoría


Ecco, come promesso, la spiegazione del motto. I tifosi dell’Espanyol, come vi dicevamo all’inizio, non hanno nessun problema a riconoscere il Barcellona come squadra più famosa, più conosciuta, più vincente della città. Anche più rappresentativa, dato che la stragrande maggioranza dei cittadini sostiene il Barça. I turisti stessi, linfa vitale per il capoluogo della Catalogna, vogliono visitare la città per il mare, la Sagrada Família, le Ramblas...ed il leggendario Camp Nou.

Ma loro, i tifosi dell’Espanyol, ci sono eccome. Si definiscono pochi ma meravigliosi. Una Maravillosa Minoría, appunto.

Una minoranza meravigliosa che aspetta solo il suo momento di gloria. O, mal che vada, un altro Tamudazo.

Basta che non vinca il Barça.

All'ombra della Lanterna: benvenuti a Genoa-Sampdoria

La scorsa settimana vi abbiamo presentato Roma ed il suo derby, vissuto in modo feroce, frenetico, passionale. La settimana prima ecco Milano e la sua stracittadina, con il capoluogo lombardo a rappresentare la città più europea e al tempo stesso più americana d'Italia. La metropoli asettica, lavorativa e dedita al business, con un'anima internazionale e votata alla carriera. Sembra incredibile che, a pochi chilometri di distanza, ci sia Torino. Forse la nemesi per eccellenza dei meneghini. Il rovescio della medaglia rispetto a Milano. Né europea, né americana: Torino è decisamente francese. Chi ha visitato il capoluogo piemontese si è accorto sicuramente dell’anima sofisticata, elegante e addirittura bohémien della città sabauda. La vicinanza con i cugini d’Oltralpe e il legame indissolubile con i Savoia ha fatto sì che Torino sia una vera e propria città nobile e francese in terra italiana. Ma la tradizione torinese è anche legata a doppio filo con il mondo dell’industria e del lavoro; il capoluogo sabaudo è, in particolare modo a partire dall’800, in competizione con la vicina Milano, anche e soprattutto per il monopolio lavorativo del Nord Italia. Sofisticata ma operaia, raffinata ma industriale, nobile ma plebea. Non ci saranno forse troppe contraddizioni? No, semplicemente Torino ha due anime conviventi ma ben distinte. Così come le due squadre di calcio, a rispecchiarne gli stili. Juventus contro Torino. Il derby della Mole Antonelliana. 

 

La Juventus

Nel 1897 alcuni studenti del liceo classico Massimo D’Azeglio di Torino, appassionati del neonato football, decisero di fondare una squadra di calcio che potesse rappresentare la loro città. I giovanissimi fondatori decisero di chiamare la loro creatura Juventus, la forma moderna del latino iuventus, gioventù. Un nome in lingua classica e antica per un significato moderno, fresco, dinamico. I giovani studenti non potevano certo immaginare un futuro così roseo per la loro società. Un palmarés impressionante, quello della Signora, che ha permesso alla Juventus di essere oggi la squadra più titolata d’Italia e una delle più vincenti al mondo

Ma torniamo agli albori. I sostenitori della neonata squadra - vestita prima di rosa e poi, per un iniziale errore di spedizione, in bianconero - venivano per la stragrande maggioranza dal mondo borghese e ricco della città. Un dettaglio che diede alla società torinese i connotati di squadra nobile e altolocata. Caratteristiche rimaste per sempre incollate ai bianconeri, dando vita allo “Stile Juve”; giocatori, allenatori e dirigenti della Vecchia Signora iniziarono cioè a distinguersi per eleganza, disciplina, ordine e modi raffinati. Dal 1923, però, essa fece breccia anche nel cuore dei meno abbienti. Il legame tra la famiglia Agnelli, proprietari storici della Fiat, e la Juventus, iniziato proprio in quell’anno e vivo fino ai giorni nostri, avvicinò prepotentemente gli operai della casa automobilistica ai bianconeri. E non solo. 

In quegli anni, ma soprattutto nel dopoguerra, migliaia e migliaia di giovani italiani meridionali iniziarono a trasferirsi nelle grandi città del Nord, alla ricerca di fortuna e lavoro. Moltissimi furono presi nelle industrie Fiat. Un boom di nuovi lavoratori si tradusse immancabilmente in un aumento incredibile di tifosi per la Juventus. La Signora divenne (e tuttora è) la squadra più tifata d’Italia. Addirittura qualcuno disse che la società bianconera era riuscita a completare l’opera di Garibaldi e Cavour: unire l’Italia. Nobili, borghesi, torinesi, meridionali, operai; tutti dunque a Torino tifano Juventus? Non proprio… 

 


Il Torino


La Juventus è considerata il secondo club italiano per anzianità dietro il Genoa e il primo a nascere a Torino. Ma in realtà, già nel 1887, nel capoluogo sabaudo iniziarono a nascere numerosi club di football: Nobili Torino, Internazionale Torino, la Torinese e tanti altri. La svolta fu nel 1906. Alcuni soci di queste piccole società si unirono con un gruppo di dissidenti della Juventus, guidati dall’ex presidente bianconero Alfred Dick. Da questa fusione nacque il Torino. Venne scelto come colore per la divisa della neonata squadra il granata, come lo stendardo della Brigata Savoia, il gruppo che contribuì a liberare Torino dai francesi due secoli prima. 

Il Toro diventò subito la squadra del popolo, con sostenitori provenienti perlopiù dal mondo proletario e povero della città. Gli operai Fiat, gli unici “plebei” a sostenere la Juve, vennero additati come veri e propri traditori. Inoltre, con l’enorme afflusso di immigrati dal Sud Italia nelle industrie della casa automobilistica, i supporters granata iniziarono ad identificare come juventini tutti gli stranieri in città, considerati non veri torinesi. Questa convinzione era in realtà solo una leggenda, visto che gli abitanti della città furono sempre equamente divisi tra bianconeri e granata. La Juve diventò, però, la più tifata grazie ‘’allo straniero” e tanto bastò per rendere la Signora come squadra apolide”. 

Il Toro, al di là di questa convinzione, venne amato in maniera viscerale perché rappresentava l’occasione di riscatto per i proletari di Torino sui ricchi borghesi della città. Al cosiddetto Stile Juve venne contrapposto il Cuore Granata, la capacità cioè di lottare su ogni pallone e di combattere nonostante le difficoltà, in campo e fuori. 

 


Gli sfottò


Come si può facilmente constatare, le due anime di Torino sono perfettamente rappresentate nelle due società. Un senso di appartenenza che, com’è normale che sia, ha generato negli anni parecchi sfottò tra le due tifoserie. Agli albori della rivalità, l’odio era perlopiù fomentato da motivazioni sociali e politiche. Il tifoso juventino era generalmente o nativo della città ma borghese, o immigrato: due caratteristiche difficili da sopportare per il sostenitore granata, proletario e fieramente piemontese. Com’è facile intuire, l’area più calda dei tifosi bianconeri fu identificata come di destra”, mentre quella dei torinisti di sinistra


Queste differenze si sono negli anni sempre più appianate, tanto è vero che ormai gli sfottò sono solo circoscritti all’area calcistica. I tifosi bianconeri ricordano sempre felicemente ai rivali la loro poca fortuna sportiva, mentre i granata sostengono che tifare per la loro squadra sia un atto d’amore, slegato dai trofei. I simboli della città sono anch’essi equamente divisi: se il Torino porta infatti il nome e il simbolo del capoluogo piemontese, la Juventus ha da sempre scelto per la seconda o terza maglia il gialloblù, il colore araldico del Comune della città. 


Unite nella tragedia

Cosa mai potranno avere in comune due mondi così opposti? La loro somiglianza, purtroppo, è presente solo nelle tragedie. Nella memoria di tutti gli appassionati e non, il colore granata è legato indissolubilmente alla tragedia di Superga. Il 4 maggio 1949 l’areo con a bordo tutta la squadra del Grande Torino, la compagine in grado di dominare il campionato italiano e di vincere 5 scudetti consecutivi, si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, sulla collina torinese. La squadra stava tornando da Lisbona, dove aveva disputato una partita amichevole con il Benfica. Non ci furono sopravvissuti. Lo scudetto quell’anno venne assegnato a tavolino al Toro. 

Un’altra tragedia che non conosce colore e divisione è quella di Bruxelles. Il 29 maggio del 1985, allo stadio Heysel della città belga, andava in scena la finale di Coppa Campioni tra la Juventus e il Liverpool. Poco prima del fischio d’inizio, gli hooligans dei Reds attaccarono la curva bianconera, costringendoli ad ammassarsi in un piccolo punto dell'impianto sportivo. Il muro, a causa del troppo peso, crollò. Morirono 39 persone, di cui 32 italiane. La finale venne disputata ugualmente per evitare ulteriori tensioni, nonostante l’iniziale rifiuto della società bianconera. La Juventus vinse 1-0.


Le due anime della città 

Torino è considerata una delle città più belle d’Italia. La culla del Rinascimento è amata dai propri cittadini e dai turisti per i suoi mille tesori, tra arte, storia, cultura e gastronomia. Dalla Mole Antonelliana ai Musei Egizio e del Cinema, dalla Sindone ai Caffè storici della città. Ma nonostante le tante sfaccettature, a Torino sono solo due le anime che si contrappongono tutti i giorni tra le piazze e le vie della città. Un’anima borghese ed elegante contro quella proletaria e ribelle. Lo stile bianconero contro il cuore granata. Una città magica per due mondi opposti: Juventus e Torino. Uniti solo nelle tragedie.

Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa cosa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa” 
Umberto Eco

 

A cura di

Giacomo Novelli

 

Le due anime di Torino: benvenuti al Derby della Mole

La scorsa settimana vi abbiamo presentato Roma ed il suo derby, vissuto in modo feroce, frenetico, passionale. La settimana prima ecco Milano e la sua stracittadina, con il capoluogo lombardo a rappresentare la città più europea e al tempo stesso più americana d'Italia. La metropoli asettica, lavorativa e dedita al business, con un'anima internazionale e votata alla carriera. Sembra incredibile che, a pochi chilometri di distanza, ci sia Torino. Forse la nemesi per eccellenza dei meneghini. Il rovescio della medaglia rispetto a Milano. Né europea, né americana: Torino è decisamente francese. Chi ha visitato il capoluogo piemontese si è accorto sicuramente dell’anima sofisticata, elegante e addirittura bohémien della città sabauda. La vicinanza con i cugini d’Oltralpe e il legame indissolubile con i Savoia ha fatto sì che Torino sia una vera e propria città nobile e francese in terra italiana. Ma la tradizione torinese è anche legata a doppio filo con il mondo dell’industria e del lavoro; il capoluogo sabaudo è, in particolare modo a partire dall’800, in competizione con la vicina Milano, anche e soprattutto per il monopolio lavorativo del Nord Italia. Sofisticata ma operaia, raffinata ma industriale, nobile ma plebea. Non ci saranno forse troppe contraddizioni? No, semplicemente Torino ha due anime conviventi ma ben distinte. Così come le due squadre di calcio, a rispecchiarne gli stili. Juventus contro Torino. Il derby della Mole Antonelliana. 

 

La Juventus

Nel 1897 alcuni studenti del liceo classico Massimo D’Azeglio di Torino, appassionati del neonato football, decisero di fondare una squadra di calcio che potesse rappresentare la loro città. I giovanissimi fondatori decisero di chiamare la loro creatura Juventus, la forma moderna del latino iuventus, gioventù. Un nome in lingua classica e antica per un significato moderno, fresco, dinamico. I giovani studenti non potevano certo immaginare un futuro così roseo per la loro società. Un palmarés impressionante, quello della Signora, che ha permesso alla Juventus di essere oggi la squadra più titolata d’Italia e una delle più vincenti al mondo

Ma torniamo agli albori. I sostenitori della neonata squadra - vestita prima di rosa e poi, per un iniziale errore di spedizione, in bianconero - venivano per la stragrande maggioranza dal mondo borghese e ricco della città. Un dettaglio che diede alla società torinese i connotati di squadra nobile e altolocata. Caratteristiche rimaste per sempre incollate ai bianconeri, dando vita allo “Stile Juve”; giocatori, allenatori e dirigenti della Vecchia Signora iniziarono cioè a distinguersi per eleganza, disciplina, ordine e modi raffinati. Dal 1923, però, essa fece breccia anche nel cuore dei meno abbienti. Il legame tra la famiglia Agnelli, proprietari storici della Fiat, e la Juventus, iniziato proprio in quell’anno e vivo fino ai giorni nostri, avvicinò prepotentemente gli operai della casa automobilistica ai bianconeri. E non solo. 

In quegli anni, ma soprattutto nel dopoguerra, migliaia e migliaia di giovani italiani meridionali iniziarono a trasferirsi nelle grandi città del Nord, alla ricerca di fortuna e lavoro. Moltissimi furono presi nelle industrie Fiat. Un boom di nuovi lavoratori si tradusse immancabilmente in un aumento incredibile di tifosi per la Juventus. La Signora divenne (e tuttora è) la squadra più tifata d’Italia. Addirittura qualcuno disse che la società bianconera era riuscita a completare l’opera di Garibaldi e Cavour: unire l’Italia. Nobili, borghesi, torinesi, meridionali, operai; tutti dunque a Torino tifano Juventus? Non proprio… 

 


Il Torino


La Juventus è considerata il secondo club italiano per anzianità dietro il Genoa e il primo a nascere a Torino. Ma in realtà, già nel 1887, nel capoluogo sabaudo iniziarono a nascere numerosi club di football: Nobili Torino, Internazionale Torino, la Torinese e tanti altri. La svolta fu nel 1906. Alcuni soci di queste piccole società si unirono con un gruppo di dissidenti della Juventus, guidati dall’ex presidente bianconero Alfred Dick. Da questa fusione nacque il Torino. Venne scelto come colore per la divisa della neonata squadra il granata, come lo stendardo della Brigata Savoia, il gruppo che contribuì a liberare Torino dai francesi due secoli prima. 

Il Toro diventò subito la squadra del popolo, con sostenitori provenienti perlopiù dal mondo proletario e povero della città. Gli operai Fiat, gli unici “plebei” a sostenere la Juve, vennero additati come veri e propri traditori. Inoltre, con l’enorme afflusso di immigrati dal Sud Italia nelle industrie della casa automobilistica, i supporters granata iniziarono ad identificare come juventini tutti gli stranieri in città, considerati non veri torinesi. Questa convinzione era in realtà solo una leggenda, visto che gli abitanti della città furono sempre equamente divisi tra bianconeri e granata. La Juve diventò, però, la più tifata grazie ‘’allo straniero” e tanto bastò per rendere la Signora come squadra apolide”. 

Il Toro, al di là di questa convinzione, venne amato in maniera viscerale perché rappresentava l’occasione di riscatto per i proletari di Torino sui ricchi borghesi della città. Al cosiddetto Stile Juve venne contrapposto il Cuore Granata, la capacità cioè di lottare su ogni pallone e di combattere nonostante le difficoltà, in campo e fuori. 

 


Gli sfottò


Come si può facilmente constatare, le due anime di Torino sono perfettamente rappresentate nelle due società. Un senso di appartenenza che, com’è normale che sia, ha generato negli anni parecchi sfottò tra le due tifoserie. Agli albori della rivalità, l’odio era perlopiù fomentato da motivazioni sociali e politiche. Il tifoso juventino era generalmente o nativo della città ma borghese, o immigrato: due caratteristiche difficili da sopportare per il sostenitore granata, proletario e fieramente piemontese. Com’è facile intuire, l’area più calda dei tifosi bianconeri fu identificata come di destra”, mentre quella dei torinisti di sinistra


Queste differenze si sono negli anni sempre più appianate, tanto è vero che ormai gli sfottò sono solo circoscritti all’area calcistica. I tifosi bianconeri ricordano sempre felicemente ai rivali la loro poca fortuna sportiva, mentre i granata sostengono che tifare per la loro squadra sia un atto d’amore, slegato dai trofei. I simboli della città sono anch’essi equamente divisi: se il Torino porta infatti il nome e il simbolo del capoluogo piemontese, la Juventus ha da sempre scelto per la seconda o terza maglia il gialloblù, il colore araldico del Comune della città. 


Unite nella tragedia

Cosa mai potranno avere in comune due mondi così opposti? La loro somiglianza, purtroppo, è presente solo nelle tragedie. Nella memoria di tutti gli appassionati e non, il colore granata è legato indissolubilmente alla tragedia di Superga. Il 4 maggio 1949 l’areo con a bordo tutta la squadra del Grande Torino, la compagine in grado di dominare il campionato italiano e di vincere 5 scudetti consecutivi, si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, sulla collina torinese. La squadra stava tornando da Lisbona, dove aveva disputato una partita amichevole con il Benfica. Non ci furono sopravvissuti. Lo scudetto quell’anno venne assegnato a tavolino al Toro. 

Un’altra tragedia che non conosce colore e divisione è quella di Bruxelles. Il 29 maggio del 1985, allo stadio Heysel della città belga, andava in scena la finale di Coppa Campioni tra la Juventus e il Liverpool. Poco prima del fischio d’inizio, gli hooligans dei Reds attaccarono la curva bianconera, costringendoli ad ammassarsi in un piccolo punto dell'impianto sportivo. Il muro, a causa del troppo peso, crollò. Morirono 39 persone, di cui 32 italiane. La finale venne disputata ugualmente per evitare ulteriori tensioni, nonostante l’iniziale rifiuto della società bianconera. La Juventus vinse 1-0.


Le due anime della città 

Torino è considerata una delle città più belle d’Italia. La culla del Rinascimento è amata dai propri cittadini e dai turisti per i suoi mille tesori, tra arte, storia, cultura e gastronomia. Dalla Mole Antonelliana ai Musei Egizio e del Cinema, dalla Sindone ai Caffè storici della città. Ma nonostante le tante sfaccettature, a Torino sono solo due le anime che si contrappongono tutti i giorni tra le piazze e le vie della città. Un’anima borghese ed elegante contro quella proletaria e ribelle. Lo stile bianconero contro il cuore granata. Una città magica per due mondi opposti: Juventus e Torino. Uniti solo nelle tragedie.

Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa cosa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa” 
Umberto Eco

 

A cura di

Giacomo Novelli

 

Dominare la Città Eterna: benvenuti a Lazio-Roma

Un derby reso affascinante anche solo a pronunciare il nome della città: Roma. La Caput Mundi dell’antichità, la culla della civiltà e il simbolo dell’impero più grande del mondo. Ma se la Capitale d'Italia da un lato (quello più visibile ai turisti) mostra fiera le sue opere e la sua grandezza artistica e culturale, dall'altro nasconde crepe e difetti non degni del suo nome. Anni di malgoverno e di corruzione hanno minato la leadership della Città Eterna dentro i confini del Belpaese, lasciando all’odiata rivale Milano il ruolo di centro più ricco d’Italia.

Ecco il paradosso di Roma; la città più bella e importante del mondo ridotta in ginocchio da coloro che dovrebbero promuoverla e difenderla. I romani, uomini veraci ed estremamente fieri della Capitale, la amano e la criticano tutti i giorni. Perché l’amore, quando è estremamente forte e radicato, porta ad una passione feroce e maniacale. Amore per Roma e per la propria squadra di calcio. Lazio e Roma. Due mondi opposti, inconciliabili e costretti a vivere sotto la stessa luce capitolina. In una città che grazie a chiacchiere, sfottò, giornali, radio, calciomercato e scontri, vive di calcio 24 ore al giorno. Generando una pressione che quasi nessuno riesce a sopportare. Per questo motivo vincere qui è così arduo.

Ma i trofei in questo caso passano in secondo piano. L’importante è vincere il derby. L’importante è battere l’avversario. Possibilmente distruggendolo.

La Lazio

Siamo nel 1900, sulle sponde del Tevere. Nei pressi di Piazza della Libertà si riuniscono abitualmente “nove giovanotti romani” che da anni praticano podismo e canottaggio. I nove hanno un’idea (per quel tempo) rivoluzionaria: fondare una società polisportiva. Non un solo team dunque, non un solo sport: tante squadre sotto un solo nome: Lazio. Non si poteva in quegli anni chiamare una società con la sacra dicitura “Roma”; il bersagliere Luigi Bigiarelli, leader carismatico tra i fondatori, optò dunque per il nome della regione della Capitale. Per i colori vennero scelti quelli della Grecia, patria delle Olimpiadi: il biancoceleste. Come simbolo venne invece adottata l’aquila romana, stemma delle legioni imperiali romane. Ovviamente, tra i vari sport praticati dalla polisportiva, venne annoverato anche quello strano sport proveniente dall’Inghilterra…

La Lazio restò per anni l’unica squadra della Capitale a praticare il football, anche se a Roma vi erano molteplici piccole realtà calcistiche, come la Roman, la Fortitudo, l’Alba, molto seguite nell’ala più povera della Capitale. I ricchi e i borghesi invece si innamorarono perdutamente della Lazio; un po’ per la supremazia cittadina, un po’ per i colori olimpici, la polisportiva fece breccia nel cuore della parte patrizia della città. Anche molti “plebei” però si affezionarono ai biancocelesti. Roma aveva così la sua squadra principale; anche se, nei rioni più poveri della capitale, la Lazio non era riuscita ad attecchire…

La Roma

Quei quartieri poveri di Roma di cui sopra non riuscirono mai a tifare per la Lazio; le piccole società capitoline non avevano grandi fortune e giocavano nelle serie minori, mentre la squadra più forte, la Lazio appunto, doveva vedersela con le blasonate e ricchissime compagini del Nord. Una situazione del genere era intollerabile per il Fascismo. Il regime non poteva sopportare la totale inferiorità della Capitale nei confronti delle altre squadre. Italo Foschi, segretario del PNF, si preoccupò di iniziare una vasta opera di fusione tra le società romane, in modo tale da formare un’unica, competitiva, squadra. L’iniziativa suscitò entusiasmo ed adesione nelle piccole compagini della città; i vari tifosi più poveri di Roma poterono finalmente riunirsi per sostenere un’unica realtà. Il regime abolì il veto sul sacro nome: nel 1927 nacque l’A. S. Roma. Venne adottato come simbolo la lupa capitolina, la quale secondo la leggenda aveva allattato i fondatori della città, Romolo e Remo. Come colori sociali furono scelti il giallo e il rosso, gli stessi del Comune di Roma. Attenzione però; non tutte le società accettarono la fusione. Una si oppose fermamente. La Lazio. Il derby di Roma era appena iniziato. 

L'odio

Nella classifica dei derby più pericolosi al mondo stilata dal Sun nel 2020, al quinto posto troviamo il derby capitolino. L’odio così intenso tra laziali e romanisti è infatti causa di innumerevoli scontri almeno due volte l’anno, nei giorni del derby. Pensate che per anni la Figc ha volutamente evitato di programmare la sfida tra le due romane di sera, proprio per evitare situazioni pericolose. Dimenticate l’atmosfera di Genova o di Milano. Certo, milanisti e interisti non si vogliono un gran bene, ma spesso lo scontro è più nei bar che negli stadi, è più davanti ad un caffè che a volto coperto. Insomma, è più verbale che fisico. Roma non è Milano. La punzecchiatura romana è tagliente, beffarda, per nulla amichevole. Nella Città Eterna è onestamente difficile trovare pub o ritrovi frequentati da entrambe le tifoserie. Le stesse che, appena ne hanno l’occasione, ci tengono a sottolinearlo: loro non hanno cugini.

Di semplici e innocui sfottò ne troviamo però tanti; i laziali mostrano fieri il motto “I primi della Capitale”, loro che hanno portato il calcio a Roma. I biancocelesti poi si vantano di aver vinto il derby più importante di tutti: quello del 26 maggio 2013, nella finale di Coppa Italia giocata proprio tra Lazio e Roma. Il gol decisivo di Lulic è ancora ampiamente ricordato sui muri della Città Eterna.

Ma ai giallorossi non mancano le risposte. I tifosi della Roma punzecchiano i rivali perché la loro squadra porta il nome, i colori e il simbolo della Capitale. Non mancano poi di ricordare ai cugini le statistiche favorevoli nei derby, che vedono la squadra giallorossi avanti sui biancocelesti. Che dire poi della recente vittoria della Conference League a Tirana?

Figli di Roma

Ma Lazio - Roma non sarà mai solo una questione puramente sportiva. È una lotta ideologica, sociale. Di DNA. Il Laziale è spesso il romano schivo ma incredibilmente orgoglioso della propria squadra. È fiero di essere un “vero romano” perché tifa la prima squadra della Capitale. Spesso borghese, a volte ricco benestante cittadino. Il laziale è orgoglioso di appartenere alla minoranza di romani che tifa biancoceleste.
 
Il Romanista è, esattamente, l’opposto. Estroverso e “caciarone”, fiero anche lui ovviamente di essere un “vero romano” perché tifa la squadra che porta il nome della sua amata città. Spesso appartenente al ceto medio – basso, a volte umile lavoratore cittadino. Il romanista è orgoglioso di appartenere alla maggioranza dei romani che tifa giallorosso.
 
Cosa c’è dunque di simile nelle due descrizioni? Le congiunzioni e le virgole. Il resto è l’uno l’opposto dell’altro. Due figli di Roma che si contendono il predominio della Capitale.
 

Caput...di due mundi

I turisti che affollano la Capitale scelgono ovviamente i luoghi simbolo di Roma. Dal Colosseo alla fontana di Trevi, dall’Altare della Patria fino a San Pietro. Ma la romanità, il tifo, la passione viscerale per il football vive dentro Roma, nelle sue strade, nei suoi quartieri. Una passione che divide persino quest’ultimi. Perché ai Parioli, a Nomentano e a Montesacro l’aquila laziale è di casa e il sangue è biancoceleste. Perché alla Garbatella, a Testaccio e a Trigoria batte solo il cuore giallorosso.
 
Roma è la città più bella del mondo. La Caput Mundi che in realtà, di mondi, ne conosce due e ben distinti. La Lazio e la Roma.
 
 
A cura di
Giacomo Novelli
 

Casciavìt contro Baùscia: benvenuti al Derby di Milano

Dal 1900 al 2000. Milano è cambiata, e non poco. La ricchezza, il business e più in generale il mondo del lavoro hanno condizionato sicuramente nel corso degli anni il capoluogo lombardo. Ma certe cose, come il football, come il derby, come la lotta per la supremazia cittadina… non sono mai cambiate. Per fortuna, aggiungiamo noi.
 
E allora concentriamoci su queste. Concentriamoci su Milan-Inter. Il derby di Milano.
 

Le origini

Ieri è andato in scena l'ultimo capitolo della storia del derby...ma riavvolgiamo il nastro. Alla fine del 1800, il football britannico sbarca anche in Italia. Un gruppo di italiani e di inglesi venuti da Nottingham, riunitosi in una sala dell’Hotel Du Nord e des Anglais, fonda nel dicembre del 1899 il Milan. Si scelse il corrispondente inglese di “Milano” per il nome della squadra, mentre per quanto riguarda i colori sociali vennero seguite le direttive di Herbert Kilpin, considerato il padre fondatore della società: "Saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari". I rossoneri ottennero subito un rapido successo sui campi di gioco ma anche in città, con tanti sostenitori e simpatizzanti della neonata squadra. I supporters erano principalmente proletari e di condizione non agiata; i ricchi e i benestanti milanesi non si interessarono, inizialmente, al nuovo gioco venuto dall’Inghilterra.
 
La storia della città meneghina cambiò nel 1908. Il Milan decise, nonostante un iniziale dissenso, di obbedire alle nuove normative della FIGC, la quale imponeva alle società calcistiche di tesserare solo giocatori italiani. Ben 44 soci del Milan però, si opposero e abbandonarono il club. Nel marzo del 1908, presso il ristorante “Orologio” in piazza del Duomo, i dissidenti fondarono l’Internazionale Milano, la quale diventò ben presto conosciuta con il nome abbreviato di Inter. Il biscione araldico, stemma di Milano, venne adottato come simbolo. Giorgio Muggiani, artista futurista tra i 44 fondatori, scelse i colori e il nome della nuova squadra: "Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo".
 

Le differenze sociali

Come vi abbiamo detto, il Milan fece breccia fin da subito nel cuore del proletariato milanese. La borghesia della città, rimasta indifferente al football in un primo momento, si innamorò della neonata Internazionale; si venne a creare così una contrapposizione sociale feroce tra i due schieramenti. I tifosi nerazzurri apostrofavano i rivali con il termine “casciavìt”, “cacciavite” in dialetto lombardo, proprio per indicare le origini umili e proletarie dei sostenitori del Diavolo. Il tifoso rossonero era infatti rappresentato dal classico lavoratore povero della periferia di Milano, arrivato dalle città limitrofe o addirittura dal Mezzogiorno. Dall’altra parte ecco il supporter nerazzurro: benestante, borghese, abitante del centro di Milano e fiero di esserlo. I casciavìt iniziarono a chiamarli “baùscia”, termine dialettale lombardo che significa “gradasso, presuntuoso”. Il classico tifoso nerazzurro era spesso sprezzante verso l’avversario, a prescindere dai risultati sportivi e in nome di una presunta superiorità morale. Non era strano quindi vedere allo stadio il ricco imprenditore in giacca e cravatta seduto a fianco all’operaio stanco e malconcio della sua stessa fabbrica. Nonostante queste differenze sociali si siano appianate già negli anni 60, fino a scomparire nei decenni successivi, le due curve sono rimaste affezionate e fedeli ai propri soprannomi, nati come dispregiativi e diventati poi simboli di appartenenza ad una fede.
 

I trofei

Il derby di Milano è uno dei derby più importanti del mondo, soprattutto sotto l’aspetto dei trofei vinti. Parliamo d’altronde dell’unica stracittadina in Europa ad annoverare due squadre vincitrici della Champions League: un dettaglio sconosciuto a città come Londra o Madrid. Il Diavolo annovera in bacheca 19 scudetti, 2 campionati di serie B, 5 coppe Italia, 7 supercoppe italiane, 7 Champions, 2 Coppe delle Coppe, 5 supercoppe europee, 3 coppe intercontinentali, 1 coppa del mondo per club, 1 Mitropa Cup e 2 coppe Latine. Risponde il Biscione con 19 scudetti, 9 coppe Italia, 7 supercoppe italiane, 3 Champions, 3 Europa League, 2 coppe Intercontinentali, 1 coppa del mondo per club.
La superiorità morale decantata dai tifosi nerazzurri si è spesso scontrata con la forza dei rossoneri in Europa, capaci di vincere 7 Champions League (secondi solo al Real Madrid nella storia della competizione). I supporters dell’Inter, in risposta, si fanno forza del fatto di non essere mai scivolati nella serie cadetta, a differenza dei rivali. 7 Champions” e “Mai stati in B sono i due motti (o i due sfottò, se preferite) delle due compagini.
 

Il nemico comune

Per numero di trofei nazionali, l’Inter è la seconda squadra più titolata d’Italia, dietro alla Juventus. Se consideriamo invece il numero complessivo dI titoli, nazionali e non, è il Milan a piazzarsi al secondo posto...dietro alla Juventus. Capite bene quindi che per le società meneghina la rivalità con i bianconeri non può non essere altissima. Sicuramente il lato sportivo ha inciso molto, con le tre società in lotta spesso tra di loro al vertice del campionato. Ma anche dal punto di vista politico ed economico, i due club lombardi sono stati spesso naturalmente portati all’odio per la torinese Juventus (ma anche, in misura minore, per il Toro); la rivalità industriale tra Milano e il capoluogo piemontese affonda le sue origini in tempi addirittura antecedenti l’unità d’Italia, dato che le due città si sono sempre contese il ruolo di città più importante del nord del Belpaese.
Pensate che in un recente sondaggio, la grande maggioranza dei tifosi interisti ha dichiarato di aver più volte sostenuto il Milan solo per andare contro alla Juventus. L’odio tra bianconeri e nerazzurri, del resto, è aspro, e la rivalità ha dato vita a quello che conosciamo come il “derby d’Italia”… ma questa è un’altra storia. Seppur in misura minore, anche i sostenitori del Milan hanno dichiarato di aver tifato Inter solo per dispetto alla Vecchia Signora. Il nemico del mio nemico è mio amico, dunque? Non esattamente. Perché i dati poc’anzi citati sono comunque riferibili alla maggioranza della tifoseria, e quindi a tanti sostenitori non milanesi dei club meneghini. Ma per coloro che abitano e vivono tutti i giorni la realtà del capoluogo lombardo, simpatizzare per il rivale non è esattamente impresa facile. Nemmeno l’odio per la Juventus può unire Milano… almeno, non del tutto.
 

Milàn l’è on gran Milàn

Milano è una grande Milano cantava Giovanni D’Anzi nella famosa canzone popolare divenuta quasi un inno per la città. E almeno su questo, tutti i milanesi concordano. Vale la pena davvero visitare il capoluogo lombardo. Dal Duomo al Castello Sforzesco, dalla Galleria alla Scala fino ad arrivare al luogo più amato dai tifosi della città: lo stadio Giuseppe Meazza in San Siro. Tempio e casa per due squadre molto vicine ma tremendamente lontane. Dopo un secolo di storia, a Milano è sempre Casciavìt contro Baùscia. È sempre Milan contro Inter.
 
 
A cura di
Giacomo Novelli