Sindaci al terzo mandato: una riforma necessaria?

Il nostro paese è storicamente stratificato in modo diverso tra le regioni settentrionali e meridionali (anche) per quanto concerne la struttura amministrativa. Mentre al Nord si contano numerosi comuni, spesso di dimensioni ridotte, al centro-sud prevale una situazione in cui i comuni sono meno numerosi, ma più estesi. Un confronto tra il Piemonte e la Sicilia, regioni con una popolazione simile di circa 4 milioni di abitanti, evidenzia uno scarto significativo: 1180 comuni in Piemonte contro i 391 in Sicilia. Questa stratificazione ha radici storiche che risalgono all'età medievale ed è una riflessione che ci permette di capire con occhio attento una questione di rilevanza strutturale, ovvero il limite di due mandati per i sindaci di comuni con oltre 3.000 abitanti.
 

Crisi del radicamento territoriale

Esprimere classe dirigente sul territorio è uno degli esercizi più faticosi che la politica possa fare attualmente, soprattutto in un contesto in cui i partiti attraversano una periodo di grave crisi, incapaci di generare una solida cultura politica sui territori. Nel Sud Italia, in particolare nei piccoli centri urbani con oltre 5.000 abitanti, emergono difficoltà nell'identificare una classe dirigente e amministrativa. Nelle elezioni comunali di tali centri diventa sempre più comune la presentazione di una sola lista e di un solo candidato a sindaco, talvolta ricorrendo all’escamotage delle liste civetta per evitare problemi di quorum.
 

La proposta dell'ANCI

Il sindaco di Bari e presidente dell'Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), Antonio Decaro, ha affrontato con determinazione il problema, rilanciando la proposta di un terzo mandato per i sindaci dei comuni con oltre 5.000 abitanti durante l'ultima Assemblea dell'ANCI. Decaro ha argomentato che la richiesta di estendere la possibilità di un terzo mandato a tutti i comuni si basa sull'osservazione di questa anomalia tutta italiana. Ha sottolineato che, a differenza degli altri paesi europei, l'Italia è il solo paese che ha limiti di mandato per i sindaci, oltre al Portogallo che di mandati, però, ne prevede quattro. Decaro ha insistito sul fatto che la durata del mandato dovrebbe essere determinata dai cittadini, in modo simile ad altre figure istituzionali. Ha evidenziato la disparità di trattamento tra sindaci e parlamentari, poiché i primi sono sottoposti a limiti di mandato mentre i secondi possono restare in carica per tutta la vita. Decaro ha rilevato l'importanza di valutare il lavoro del sindaco, sottolineando che, se non soddisfa le aspettative dei cittadini, quest'ultimi hanno il diritto di riconfermarlo o di “mandarlo a casa”. Negli ultimi mesi, diversi sindaci hanno appoggiato la proposta dell'ANCI, chiedendo un intervento legislativo in merito. 
 

Superare il limite dei due mandati: necessità o rischio?

Tuttavia, va considerato che il superamento dei mandati potrebbe comportare rischi significativi. Se da un lato assicura continuità amministrativa, dall'altro potrebbe cristallizzare il potere politico, clientelare e di interessi intrecciati nel corso degli anni. Ciò potrebbe impedire il rinnovamento della classe dirigente, favorendo un'egemonia politica stagnante, fenomeno riscontrabile, in particolare, nel sud Italia. Questa concentrazione di potere nelle mani di pochi non favorisce il ricambio della classe dirigente, bloccando e saturando il processo legislativo e amministrativo.
 
Queste preoccupazioni sono state 'condivise' anche dalla Corte Costituzionale, che si è espressa su una legge regionale della Sardegna (sentenza 60/2013) che proponeva l'abolizione del limite di due mandati. La Consulta ha sottolineato l'importanza di evitare una concentrazione eccessiva di potere nelle mani di una singola figura per tanto tempo, tuttavia riconosce anche la necessità di trovare un limite ragionevole
 
La maggioranza sembra aver intrapreso una strada di mediazione, proponendo di estendere il terzo mandato solo ai sindaci dei comuni con meno di 15.000 abitanti. Questo al fine di bilanciare la necessità di continuità amministrativa con la prevenzione di concentrazioni eccessive di potere.
 

I presidenti di Regione

La situazione per i presidenti di Regione, invece, è più complessa rispetto ai sindaci. Secondo il costituzionalista Mauro Volpi: “A differenza dei sindaci, per cui vale la legge dello Stato, la Costituzione prevede che le regole per l’elezione dei consigli regionali e dei presidenti di regione siano determinate dalle regioni stesse, sulla base di principi generali stabiliti dalla legge statale”.
 
 
A cura di
Antonio Bianchino

L'Italia è il paese dei NEET: 3 milioni di ragazzi invisibili

Nel 2020, l'Italia ha registrato un allarmante aumento dei giovani NEET, ovvero coloro che, tra i 15 e i 34 anni, non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Con oltre 3 milioni di ragazzi in questa condizione, l'Italia si conferma il paese europeo con la più alta incidenza di NEET.
 

Disuguaglianze territoriali e di genere

Le disuguaglianze sono evidenti sia dal punto di vista territoriale che di genere. Nel Sud Italia, la presenza di giovani NEET è del 39%, superando nettamente il 23% del Centro Italia, il 20% del Nord-Ovest e l'18% del Nord-Est. Le regioni meridionali, in particolare Sicilia, Calabria e Campania, si collocano ai primi posti con percentuali molto alte e preoccupanti. Anche il rapporto tra età e NEET mostra un aumento significativo al Sud: più cresce l'età, più aumenta la quota di giovani inattivi. Le donne rappresentano il 56% di questa categoria, e la loro prevalenza rimane costante nel tempo, evidenziando le sfide particolari che le donne affrontano nel cercare di uscire da questa condizione.
 

Analisi dettagliata dei NEET in Italia

Oltretutto al Sud, dove la disoccupazione giovanile è molto critica, vi è un preoccupante 20% che, sebbene disponibile, ha abbandonato la ricerca di lavoro. Questa tendenza è più marcata tra i diplomati (32%) e coloro con titoli di studio inferiori (16%). Inoltre, il 36,3% dei disoccupati è alla ricerca di lavoro da più di un anno.
 
Le disuguaglianze di genere emergono anche nell'analisi dei ruoli familiari, con il 26% dei NEET che sono genitori viventi al di fuori del nucleo familiare originario. In questo contesto emerge anche un divario di genere, le madri NEET costituiscono il 23%, mentre i padri NEET rappresentano solo il 3%.
 
Le disuguaglianze si estendono anche alle differenze di cittadinanza e migrazione. I giovani di origine straniera sono meno numerosi (18% del totale), la maggioranza sono donne (57%), con la licenza media come titolo di studio prevalente (48,4%). L'analisi dei dati ha permesso di definire quattro cluster che aiutano a comprendere meglio il fenomeno NEET, sottolineando la necessità di politiche pubbliche mirate.
 
In sintesi, il rapporto rivela una situazione critica che richiede interventi integrati e sostenibili nel tempo per vincere le sfide che la gioventù italiana Neet sta affrontando, superando gli stereotipi e adottando approcci intersezionali.

 

I profili dei NEET

I dati hanno permesso di definire alcune categorie che caratterizzano i NEET in Italia. Tra questi, i "Giovanissimi fuori dalla scuola" tra i 15 e i 19 anni, i "Ventenni alla ricerca di una prima occupazione" nel Mezzogiorno, gli "Ex occupati in cerca di un nuovo lavoro" tra i 25 e i 29 anni e gli "Scoraggiati" tra i 30 e i 34 anni.
 
 
La condizione dei giovani NEET in Italia è complessa e richiede interventi mirati. Le disuguaglianze strutturali del Paese incidono sulla situazione, e il fenomeno si manifesta in varie sfaccettature. Affrontare questa emergenza sociale richiede un approccio integrato, con percorsi di media-lunga durata che comprendano innalzamento delle competenze, interventi di accompagnamento e inserimento al lavoro.
 
L'istruzione si conferma come uno degli strumenti di protezione più cruciali, e la creazione di reti di supporto familiare, sociale ed educativo è essenziale. Strategie territoriali e locali, in grado di raggiungere e coinvolgere i giovani a rischio, sono fondamentali per prevenire e recuperare coloro che si trovano in questa difficile situazione.
 
Il dramma dei giovani NEET in Italia richiede un impegno concreto e coordinato da parte delle istituzioni e della società per offrire opportunità e speranza a una generazione in evidente difficoltà.
 
 
A cura di
Antonio Bianchino
 
 
 
 

 

Verso Sud: spopolamento e speranza di rinascita

Se Calcutta, nell'ultimo album, ci fa notare che "sembriamo tutti più soli al Nord", Franco Arminio, celebre poeta e paesologo, risponde con una visione rivoluzionaria: "Cominciamo la grande migrazione al contrario, verso il Sud."
 
L'Italia è un paese di paesi, ma molti di questi paesi stanno morendo, soprattutto nelle sue aree interne. La fuga verso le grandi città è in costante aumento, e i dati dell'Istat ci forniscono uno sguardo impietoso sulla situazione. Nel decennio tra il 2012 e il 2021, il Sud ha visto la partenza di ben 525.000 residenti. Le ragioni di questa desertificazione sono molteplici, ma una delle principali è la fuga verso le città per scopi di studio. Dalle regioni interne del Sud, i giovani si allontanano in cerca di opportunità educative e lavorative altrove, spesso senza mai fare ritorno.
 
Un dato significativo è che oltre il 50% delle iscrizioni ai corsi di laurea magistrale avviene nelle cinque maggiori città italiane: Roma, Milano, Bologna, Napoli e Torino. Questo spostamento massiccio ha un impatto devastante sulle regioni interne, poiché significa la perdita delle componenti più giovani, istruite e produttive della popolazione. Di conseguenza, queste regioni rischiano di trasformarsi in "regioni spettrali," caratterizzate da invecchiamento accelerato e progressivo declino.
 
La domanda fondamentale è: perché chi parte non torna? La risposta è nel difficile panorama economico e lavorativo del Sud. Qui la disoccupazione è spesso il doppio rispetto al resto del Paese e la mancanza di opportunità scoraggia molti giovani dal ritornare. Inoltre, chi non ha le risorse finanziarie per costruirsi un futuro è costretto a cercare altrove le proprie opportunità.
 
Purtroppo, non tutti hanno la possibilità di tornare alle radici e investire nel futuro delle loro terre d'origine. Chi è emigrato per necessità spesso si chiede se un giorno potrà fare ritorno. La chiave per rovesciare questa tendenza è offrire opportunità economiche, educative e lavorative nelle regioni interne, in modo da rendere il ritorno un'opzione attraente. Per invertire questa tendenza, è necessario implementare politiche sociali che affrontano una serie di aspetti chiave. Questi includono la riqualificazione delle regioni interne, l'integrazione dei migranti, l'inserimento lavorativo dei giovani e delle donne, e investimenti mirati per sostenere le imprese locali e migliorare i servizi.
 
È importante sottolineare che i meravigliosi festival estivi, che negli ultimi anni sono in continua diffusione al Sud, pur capaci di illuminare i centri storici e periferici, non risolvono le questioni strutturali. Questi eventi possono mettere in mostra il patrimonio artistico, culturale e naturale delle regioni, ma non affrontano sistematicamente le sfide legate all'occupazione e al benessere economico delle comunità locali. Tuttavia, è incoraggiante notare che molte comunità rurali resistono e cercano di adattarsi alle difficoltà, nonostante l'indifferenza della politica.
 
Dovremmo vedere questa situazione come una vera opportunità per stimolare la rinascita dei borghi e dei piccoli centri. Ciò richiede uno sforzo congiunto per riqualificare e valorizzare il patrimonio locale. Non dobbiamo sottovalutare il potenziale di queste comunità nel contribuire a una rinascita economica e culturale.
 
In conclusione, il futuro delle regioni interne d'Italia non deve necessariamente essere segnato dallo spopolamento. È necessario un impegno congiunto per creare opportunità e riqualificare queste comunità, affrontando le sfide economiche e occupazionali. Solo in questo modo potremo garantire un futuro per i piccoli borghi, contribuendo così alla rinascita dell’intero Paese. Senza avere, come dice Franco Arminio, “la lente del provincialismo dell’Italia che pensa che parlare di piccoli borghi e paesi sia rimanere indietro rispetto alla modernità. La modernità sta invece proprio nella riqualificazione e nella tutela di questo patrimonio.”
 
 
A cura di
Antonio Bianchino

 

La disparità tra Nord e Sud

L'Italia è un paese caratterizzato da profonde divisioni e fratture, ma la più evidente e storica è quella tra Nord e Sud, alla quale si è aggiunta successivamente la "questione meridionale". Questa divisione ha plasmato gran parte della storia della nostra Nazione. Da un lato, si è assistito una narrazione costante che ha dipinto il Nord come il motore trainante e innovativo, responsabile del suo sviluppo economico e della soluzione ai problemi del Sud. Dall'altro lato, il Mezzogiorno ha vissuto una crisi senza precedenti negli ultimi decenni. Ha perso una parte significativa della sua popolazione (soprattutto i giovan)i, ha subìto un declino economico sempre più drammatico e ha visto peggiorare le sue condizioni sociali. Le divisioni interne si sono accentuate, creando disparità tra le regioni montane e le aree urbane, così come tra le diverse città del Sud. Inoltre, si è allontanato sempre di più dal Centro-Nord dell'Italia e dalle altre regioni europee.

 

Timidi segnali

Nonostante alcuni segnali positivi, spesso isolati e frammentati, le politiche pubbliche non sono state sufficienti ad affrontare il declino demografico e produttivo del Mezzogiorno in modo adeguato. La crisi economica del 2008 e la pandemia da Covid-19 hanno ulteriormente indebolito l'area, aumentando la vulnerabilità sociale ed economica. Attualmente,il Mezzogiorno è l'area italiana dove le disuguaglianze sono più acute e diffuse, come dimostrano gli ultimi studi condotti da enti come Svimez, Istat e Fondazione Gimbe. Il PNRR si è posto l'obiettivo di ridurre le disuguaglianze regionali e territoriali, richiamando l'attenzione sulla questione. È una sfida che la politica e le istituzioni non possono ignorare. Queste disuguaglianze si riflettono in modo significativo nei servizi pubblici essenziali, come istruzione, salute e mobilità, che risultano non solo meno accessibili al Sud, ma anche di qualità inferiore rispetto al Nord.

 

La sanità

In primis la sanità, ormai è evidente analizzando i dati che l’aspettativa di vita è più alta al Nord rispetto che al Sud. Questo è dovuto principalmente alle carenze nel Sistema Sanitario
del Sud, emerse durante la pandemia ma radicate da tempo. Nel Mezzogiorno, la mancanza di strutture adeguate costringe i malati a recarsi al Centro-Nord, generando costi personali
elevati. Questa migrazione sanitaria porta a significativi trasferimenti di risorse finanziarie dal Sud al resto del Paese, indebolendo ulteriormente le strutture locali e rafforzando quelle settentrionali. Il rapporto della Fondazione Gimbe indica che le richieste di maggiore autonomia dalle regioni settentrionali accentuerebbe ulteriormente le disuguaglianze, specialmente riguardo gli adempimenti ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e alla mobilità sanitaria. Nel decennio 2010-2019, nessuna regione del Sud ha raggiunto le prime 10 per l'adempimento dei LEA, mentre le regioni richiedenti più autonomia, come Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, si sono posizionate tra le prime cinque. L'analisi della mobilità sanitaria conferma il divario tra Nord e Sud, con regioni del Centro-Sud che hanno registrato un saldo negativo di 14 miliardi di euro nel periodo 2010-2019, mentre il Nord ha avuto saldi positivi significativi. Nel 2020, quasi il 94% della mobilità sanitaria si è concentrata nel Nord, mentre l'83% del saldo negativo è ricaduto sul Sud. Questi dati evidenziano la persistenza delle disuguaglianze e sottolineano la necessità urgente di affrontare il divario strutturale tra le regioni italiane, al fine di garantire l'equità nell'accesso ai servizi sanitari e ridurre la migrazione sanitaria.

 

Gli altri servizi

Le disuguaglianze si riflettono anche sulla mobilità, in particolare sul sistema ferroviario italiano, una componente cruciale dell'infrastruttura del paese. L'Unione Europea, nel pianificare i fondi del PNRR, ha riconosciuto il valore del trasporto ferroviario nell'obiettivo di ridurre l'impatto ambientale rispetto ai mezzi di trasporto più inquinanti. Tuttavia, al Sud, la situazione ferroviaria è meno favorevole rispetto al Nord. Le ferrovie settentrionali sono più estese e veloci, spesso all'altezza o superiori a quelle delle regioni europee più avanzate. Dall'Istat emergono dati che evidenziano treni più vecchi, una minore quantità di corse e linee meno sicure e non elettrificate nel Sud. Ad esempio, in Sicilia, si contano solo 486 corse al giorno di treni regionali, mentre in Lombardia sono ben 2.560, nonostante la Sicilia abbia una popolazione inferiore. Altri esempi mostrano disparità simili, come il numero di corse in Provincia di Bolzano rispetto alla Regione Sardegna. Un’altra fotografia che attesta la disparità fra Nord e Sud la fornisce l’ultimo rapporto Svimez, dove, anche qui, emerge un divario significativo tra il Centro-nord e il Mezzogiorno del paese. Nel Centro-nord, il tasso di abbandono scolastico si attesta al 10,4%, mentre nel Mezzogiorno tale cifra sale al 16,6%. Sorprendentemente, a Napoli, questo tasso sfiora addirittura il 23%. Queste disuguaglianze non sono limitate al settore scolastico, ma si estendono a tutti i servizi correlati, quali mense e strutture sportive a tempo pieno. In pratica, assistiamo a una sorta di dicotomia educativa in Italia, caratterizzata da due mondi a sé stanti. Il Pnrr, pur destinando notevoli risorse all'ambito dell'istruzione, non ha ancora raggiunto l'obiettivo di colmare queste disparità.

 

Scuola e giovani

La priorità attuale dovrebbe essere quella di potenziare il sistema educativo, soprattutto nelle regioni più svantaggiate, garantendo l'accesso agli asili nido, ampliando l'offerta di orari a tempo pieno e potenziando le strutture sportive. Sempre il rapporto Svimez evidenzia l'investimento per alunno nel settore educativo del Pnrr (escludendo gli asili nido) ammonta a 903 euro nella provincia di Milano, dove il tempo pieno è garantito per il 75% degli studenti delle scuole primarie. In contrasto, a Palermo, con solo il 10% di copertura a tempo pieno, l'investimento si ferma a soli 725 euro per alunno. Infine, persiste, come dice il Prof. Domenico Cersosimo, una disuguaglianza di opportunità. Le persone che vivono nel Sud dell'Italia, specialmente nelle zone interne, hanno poche opportunità per avere una vita dignitosa. Questo accade principalmente perché trovare un lavoro stabile e ben remunerato è molto difficile, specialmente per i giovani. Molti giovani del Sud non hanno la possibilità di scegliere se rimanere o partire, a causa della mancanza di opportunità di lavoro adeguate o di condizioni di vita sostenibili. Di conseguenza, sono costretti a lasciare le loro città natali, impoverendo quelle comunità e allo stesso tempo contribuendo a arricchire con nuove risorse e competenze le città di destinazione, senza aver sostenuto i costi di formazione di queste ultime. Queste disuguaglianze profonde e persistenti stanno mettendo in pericolo il progresso dell'intero paese, creando una potenziale trappola di declino. Il Mezzogiorno non va considerato come una remota e sottosviluppata area geografica, bensì come una vasta regione europea strettamente intrecciata nei tessuti umani, economici e sociali dell'Italia. Non è una realtà "diversa", ma un componente cruciale dell'identità di uno Stato.

La forza dell'Italia dovrebbe risiedere nella connessione delle sue molteplici sfaccettature, non nell'omologazione e nella separazione. Il Mezzogiorno e il Nord, nonostante le loro evidenti differenze socioeconomiche, rappresentano risorse complementari per la crescita e lo sviluppo nazionale. Ignorare questa complementarità significa infliggere un danno all'intero paese.

 

A cura di

Antonio Bianchino