La propaganda nella Prima Guerra Mondiale

Premessa: non esiste, in Germania, Francia, Austria-Ungheria e realtà simili, un fronte compatto contro lo scoppio della guerra, anzi... dalle masse alle élite, sono quasi tutti ben contenti di partecipare, ognuno con le sue motivazioni, più o meno legittime, più o meno comprensibili. Anche i partiti socialisti di tutta Europa, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, abbracciano in pieno l’ideale della guerra, salvo qualche eccezione, tra cui figura anche il PSI.

Al netto di un quadro generale che racconta di diffuso entusiasmo e condiviso, oltre che percepito, ottimismo, è nozione scolastica piuttosto nota l’Italia rimanga neutrale all’inizio delle ostilità; in effetti, il nostro è un caso piuttosto anomalo: il fronte interno è diviso tra neutralisti e interventisti. Oggi parleremmo di pacifisti e bellicisti, anche se concretamente, di pacifisti, ai tempi non ce n’erano proprio: c’era, semmai, tra socialisti e cattolici, lieve scetticismo tendente all’irenismo, e tra i liberali giolittiani la convinzione che il Regno potesse ottenere di più in sede diplomatica. 

La storia la conosciamo: il 23 maggio 1915, dopo un estenuante sforzo negoziale con Regno Unito, Francia e Russia, l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria ed entra ufficialmente nel conflitto mondiale come parte guerreggiante. Ma com’è possibile che un Paese profondamente spaccato, dove inizialmente i neutralisti sembravano essere in netta maggioranza rispetto agli interventisti, neanche un anno più tardi abbia cambiato completamente idea -o quasi - sul conflitto? 

La risposta è semplice: propaganda. E i suoi mezzi naturalmente: governo, stampa, arte, intellettuali…

 

Il ruolo della stampa

La stampa era in larga parte, se non tutta, a favore della guerra: lo era talora implicitamente, altre volte esplicitamente; il processo di estremizzazione del popolo italiano segue un processo graduale, che prima rispecchia i sentimenti condivisi dai più, e poi ne instilla di nuovi, sulle orme del sentiero tracciato dagli interventisti, che vedono nello scontro un’opportunità per completare il processo di unificazione, con la conquista delle terre cosiddette “irredenti”.

Il 26 luglio 1914 compare su L'Avanti!, quotidiano del partito socialista italiano, un articolo redatto dall’allora direttore Benito Mussolini: “Abbasso la guerra” il titolo. La linea editoriale, e dunque di partito, è quella della “neutralità assoluta”. Nonostante questa chiara presa di posizione, dal pezzo traspare un volutamente malcelato sentimento antiaustriaco e una più o meno manifesta simpatia nei confronti della Triplice Intesa:

Il Partito militare austriaco voleva la guerra: ecco la realtà

E ancora:

Il proletariato italiano straccerà i patti della Triplice se essi lo costringessero a versare una sola goccia di sangue per una causa che non è sua

Insomma, imparziali sì, ma senza esagerare. Di lì a poco, complice un repentino cambio di direzione sul tema, il poi dittatore sarebbe stato cacciato dalla direzione del giornale di partito, e portato a fondare un quotidiano da zero, Il Popolo d’Italia, per dare voce all’ala interventista dei socialisti.

Prima dell’epurazione, Mussolini scrive della necessità di passare “dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante, aprendo le porte a un possibile ingresso dell’Italia in guerra a fatti in corso. Alcuni giornali, come l’inserto settimanale del Corriere della Sera, la Domenica del Corriere, di cui sono arcinote le copertine propagandistiche di Achille Beltrame, ragionano proprio su questi binari. Quest’ultimo, in particolare, nelle primissime fasi della guerra glorifica la resistenza belga contro l’invasore, esalta le gesta inglesi e francesi, demonizza l’aggressore austro-ungarico, racconta, ingigantendole, delle atrocità tedesche. 

Una narrazione, questa, via via sempre più violenta ed esplicita, sostenuta, accompagnata e alimentata da intellettuali e movimenti culturali vari; così, ad esempio, la pensava la direzione del movimento futurista, in un estratto di un loro manifesto, “la sintesi futurista della guerra”, pubblicato nel settembre del 1914: “Glorifichiamo la Guerra, che per noi è la sola igiene del mondo mentre per i tedeschi rappresenta una grossa spanciata da corvi e da iene. Le vecchie cattedrali non c’interessano; ma neghiamo alla Germania medievale, plagiaria, balorda e priva di genio creatore il diritto futurista di distruggere opere d’arte. Questo diritto appartiene soltanto al Genio creatore italiano, capace di creare una nuova bellezza più grande sulle rovine della bellezza antica”.

 

La propaganda sul fronte, interno ed esterno

Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria; iniziano le ostilità sul confine orientale, e parallelamente si mette in moto la macchina della propaganda: giornalisti e vignettisti, attraverso pubblicazioni cartacee e filmati, tra storie inventate e bugie bianche, cominciano un processo di mistificazione della vita al fronte.

Per la società civile, lo Stato filtra meticolosamente ogni notizia, assicurandosi di far trapelare solo novità positive: giungono news di atti eroici del regio esercito, nascono veri e propri miti della guerra. Si pensi a Enrico Toti, soldato che combatte tra le fila italiane da irregolare, in quanto non arruolabile poiché privo di una gamba. Morirà in battaglia il 6 agosto del 1916: in un successivo supplemento settimanale del Corriere, viene raffigurato in prima linea, vulnerabile al fuoco nemico, a guidare l’assalto con il solo fucile a sorreggerlo e con in mano la stampella. Una situazione totalmente inventata di cui non vi è traccia alcuna nei racconti pervenutici, utile però a tenere alta la fiducia.

Poco dopo la disfatta di Caporetto, contemporaneamente all’arrivo di Armando Diaz, aumentano i fondi per la propaganda, e all’inizio del 1918 viene introdotto il servizio P, ovvero un’organizzazione costituita in seno al Regio Esercito per la propaganda al fronte nei confronti delle truppe, con lo scopo di migliorare le condizioni morali e materiali dei soldati.  Nelle trincee giungono giornali illustrati - si pensi a “la Ghirba” - contenenti barzellette, sfottò al nemico, filastrocche… hanno natura “ricreativa”, più che informativa. Questo tipo di approccio, più morbido rispetto alla “rigida disciplina” del modello Cadorna, si rivelerà fondamentale nell’ottica della controffensiva italiana.

Dall’altra parte del confine orientale, sponda austro-ungarica, la struttura propagandistica agisce allo stesso modo: manifesti, volantini e cartoline promuovono un’identità collettiva, patriottismo, esaltano la leadership dei comandanti, e contemporaneamente dipingono caricaturalmente i nemici.

 

La propaganda tra ieri e oggi

La propaganda moderna ricalca molti aspetti di quella guerresca del XX secolo: oggi come allora, tutto nasce dalla necessità di “convogliare in un’unica direzione la volontà del popolo, perché segua le direttive e le decisioni dei capi; entrambe tendono a rivolgersi all’inconscio, forti di una profonda conoscenza della psicologia delle masse.

Nel 2024 i mezzi di comunicazione sono profondamente diversi rispetto agli equivalenti di oltre cent’anni addietro, eppure il linguaggio, gli scopi generali e i destinatari sono gli stessi.

Domanda: è possibile porre sullo stesso piano due distinte propagande nazionali, l’una sprezzante nei confronti dell’altra, l’una tanto patriottica quanto l’altra? Nell’Europa del 1914, la verifica dei fatti non era certo al centro dell’agenda propagandistica, tutt’altro; in tempi recenti, con l’avvento di internet e la possibilità di verificare accuratamente ogni tipo di fonte, la ricerca della verità fa da contrappeso alla disinformazione e diventa arma propagandistica anch’essa.

I populisti si servono della propaganda per spargere fake news, e in tal senso il termine ha accezione negativa. Ma, come ovvio, non tutta la propaganda è di per sé "negativa".

Alla luce di tutto ciò, esiste una propaganda giustificabile, condivisibile, o quantomeno comprensibile più dell’altra? Non avremmo problemi a rispondere stessimo parlando della Grande Guerra, ma se ci spostiamo su Russia e Ucraina, Israele e Palestina… vacilliamo un po’. Tutte sullo stesso piano? A voi la conclusione.

 

A cura di

Pablo De Ciantis

 
 
 
 

 

I radicali e lo strumento referendario

“Un partito nuovo per una politica nuova”, una forza laica nel senso di “libera da ideologie”, come definita da Gianfranco Spadaccia: per anni gli esponenti radicali hanno combattuto singole battaglie di civiltà, popolari e impopolari, assieme alla società civile e “contro il regime partitocratico”. 

Infatti i radicali andavano di traverso un po’ a tutto lo spettro politico: alla Democrazia Cristiana e a tutte le altre forze della destra conservatrice, in quanto anticlericali e antiproibizionisti; al partito comunista italiano in quanto promotori di diritti civili e politici, prima che di diritti sociali.

E senza una forza maggioritaria in Parlamento, l’unico modo per cambiare il Paese era tramite una mobilitazione dal basso, ovvero tramite consultazioni referendarie e leggi di iniziativa popolare. 

 

I radicali e i referendum

Semplificando all’osso, i referendum sono uno strumento di partecipazione diretta dei cittadini alla vita democratica del Paese. Esistono vari tipi di referendum, ma la tipologia cui si fa più frequentemente ricorso è senz’altro di natura abrogativa, mediante la quale si può chiedere la cancellazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge.

Dal 1946 ad oggi, in Italia si sono svolti 78 referendum: 72 per l’appunto abrogativi, uno istituzionale, uno consultivo e quattro costituzionali. Molte delle consultazioni popolari della storia repubblicana hanno visto un diretto coinvolgimento del partito radicale

Negli anni della Prima Repubblica, come non citare il referendum abrogativo del ‘74, indetto con l’obiettivo di cancellare la legge sul divorzio e a prima firma del deputato socialista Loris Fortuna: i radicali per primi organizzarono un’imponente campagna a sostegno del no, seguiti poi dal PCI e altre forze di sinistra, inizialmente orientate verso un compromesso con la DC.

A differenza di altre associazioni politiche, ai radicali non interessavano gli “intrighi di palazzo”. Non a caso, in seguito promossero anche l’indizione di un referendum popolare per l’abrogazione parziale della legge 194, in quanto considerata compromissoria, dunque insufficiente per la tutela dell’interruzione volontaria della gravidanza.

Nei primi anni della Seconda Repubblica, invece, oltre a trattare, come sempre, di diritti civili, i radicali portarono avanti una serie di proposte di riforma nella più ampia ottica di una grande “rivoluzione liberale”, tanto auspicata ma mai realizzata.

Divorzio, aborto, abolizione della caccia, legalizzazione droghe leggere, eutanasia, amnistia, stop finanziamento pubblico ai partiti, privatizzazione della RAI… secondo la filosofia radicale, il ricorso agli strumenti della democrazia diretta era la via principe per cambiare la politica e svecchiare le istituzioni italiane.

Lo diceva Marco Pannella, fondatore e leader del partito, volto di centinaia di battaglie di libertà: «Noi non "facciamo i politici", i deputati, i leader... lottiamo, per quel che dobbiamo e per quel che crediamo. E questa è la differenza che prima o poi, speriamo non troppo tardi, si dovrà comprendere».

In tal senso si parlava di “Alternativa radicale”: una soluzione ai soprusi e al conservatorismo della classe dirigente, uno spiraglio di luce in un buio mare di partiti.

 

I limiti del coinvolgimento diretto

Isolamento politico e fiducia talvolta mal riposta furono i grandi limiti dell’azione radicale.

Il movimento ha sì agito fuori dal palazzo, ma sempre all’interno di un sistema con dinamiche di potere ben consolidate, in cui ogni cambiamento passa necessariamente dai piani alti. Detto in parole povere, senza la collaborazione dei partiti di massa, anche trattandosi di una consultazione popolare e non di una seduta in parlamento, era - ed è ancora oggi - molto complicato, se non impossibile, cambiare l’ordine delle cose. Lo dimostrano i referendum abrogativi del ‘97, promossi esclusivamente dalle anime radicali, tra i meno partecipati della storia Repubblicana: l’affluenza si attestò appena attorno al 30%.

Il fallimento di quell’anno fece da apripista a una serie di consultazioni di scarso successo: a partire dagli anni 2000, infatti, si registra un graduale e sempre maggiore disinteressamento dei cittadini alla vita politica, complici diversi fattori: invecchiamento della popolazione, disillusione, promesse tradite, obblighi non rispettati e molte altre ragioni ben più storiche. In un quadro di questo tipo, mancando anche il rapporto di fiducia tra partiti ed elettori, la massima aspirazione diventa il mantenimento dello status quo.

 

La situazione nel 2023

I radicali sono stati in grado di animare il dibattito pubblico come mai nessuno prima e dopo di loro: non hanno mai goduto di grandi percentuali o di una sufficiente copertura mediatica, eppure hanno plasmato significativamente la realtà italiana, contro ogni pronostico, contro il settarismo ideologico e la “partitocrazia”.

Oggi si parla dell’Italia come di un Paese clinicamente morto, dove la partecipazione dei cittadini alla politica attiva diminuisce sempre di più con il passare del tempo; e l’immobilismo della nostra società è anche quello dell’operato radicale, orfano dei suoi leader, da tempo condannato all’irrilevanza politica: senza una sostenuta e consapevole spinta “dal basso”, il partito, l’azione, la proposta, non ha la forza necessaria.

L’eredità dei radicali è stata raccolta, con diverso grado di successo, da ricostituzioni del movimento, soggetti politici dell’area liberale e organizzazioni di vario genere.

Con o senza aggregazioni politiche, il radicalismo resta intrinseco alla natura dell’uomo: non muore mai, al massimo rimane quieto per un po’, in attesa dello stimolo giusto; e quando gli italiani ne avranno più bisogno, ritornerà virale e infiammerà le piazze come un tempo. Si spera senza un contesto irreversibile.

 

A cura di

Pablo De Ciantis

Storia d'Italia: tra scandali e voglia di rinascita

Il 17 marzo 1861 viene ufficialmente proclamato il Regno d’Italia, con capitale Torino: al momento dell’unificazione, di 25 milioni di italiani solo una piccola percentuale, tra il 2,5% e il 10%, è in grado di sostenere una conversazione nella lingua nazionale; inoltre, il 75% della popolazione è analfabeta; sulla base di questi dati si può benissimo intuire come il quadro sociale sia già sufficientemente complesso, ma i problemi non finiscono certamente qui; nel contesto di un’Italia povera e rurale, non mancano infiltrazioni della criminalità organizzata, disparità di trattamento tra regioni, malagestione… la nascita e lo sviluppo dello Stato italiano differiscono per modi e metodi rispetto al processo di costituzione di altri Stati europei: il “capriccio” dell’unificazione stesso parte dai ceti più abbienti, dalla borghesia liberale, dagli intellettuali, e non dal popolo; è più la necessità di adeguarsi alla realtà della globalizzazione, che una conseguenza della stessa, e ciò non ha di certo favorito uno sviluppo completo, omogeneo, graduale e dunque in linea con gli esempi virtuosi dell’epoca. Il culmine dei vari illeciti lo abbiamo con lo scandalo della banca romana, il primo vero caso politico di rilevanza nazionale, focus centrale delle cronache del tempo.
 

Lo scandalo in "soldoni"

Premessa doverosa: in Italia esisteva già una moneta unica, la lira, ma la circolazione cartacea era assicurata da banche locali, legate ai vecchi Stati italiani. Non esisteva, come ai giorni nostri, una banca centrale, c’erano più istituti di credito che si occupavano di emettere moneta; la vigilanza su queste entità non era affidata a un istituto indipendente, ma al potere politico, più precisamente al ministero dell’agricoltura, dell’industria e del commercio.
 
La nostra storia parte dal 20 settembre 1870, con la conquista di Roma da parte dell’esercito italiano; un anno più tardi, l’Urbe diventa capitale del Regno d’Italia, sostituendo Firenze, e ha così inizio il grande flusso in entrata di funzionari di governo, ministri, parlamentari e potenti della politica vari. In 20 anni, il numero di abitanti raddoppia. Tra le conseguenze dell’annessione abbiamo anche la trasformazione della Banca degli Stati pontifici in Banca Romana, che diventa uno dei sei istituti di emissione. Tutti questi cambiamenti repentini coincidono quasi alla perfezione con lo scoppio della crisi internazionale del 1873: come ricorda molto bene lo storico Francesco Perfetti, in un’Italia a bassa industrializzazione, è indubbio che il grosso del problema risieda nella speculazione edilizia, e Roma ne è la principale vittima; i tanti arrivi e la conseguente mobilità interna obbligano alla costruzione di nuove residenze e alla ristrutturazione di palazzi e abitazioni già esistenti. A occuparsi del finanziamento di tali progetti è naturalmente la Banca Romana, finita nell’occhio del ciclone solo decine di anni più tardi, nel 1889, a seguito di un’ispezione su tutti gli istituti di emissione per iniziativa del ministro Luigi Miceli; viene incaricato delle indagini Giuseppe Giacomo Alvisi, senatore del Regno, uomo delle istituzioni, che scopre un quantitativo strabordante di irregolarità; interrogato sul tema, Bernardo Tanlongo, governatore della banca per il biennio 1881-1882, confessa parte delle accuse: ammette il prestito di denaro senza garanzie, ma nega ogni possibile coinvolgimento nella stampa e circolazione di banconote false.
 
Alvisi a questo punto vorrebbe portare il caso in parlamento, all’attenzione dei potenti e sotto i riflettori della stampa nazionale, ma per paura delle ripercussioni politiche, con suo grande rammarico la faccenda viene insabbiata; da lì a poco sarebbe morto, e il suo lavoro andato disperso: per scongiurare eventualità di questo tipo, decide di trasmettere la sua relazione, nel formato di una lettera, a Leone Wollemborg, deputato amico, chiedendogli di aprirla e condividerne il contenuto solo dopo il suo decesso. Le sue volontà vengono rispettate: il 10 dicembre 1892, Napoleone Colajanni, deputato del Regno, repubblicano, entra in possesso della sua relazione a seguito di un incontro segreto con Wollemborg a Montecitorio. Il 20 dicembre dello stesso anno, proprio Colajanni prende parola in parlamento: “Mantenere il silenzio e fare finta di niente è semplicemente delittuoso”. Conti correnti di comodo, ammanchi per decine di milioni di lire, prestiti senza garanzie, stampa di biglietti falsila classe politica tutta è coinvolta, anche Crispi, capo di governo ai tempi della prima ispezione; Giolitti preferirebbe lasciar correre, ma a questo punto è costretto a istituire una seconda commissione d’inchiesta: il suo coinvolgimento è minore rispetto ad altri uomini di potere, aveva soltanto preso un prestito, ritenuto legittimo, ma era anche il personaggio che aveva proposto Tanlongo alla nomina di senatore del Regno.
 
A proposito di Tanlongo: il 19 gennaio 1893 viene arrestato, assieme ad alcuni suoi collaboratori, e parte dei suoi documenti messa sotto sequestro. La sua eventuale condanna rappresenterebbe una sentenza anche per esponenti di primo piano del governo e della monarchia.
 

Le conseguenze del processo

Il processo a carico del machiavellico Tanlongo, esteso a importanti politici e alla Corona italiana, termina il 28 luglio 1893 con un nulla di fatto: assolto il governatore e tutti gli altri imputati minori. 
 
Per quanto questo caso abbia avuto una risonanza mediatica importante, le conseguenze effettive furono praticamente inesistenti, tutt’al più impercettibili: finì la carriera politica di Crispi, il quale tentò in tutti i modi - senza successo - di portare giù con sé anche Giolitti, furbescamente fuggito alla gogna mediatica; spuntò, dagli atti, un possibile coinvolgimento di Re Umberto I, ma anche qui, nulla di fatto, tutto oscurato per ordini dall’alto. Si ritenne l’immagine dell’Italia e dell’integrità morale delle istituzioni fosse a rischio; si ritenne la giustizia dovesse addolcire la pillola per non far scoppiare la bolla e suscitare l’ira del popolo. Questione, insomma, di “interesse nazionale”, superiore persino alla legge. L’unico risvolto pratico fu l’istituzione della Banca d’Italia, che accorpò quattro dei sei istituti di credito; una magra consolazione, un contentino per chi da anni, tra i numerosi emendamenti della sinistra storica respinti e i tentativi di Cavour di centralizzare l’emissione monetaria, denunciava le irregolarità del sistema bancario italiano. Uno scandalo politico riuscì laddove forze anche di diversa trazione ideologica avevano fallito, seppure popolari, seppure maggioritarie, e ci riuscì soltanto a metà. 
 
L’Italia è sempre stato un Paese di corporazioni, stagnante, immobile… per quanto i problemi della classe dirigente attuale siano ben diversi da quella di fine XIX secolo, l’inefficienza abbonda oggi come allora, e così è sempre stato, anche negli anni d’oro della politica italiana, anche in pieno miracolo economico: la mancanza di lungimiranza e di una visione a medio-lungo termine sono una consuetudine nella storia dello Stato Italia, Regno o Repubblica che sia; aggiungiamo a tutto questo una corruzione di fondo dilagante e il gioco è fatto: il terreno diventa fertile per l’antipolitica, che se possibile è anche peggio della malafede dei “rappresentanti del popolo”, impulsiva e inconcludente com’è. In virtù di ciò, quale potrebbe essere la soluzione? Astenersi? È sicuramente un’opzione, ma molto meglio, anche se più scomodo per certi versi, sarebbe cercare le eccezioni, gli “Alvisi”: per dare una chiave di lettura alternativa dell’intera vicenda dello scandalo della Banca Romana, dico che la politica non è tutta spazzatura: esiste l’eccellenza, anche in Italia, e valorizzarla è compito nostro; per farlo c’è soltanto uno strumento valido: il voto, e vale quindi la pena recarsi al seggio quelle poche volte che ci viene richiesto e promuovere l’impegno di chi, come noi, non accetta il decadimento del Paese, non sopporta l’immobilismo e riesce a intravedere una via d’uscita, un’alternativa valida al malcostume e alle urla, ai personalismi e all’inefficienza.
 
 
A cura di
Pablo De Ciantis

Stufi del tifo da stadio: al conflitto urge oggettività

Il conflitto israelo-palestinese è materiale complesso, delicato, profondamente divisivo anche per chi, come noi, è molto lontano geograficamente e culturalmente dal Medio Oriente
Nel mentre che dibattiamo, osserviamo due diverse chiavi di lettura della questione: realismo politico contro legittimità storica. Meglio dare una valutazione realista, sulla base del quadro politico attuale, delle necessità del proprio schieramento, oppure riavvolgere il nastro, tornare indietro nel tempo e giudicare sulla base della verità storica? Entrambe le proposte portano con sé pregi e difetti… proviamo a servirci della questione palestinese, senza entrare nel merito di chi ha ragione e chi ha torto, per cercare di comprendere il ragionamento alla base dell’uno e dell’altro approccio, e magari riflettere su come dovremmo affrontare il dibattito degli ultimi giorni.
 

Realismo politico

Il realismo politico trae le sue conclusioni sulla base delle circostanze attuali; non taglia completamente fuori dall’equazione la ricostruzione storica o la parte etico-morale, ma sicuramente le ridimensiona a tal punto dal renderle pressoché insignificanti: possiamo dire se ne serva esclusivamente in maniera strumentale. Il suo più grande pregio è che offre una soluzione immediata ed efficace; Hamas, organizzazione politico-terroristica in pieno controllo della striscia di Gaza dal 2006, vede nell’uso della violenza un modo per emanciparsi definitivamente da Israele e costituire uno Stato palestinese indipendente e sovrano: in molti dopo l’attacco a Israele, pur non apprezzandone i metodi, hanno giustificato Hamas, ritenendo, considerate le circostanze, non vi potesse essere altra soluzione. 
Allo stesso modo tanti altri sostengono le ragioni di Israele, rimasto vittima dell’inaspettata offensiva di Hamas. L’idea alla base è: donne, uomini e bambini presi in ostaggio e/o brutalmente uccisi, bombardamenti aerei indiscriminati, invasione ed occupazione di diverse zone abitate del territorio israeliano…in che modo potrebbe agire Israele se non con una pesante, anche violenta se necessario controffensiva?
In questi esempi se na fa ancora una questione morale, ma occhio: tra i difetti di questa interpretazione, c’è sicuramente una visione del tema che traspare come piuttosto cinica, noncurante delle conseguenze, che spesso sfocia in un inasprimento del dibattito pubblico e porta a un passo dall’utilitarismo, dove tutto è concesso per necessità politiche.
 

Ricerca storica

Conoscere il passato per comprendere il presente: tra i pregi di questo genere di approccio c’è sicuramente la volontà di indagare a fondo sulla legittimità dei reclami di una parte e dell’altra, facendo leva sul tema etico-morale e cercando di offrire una soluzione il più accurata possibile dal punto di vista storico. Il problema, paradossalmente, risiede proprio qui: la storia è tutt’altro che asettica, esistono centinaia di migliaia di interpretazioni differenti, gran parte di esse accurate, tutte diverse nei particolari o nell’intera sostanza, frutto della personalissima formazione dello storico. Tutto ciò rende difficile, se non impossibile, una lettura univoca.
La questione israelo-palestinese è un continuo susseguirsi di fatti storici per niente di facile lettura, e ha inizio ben prima della proclamazione dello stato di Israele del 14 maggio 1948: i primi insediamenti ebrei “recenti” nell’area avvengono già a partire dal XIX secolo, incentivati dalle persecuzioni anti-ebraiche in Europa, e parliamo di insediamenti pacifici. Questo giustifica la creazione a tavolino di uno Stato ebraico in Palestina? I mussulmani sono sempre stati maggioritari nell’area: anche al momento della partizione, costituivano oltre il 60% della popolazione totale dell’area: 1.237.000 su 1.845.000; tuttavia, il restante 30% circa, erano ebrei. Israele poi, fin dalla nascita, dall’altra parte della cornetta ha a che fare con sostenitori del totale sterminio degli ebrei, oltre che dello smantellamento dello stato di Israele: è dal 1964, infatti, anno di fondazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che Israele ha a che fare con attentati nei confronti della popolazione civile e militare, e prima ancora aveva combattuto due guerre contro tutti i Paesi arabi dell’area. Questo però giustifica le persecuzioni dei governi Netanyahu? Ci sono report su report redatti da associazioni indipendenti, in molti casi anche israeliane, a conferma delle barbarie nei confronti dei palestinesi inermi. Questo giochetto potrebbe andare avanti non stop, ma ci fermiamo qua, penso il concetto sia piuttosto chiaro.
 

Prendete posizione

In un clima socio-politico di questo tipo, il favore più grande che ci si possa fare è rimanere informati, avere consapevolezza della complessità del tema e valutare la situazione usando un approccio critico, coerenti con sé stessi, rispettosi della propria intelligenza e consci della realtà circostante. Non abbiate paura di formarvi un’opinione, di prendere ed esprimere una posizione: solo fatelo in maniera autonoma, senza fare troppo riferimento al politico di turno per poi magari rischiare di andare ad accorpare l’una o l’altra tifoseria. E se pensate le vostre idee siano giuste, non c’è bisogno di inventarsi o negare nulla per giustificarle: partite dai fatti, storici e attuali, e poi date la vostra personalissima interpretazione della questione. 
 
 
A cura di
Pablo De Ciantis
 

 

I videogiochi e il nemico inesistente

Nati come semplice passatempo, i videogiochi hanno conosciuto una trasformazione epocale nel corso degli anni, fino a diventare vere e proprie opere d'arte interattive, involucro di ambientazioni, musiche, storie e personaggi dal forte eco nel “mondo reale”.  Per quanto ancora oggi una buona fetta di persone li consideri “bambocciate”, il peso culturale - e politico - dei videogiochi rimane di notevoli proporzioni. Non tutti, naturalmente, impegnano in profonde analisi esistenziali il videogiocatore: esistono titoli creati con l’unico scopo di guadagnare un po’ di soldi facili, produzioni incomplete, malriuscite e via discorrendo; esistono anche giochi leggeri, ma non per questo piatti e meno riflessivi; ad alcuni tutte queste
sembreranno delle ovvietà, ma il target dell’articolo non vuole limitarsi ai soli conoscitori del tema cardine: tratteremo di usi e costumi, controversie, evoluzione del linguaggio, politica… il tutto parlando sempre di videogiochi. Leggere per credere.

 

Usi e costumi

Il background culturale di una produzione videoludica ricopre un ruolo fondamentale nella buona riuscita della stessa, a partire dall’ambientazione: cosa sarebbe “Ghost of Tsushima” senza la suggestiva cornice del Giappone medievale? Cosa sarebbe Crash Bandicoot senza la ricca varietà di un arcipelago australiano, in parte contaminato da insediamenti industriali, in parte libero? Di esempi ne avremmo all’infinito; il punto è che una buona ambientazione, ricca di dettagli e possibilmente funzionale al gameplay, impreziosisce un videogioco, lo rende unico nel suo genere, e talvolta ne condiziona anche i dati di vendita: la saga di Crash Bandicoot, per l’appunto, è molto popolare tra i videogiocatori australiani e neozelandesi, come testimoniato dalle ottime vendite in quei due mercati. Non solo l’ambientazione: conta anche la caratterizzazione dei personaggi, la colonna sonora, la filosofia degli sviluppatori… molto banalmente, pensate quanto perderebbe Super Mario senza la sua caricaturale italianità, oppure Nathan Drake senza la sua presuntuosa e indisponente sicurezza di sé… anche qua, di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe. E le musiche? Pensate che dietro la soundtrack ufficiale di Skylander, videogioco del genere toys to life, molto in voga tra i ragazzini degli anni ‘10, c’è un grande compositore come Hans Zimmer; alcune melodie, poi, sono impresse nella nostra mente e occasionalmente, di tanto in tanto, riaffiorano: i motivetti di Pac-Man, Tetris, Sonic, Pokemon… per le nuove generazioni pensiamo a Fall Guys, Fortnite e Among Us, solo per citare i più conosciuti. Dietro i grandi titoli c’è sempre un massiccio lavoro di ricerca, oltre che di sviluppo: un lavoro che non richiede settimane o mesi, ma interi anni, che si tratti di Super Mario Odyssey, dai toni più fanciulleschi e spensierati, dalla palette dei colori più accesa, oppure di titoli più macabri, profondi e maturi come la saga di The Last Of Us.

 

Il linguaggio

Come conseguenza della globalizzazione, il nostro linguaggio è via via sempre più contaminato da parole straniere: in larga maggioranza parliamo di anglicismi, dunque prestiti dall’inglese. I videogiochi non hanno inventato niente di tutto ciò, ma ne hanno sicuramente accellerato la diffusione: già solo nel settore, molti dei termini tecnici rimangono in lingua originale - frame rate; ram; lag…-, ma anche tra videogiocatori, dunque tra persone comuni e non esperti del settore, pullulano gli anglicismi: a volte sono termini inglesi passati attraverso un processo di “italianizzazione” - vedi startare, ovvero iniziare; pushare, ovvero spingere; pinnare, ovvero contrassegnare - , altre volte veri e propri prestiti - noob, quest…-. Nel 2023 i videogiochi sono un fenomeno globale, estremamente popolare e trasversale all’età, e in virtù di ciò, il linguaggio videoludico condiziona anche il parlato di tutti i giorni, senza limitarsi alla sola sessione di gioco.

 

L’incontro con la politica

Videogiochi e politica, ma soprattutto videogiochi e politici, si incontrano - e si scontrano - su più fronti: nell’aprile di quest’anno, il presidente brasiliano Lula aveva definito i videogiochi spazzatura” affermando come “insegnino ai bambini a uccidere”; in altri Paesi, come ad esempio la Cina, esistono forti limitazioni all’industria del gaming e ai videogiocatori stessi. Insomma, nonostante la situazione sia decisamente migliorata rispetto a fine XX secolo e primi anni 2000, ancora oggi si respira una forte aria di diffidenza attorno a questo settore; eppure di progresso ne è stato fatto: dall’essere considerati unarobaccia per maschialla dimensione globale di oggi, dove esistono giochi di ogni genere, adatti a qualsiasi tipo di pubblico. In generale, diffidate da chiunque voglia darvi un’idea precisa dello scopo concettuale dei videogiochi: per riprendere il primo paragrafo dell’articolo, sono arte, e come ogni forma d’arte, rappresentano un mezzo, non il fine. I videogiochi possono essere un semplice passatempo, raccontare una storia complessa, sfidare i limiti della nostra società - come fece “Tomb Raider” nel ‘96 con Lara Croft, unica protagonista donna in un’industria dominata dagli uomini - e cambiare con essa - per fare un esempio, i nuovi capitoli Pokemon riconoscono l’influencer come mestiere -. Hanno anche funzione pedagogica, agiscono da argomento di conversazione, plasmano individui, forniscono idee e spunti per la vita di tutti i giorni… e potremmo andare avanti all’infinito.

 

A cura di

Pablo De Ciantis