Storia d'Italia: tra scandali e voglia di rinascita

Storia d'Italia: tra scandali e voglia di rinascita
Il 17 marzo 1861 viene ufficialmente proclamato il Regno d’Italia, con capitale Torino: al momento dell’unificazione, di 25 milioni di italiani solo una piccola percentuale, tra il 2,5% e il 10%, è in grado di sostenere una conversazione nella lingua nazionale; inoltre, il 75% della popolazione è analfabeta; sulla base di questi dati si può benissimo intuire come il quadro sociale sia già sufficientemente complesso, ma i problemi non finiscono certamente qui; nel contesto di un’Italia povera e rurale, non mancano infiltrazioni della criminalità organizzata, disparità di trattamento tra regioni, malagestione… la nascita e lo sviluppo dello Stato italiano differiscono per modi e metodi rispetto al processo di costituzione di altri Stati europei: il “capriccio” dell’unificazione stesso parte dai ceti più abbienti, dalla borghesia liberale, dagli intellettuali, e non dal popolo; è più la necessità di adeguarsi alla realtà della globalizzazione, che una conseguenza della stessa, e ciò non ha di certo favorito uno sviluppo completo, omogeneo, graduale e dunque in linea con gli esempi virtuosi dell’epoca. Il culmine dei vari illeciti lo abbiamo con lo scandalo della banca romana, il primo vero caso politico di rilevanza nazionale, focus centrale delle cronache del tempo.
 

Lo scandalo in "soldoni"

Premessa doverosa: in Italia esisteva già una moneta unica, la lira, ma la circolazione cartacea era assicurata da banche locali, legate ai vecchi Stati italiani. Non esisteva, come ai giorni nostri, una banca centrale, c’erano più istituti di credito che si occupavano di emettere moneta; la vigilanza su queste entità non era affidata a un istituto indipendente, ma al potere politico, più precisamente al ministero dell’agricoltura, dell’industria e del commercio.
 
La nostra storia parte dal 20 settembre 1870, con la conquista di Roma da parte dell’esercito italiano; un anno più tardi, l’Urbe diventa capitale del Regno d’Italia, sostituendo Firenze, e ha così inizio il grande flusso in entrata di funzionari di governo, ministri, parlamentari e potenti della politica vari. In 20 anni, il numero di abitanti raddoppia. Tra le conseguenze dell’annessione abbiamo anche la trasformazione della Banca degli Stati pontifici in Banca Romana, che diventa uno dei sei istituti di emissione. Tutti questi cambiamenti repentini coincidono quasi alla perfezione con lo scoppio della crisi internazionale del 1873: come ricorda molto bene lo storico Francesco Perfetti, in un’Italia a bassa industrializzazione, è indubbio che il grosso del problema risieda nella speculazione edilizia, e Roma ne è la principale vittima; i tanti arrivi e la conseguente mobilità interna obbligano alla costruzione di nuove residenze e alla ristrutturazione di palazzi e abitazioni già esistenti. A occuparsi del finanziamento di tali progetti è naturalmente la Banca Romana, finita nell’occhio del ciclone solo decine di anni più tardi, nel 1889, a seguito di un’ispezione su tutti gli istituti di emissione per iniziativa del ministro Luigi Miceli; viene incaricato delle indagini Giuseppe Giacomo Alvisi, senatore del Regno, uomo delle istituzioni, che scopre un quantitativo strabordante di irregolarità; interrogato sul tema, Bernardo Tanlongo, governatore della banca per il biennio 1881-1882, confessa parte delle accuse: ammette il prestito di denaro senza garanzie, ma nega ogni possibile coinvolgimento nella stampa e circolazione di banconote false.
 
Alvisi a questo punto vorrebbe portare il caso in parlamento, all’attenzione dei potenti e sotto i riflettori della stampa nazionale, ma per paura delle ripercussioni politiche, con suo grande rammarico la faccenda viene insabbiata; da lì a poco sarebbe morto, e il suo lavoro andato disperso: per scongiurare eventualità di questo tipo, decide di trasmettere la sua relazione, nel formato di una lettera, a Leone Wollemborg, deputato amico, chiedendogli di aprirla e condividerne il contenuto solo dopo il suo decesso. Le sue volontà vengono rispettate: il 10 dicembre 1892, Napoleone Colajanni, deputato del Regno, repubblicano, entra in possesso della sua relazione a seguito di un incontro segreto con Wollemborg a Montecitorio. Il 20 dicembre dello stesso anno, proprio Colajanni prende parola in parlamento: “Mantenere il silenzio e fare finta di niente è semplicemente delittuoso”. Conti correnti di comodo, ammanchi per decine di milioni di lire, prestiti senza garanzie, stampa di biglietti falsila classe politica tutta è coinvolta, anche Crispi, capo di governo ai tempi della prima ispezione; Giolitti preferirebbe lasciar correre, ma a questo punto è costretto a istituire una seconda commissione d’inchiesta: il suo coinvolgimento è minore rispetto ad altri uomini di potere, aveva soltanto preso un prestito, ritenuto legittimo, ma era anche il personaggio che aveva proposto Tanlongo alla nomina di senatore del Regno.
 
A proposito di Tanlongo: il 19 gennaio 1893 viene arrestato, assieme ad alcuni suoi collaboratori, e parte dei suoi documenti messa sotto sequestro. La sua eventuale condanna rappresenterebbe una sentenza anche per esponenti di primo piano del governo e della monarchia.
 

Le conseguenze del processo

Il processo a carico del machiavellico Tanlongo, esteso a importanti politici e alla Corona italiana, termina il 28 luglio 1893 con un nulla di fatto: assolto il governatore e tutti gli altri imputati minori. 
 
Per quanto questo caso abbia avuto una risonanza mediatica importante, le conseguenze effettive furono praticamente inesistenti, tutt’al più impercettibili: finì la carriera politica di Crispi, il quale tentò in tutti i modi - senza successo - di portare giù con sé anche Giolitti, furbescamente fuggito alla gogna mediatica; spuntò, dagli atti, un possibile coinvolgimento di Re Umberto I, ma anche qui, nulla di fatto, tutto oscurato per ordini dall’alto. Si ritenne l’immagine dell’Italia e dell’integrità morale delle istituzioni fosse a rischio; si ritenne la giustizia dovesse addolcire la pillola per non far scoppiare la bolla e suscitare l’ira del popolo. Questione, insomma, di “interesse nazionale”, superiore persino alla legge. L’unico risvolto pratico fu l’istituzione della Banca d’Italia, che accorpò quattro dei sei istituti di credito; una magra consolazione, un contentino per chi da anni, tra i numerosi emendamenti della sinistra storica respinti e i tentativi di Cavour di centralizzare l’emissione monetaria, denunciava le irregolarità del sistema bancario italiano. Uno scandalo politico riuscì laddove forze anche di diversa trazione ideologica avevano fallito, seppure popolari, seppure maggioritarie, e ci riuscì soltanto a metà. 
 
L’Italia è sempre stato un Paese di corporazioni, stagnante, immobile… per quanto i problemi della classe dirigente attuale siano ben diversi da quella di fine XIX secolo, l’inefficienza abbonda oggi come allora, e così è sempre stato, anche negli anni d’oro della politica italiana, anche in pieno miracolo economico: la mancanza di lungimiranza e di una visione a medio-lungo termine sono una consuetudine nella storia dello Stato Italia, Regno o Repubblica che sia; aggiungiamo a tutto questo una corruzione di fondo dilagante e il gioco è fatto: il terreno diventa fertile per l’antipolitica, che se possibile è anche peggio della malafede dei “rappresentanti del popolo”, impulsiva e inconcludente com’è. In virtù di ciò, quale potrebbe essere la soluzione? Astenersi? È sicuramente un’opzione, ma molto meglio, anche se più scomodo per certi versi, sarebbe cercare le eccezioni, gli “Alvisi”: per dare una chiave di lettura alternativa dell’intera vicenda dello scandalo della Banca Romana, dico che la politica non è tutta spazzatura: esiste l’eccellenza, anche in Italia, e valorizzarla è compito nostro; per farlo c’è soltanto uno strumento valido: il voto, e vale quindi la pena recarsi al seggio quelle poche volte che ci viene richiesto e promuovere l’impegno di chi, come noi, non accetta il decadimento del Paese, non sopporta l’immobilismo e riesce a intravedere una via d’uscita, un’alternativa valida al malcostume e alle urla, ai personalismi e all’inefficienza.
 
 
A cura di
Pablo De Ciantis