Cercasi meritocrazia: una piaga italiana

Il culto del merito, in Italia, ha radici piuttosto profonde e rientra tra i principi fondanti la Costituzione: l’articolo 34 recita infatti che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Leggendo queste parole, viene implicito pensare al merito come una risorsa da custodire, valorizzare e far crescere rigogliosamente in un terreno fertile, in vista di una società più giusta. 

A prescindere da quanto accentuato sia il suo peso, la realtà è che non ne possiamo fare a meno. Nell’odierna società capitalista, quella in cui qualunque traguardo viene valutato in termini economici e di realizzazione personale o materiale, il merito - talvolta correlato alla responsabilità - rappresenta uno dei criteri più importanti attraverso cui è possibile concretizzare il successo individuale

È questo il motivo per cui, chi non vede i propri sforzi adeguatamente valorizzati, prova un senso di profonda frustrazione e di inferiorità. Condizioni, queste, nel medio - lungo periodo profondamente dannose per il singolo, ma anche per l’intera comunità. Le stesse che possono accentuare pericolosamente il disagio sociale, uno degli indici più pregnanti per le nuove generazioni ma rispetto a cui la classe politica, nel suo complesso, risulta piuttosto balbettante. 

 

Il malfunzionamento della meritocrazia 

Seguendo il pensiero di alcuni studiosi liberali, ad ogni persona, all’interno di una comunità, dovrebbero essere garantite le stesse condizioni di partenza per poi, in ottica prettamente individualista, dare spazio al libero arbitrio del singolo; è infatti quest’ultimo che compierà le scelte che riterrà, di volta in volta, più significative. 

Questa dinamica assume ancora più rilevanza se calata nel mercato del lavoro dove, sempre idealmente, si suppone che il merito corrisponda al fatto che, chi esercita una certa professione, si impegni al massimo in essa e che, dimostrando le proprie capacità, riesca a raggiungere i gradi più alti di un’organizzazione, nonché maggiore riconoscimento sociale. 

Ciò da cui parte questo presupposto è l’esistenza di alcuni talenti, ossia capacità innate proprie del singolo individuo, su cui peraltro molti giovani cercano di investire - in termini di tempo, corsi di formazione ma soprattutto denaro – nella speranza di lavorare su di essi al punto tale da realizzare la migliore versione di se stessi e, perché no, ottenere meritatamente successo. 

Tuttavia, in Italia il talento sta diventando sempre più sinonimo di privilegio, ed è così che da più parti ci si trova costretti a fare di necessità virtù, accettando impieghi non in linea con le proprie inclinazioni. Difatti, con profonda amarezza, sono tantissimi i giovani italiani che ogni anno mettono nel cassetto sogni e ambizioni nella consapevolezza che le rinunce e i sacrifici fatti andranno totalmente vani oppure, nel migliore dei casi, verranno ricompensati soltanto presso realtà innovative e all’avanguardia. 

Come rilevato dall’Istat, nonostante il raggiungimento della laurea aumenti notevolmente le possibilità di ingresso nel mondo del lavoro - l’83% dei laureati lavora entro un anno dalla fine degli studi - la richiesta rimane comunque maggiormente pendente per il campo scientifico e tecnico. Questo spiega perché, spesso, a trovare difficoltà nel far collimare studi e lavoro sono coloro i quali hanno scelto facoltà umanistiche, magari proprio assecondando le proprie passioni e i propri talenti. 

Tutto questo ha portato, nel tempo, ad una situazione paradossale, quella che conosciamo con l’etichetta di overqualification: i pochi laureati, soprattutto nelle materie STEM, risultano fin troppo formati e qualificati per le imprese italiane, le stesse che frequentemente cercano di sfruttare fino all’osso le risorse esistenti senza alcun tipo di rinforzo positivo, costringendo così i lavoratori a cercare fortuna all’estero. Dove, invece, la produttività è decisamente più appetibile. 

Quest’ultimo passaggio fa intendere quanto, per i giovani, sia importante il merito personale, effettivamente valorizzato e riconosciuto. E non soltanto in termini meramente economici. In un contesto di forte incertezza e di perdita di orizzonti comuni, esso può essere fonte di profonda motivazione - presente e futura - e progresso collettivo, permettendo inoltre di mantenere uno standard qualitativo mediamente elevato, in linea con le aspettative che puntualmente ricadono sul singolo.  

Intuitivo, dunque, assimilare il merito ad una bussola capace di orientare il singolo - forte delle competenze accumulate e messe alla prova dei fatti - ad intuire su quali aspetti mobilitare un maggior capitale di energie, nonché a perseguire i propri obiettivi nonostante le incertezze e le difficoltà. Nella consapevolezza che ogni attimo speso, ogni compito positivamente assolto otterrà presto il valore che merita. Da qui la fame di conoscenza, la voglia di espandere i propri confini, tutti propositi che caratterizzano l’essere umano fin dalla nascita in virtù degli stimoli che, dalla famiglia prima e dal processo di socializzazione poi, vengono perpetuati. 

 

Do ut des, ma non in Italia

Nostro malgrado, la quotidianità italiana è lontana dal potersi definire pienamente meritocratica, se non per piccole e poco incisive parentesi. A fotografare la situazione è il Meritometro, il primo indicatore quantitativo di misurazione dello “stato del merito”, elaborato dal Forum della Meritocrazia in collaborazione con l’Università Cattolica; il risultato parla chiaro: ultimi per meritocrazia. Non a caso, l’Italia raggiunge il punteggio di 26,39/100, attestandosi a grande distanza da Paesi come Finlandia, Spagna e Germania

Ancora più aberrante il fatto che la sfera politica, quella che per lungo tempo ha sorvolato sul nepotismo e che oggi sbandiera i principi costituzionali come feticcio cercando di ridisegnarne l’impalcatura, rimane perennemente sorda di fronte al grande frastuono delle proteste giovanili. Quelle che chiedono migliori condizioni contrattuali e soprattutto un radicale mutamento socio - culturale. 

Nel nostro Paese, infatti, è soprattutto il settore privato, decisamente più allettante se inteso in quanto “ascensore sociale” rispetto a quello pubblico, a investire sulle potenzialità del capitale umano, andando così a creare una perfetta sincronia tra veterani e neoassunti. La stessa che ha sancito una logica di interdipendenza tra questi ultimi due poli, colonne portanti reciprocamente necessarie e da valorizzare, benché distinte per ragioni generazionali. 

Quanto all’istruzione e alla ricerca, anche in questo caso al merito non sembrano corrispondere corposi riconoscimenti: le borse di studio, basi annuali di sostentamento messe a disposizione per costruire il futuro professionale, sono decisamente esigue, riservate a una fetta di pochissimi eletti o comunque subordinate ad altre variabili che, peraltro, le rendono ancora più inavvicinabili. Ancor più tragica la condizione di chi decide di intraprendere un dottorato universitario, percorso a tutti gli effetti lavorativo e di formazione accademica tutt’oggi non equiparato legalmente ad una qualunque altra professione. Privo, inoltre, di tutte le coperture che ne conseguono: malattia, indennità, congedi per la paternità e per la maternità. 

Dinamica aggravante è, infine, quella legata alla forte disparità tra Nord e Sud del Paese - due binari paralleli, in termini di risorse valorizzabili, sebbene senza possibilità di confluenza e di contagio reciproco. La stessa che, come sostenuto da Nassim Taleb nel suo celebre saggio “Fooled by randomness”, impone, per mezzo della lotteria del caso, condizioni ostacolanti la valorizzazione del merito: il retroterra culturale, la condizione socio - economica della famiglia d’origine, le singole regioni di appartenenza. 

Insomma, ancora prima dell’età adulta, il destino - più o meno vincente - di un giovane appare già scritto, mediamente irremovibile, soprattutto se si è residenti in zone periferiche e poco servite. Unica alternativa, la mobilità verso Paesi con un più alto PIL pro capite, aziende più floride ma, soprattutto, una più alta concezione dell’individuo. Visto, ora, come risorsa imprescindibile.

Considerando la persistenza di questi indici negativi fin dai tempi della Prima Repubblica, di tutto ciò l’intera comunità sta, oggi, pagando un prezzo decisamente elevato. L’intero sistema democratico è infatti in crisi, ma non solo: il contrappeso tra dare ed avere vede quotidianamente svilire l’antica autorità che ne sta alla base. In aggiunta, la scuola sta perdendo il proprio valore intrinseco: fortificare l’individuo, dotarlo di consapevolezza circa il lungo cammino della vita fatto di insidie e bisognoso di spirito di abnegazione. 

 

Una svolta per il bene comune 

Cambiare è possibile? Certo che sì, serve però uno sforzo consistente e collettivo, anzitutto in termini culturali. In questo, la politica dovrebbe fornire il buon esempio, dando spazio ai molti giovani che cercano con grande fatica e senza particolari appoggi di farsi spazio nelle Istituzioni e, soprattutto, investendo sul rilancio territoriale. 

In assenza di misure compensative, il bilancio resterà sempre negativo: i più meritevoli, al termine di una formazione rigorosamente di alto livello, preferiranno espatriare, data la mancanza di riscontri positivi da parte della giustizia, della sanità e della pubblica amministrazione. Comparti dove, annualmente, i rispettivi concorsi di ammissione registrano i più alti tassi di favoritismo. Quanti invece provenienti da contesti meno fortunati, non potranno usufruire delle stesse condizioni – accusate ora di essere elitarie – e automaticamente verranno disincentivati all’impegno e alla partecipazione civica. 

Peraltro, la maggiore disponibilità di capitale economico, politico e sociale continuerà a pesare enormemente sul corso delle generazioni future. Persisterà, insomma, un circolo vizioso tra influenza, potere e successo.

Una società che non investe sul merito, soprattutto giovanileè destinata al fallimento.

 

A cura di

Fiammetta Freggiaro

 
 
 
 

 

Alla scoperta delle fake news: un attacco all'opinione pubblica

Se, da un lato, l’amalgamazione tra mass media e social media ha superato alcuni limiti un tempo insormontabili – primo tra tutti, l’accezione di pubblico come massa amorfa e acritica - tutto ciò ha anche gettato basi fertili per l’avvento di uno dei più grandi problemi della nostra contemporaneità politica e socialela post - verità

In un contesto iper - connesso e in cui tutto scorre velocemente, ciascuno di noi viene travolto dal vortice frenetico dell’esperienza mediale, totalizzante benché effimera e superficiale, volta a privilegiare nella “vetrina” del nostro smartphone i contenuti capaci di massimizzare le esigenze degli utenti. 

È questo il motivo per cui oggi prosperano le fake newscontenuti subdoli nella forma così come nella definizione, ma che in realtà ben si prestano agli indici tristemente più diffusi nella nostra contemporaneità. Un’epoca dove la conoscenza appare del tutto subordinata alla credenza, presupponendo il fatto che quest’ultima, contrariamente alla prima, si fonda su principi d’economia e non su sforzi cognitivi.

 

L’era della disinformazione 

Il consumo di contenuti fuorvianti è sempre esistito: sbagliato quindi pensare che le fake news nascano come diretta conseguenza del passaggio dalla modernità alla post - modernità

Fin dai tempi più remoti, quando per stringere relazioni ci si avvaleva esclusivamente del passaparola, l’umanità ha quindi sperimentato la creazione e distribuzione di contenuti falsi, specialmente se riferiti alla presentazione di sé, data la naturale tendenza dell’uomo alla mitizzazione degli aspetti positivi. 

Svolgendo, poi, qualche ricerca più approfondita, emerge la consapevolezza che, in termini meramente quantitativi, le fake news diffuse per mezzo dei mass media non hanno granché da invidiare a quelle considerate di “ultima generazione”

La differenza sta nel fatto che, nell’ecosistema mediale contemporaneo, è possibile contare su processi quali esposizione selettiva e selezione algoritmica che, influenzandosi reciprocamente, concorrono alla definizione del capitale di popolarità e visibilità. Gli stessi a garantire la viralità delle fake news.

Il digitale, forte dell’istantaneità e dell’atemporalità poste alla base del suo stesso funzionamento, ha infatti contributo a incrementare esponenzialmente la quantità di informazione disponibile. 

È diventato perciò impossibile chiedersi se un’informazione sia vera o falsa: porre una domanda di questo tipo determinerebbe un processo decisamente anti - economico che, in quanto tale, bloccherebbe ogni istanza comunicativa. 

Questa la tesi avanzata da Byung - Chul Han, filosofo sud coreano che, analizzando le metamorfosi indotte socialmente dal digitale, dal canto suo postula la fine della verità

Andando più nello specifico, uno degli aspetti che Han ribadisce è che l’accelerazione subita dalle informazioni è funzionale alla giustificazione dello status quo, dunque al mantenimento del sistema produttivo. Questo, oggi più che mai, produce stimoli informazionali, quelli che devono circolare il più velocemente possibile e senza incontrare ostacoli. 

Dal suo punto di vista, non basta più essere precisi e accurati nella comunicazione poiché sono venute meno una serie di distinzioni fondanti l’era della comunicazione di massa – prima tra tutte, quella tra veridicità e mendacità – determinando pertanto un universo a sé, privo di quella seppur minima base fattuale e in cui è vero ciò che viene asserito come tale.  

Appare allora pressoché immediato pensare al fatto che, se un contenuto sia effettivamente valido o meno, non abbia più alcuna rilevanza: ciò che conta è l’effetto indotto, in questo caso da contenuti deliberatamente falsi

L’obiettivo, dunque, è quello di orientare, se non addirittura manipolare, l’opinione pubblica intesa come forza politica e sociale, nonché pilastro lungo cui qualsiasi processo deve transitare al fine di ottenere legittimazione sociale. 

 

Declino dell’opinione pubblica critica e consapevole 

Presupponendo la fiducia come caratteristica intrinseca dell’essere umano, possiamo allora intendere queste stessa come precondizione necessaria alla società e ai processi informativi: difatti, non riuscendo ad accertare autonomamente ogni questione posta al centro dell’agenda politica, gran parte della nostra conoscenza si basa sulla fiducia. 

Nel momento in cui una data informazione, specialmente se di stampo politico, entra in contatto con la sfera della falsità, intesa nella sue varie accezioni – banalizzazione, distorsione o addirittura manipolazione – a diventare sanzionabile non è tanto la finalità persuasiva propria della comunicazione, quanto più il modo in cui questa stessa viene perseguita. In poche parole, il tentativo di eludere la capacità di riflessione dei destinatari, ostacolandone l’autonomia di pensiero. 

Da qui deriva, come diretta conseguenza della disinformazione, l’impossibilità di un’opinione pubblica consapevole e critica, capace di favorire la partecipazione al dibattito pubblico. 

A questo si aggiunge quanto dimostrato da vari studi psicologici: le fake news vengono strutturate in modo tale da suscitare emozioni quali indignazione, disgusto, rabbia, stupore, ossia quelle che, esercitando una dinamica di call to action simile a quella propria della propaganda, spingono alla condivisione.

In quest’ultimo passaggio risiede l’individuazione del target ideale di contenuti falsi e fuorvianti: il cittadino poco informato e scarsamente impegnato a livello politico che, più di ogni altro, cade vittima del meccanismo dell’information processing, prestando maggiormente attenzione ai contenuti, almeno all’apparenza, coerenti con il proprio orientamento ideologico, politico e valoriale. 

Considerando queste istanze, la tendenza a credere alle notizie false e a condividerle, nonostante prove contrarie, trova ragione nel fatto che non sempre si è in possesso di strutture cognitive sufficientemente fondate e stabili per elaborare le nuove informazioni in ingresso. 

Anche per evitare importanti dissonanze cognitive, si finisce dunque per ignorare quanto appare in collisione con le opinioni e le inclinazioni personali. Il risultato? Ci si auto segrega in spazi di discussione e informazione prettamente unilaterali

Infine, si assiste ad un certo grado di polarizzazione, nel sistema prettamente informativo tanto quanto in quello politico, per mezzo della quale emerge persino una dinamica di super individualizzazione. Una situazione piuttosto allarmante tale per cui ogni individuo sviluppa una propria idea di verità. 

 

La fake news come arma politica 

La questione si complica quando si apprende che, sempre più spesso, fonti autorevoli come quelle politiche disinformano in ottica strategica, vale a dire per cercare di influenzare la vita politica di un dato Paese. 

Quando ciò accade, l’intento è porre la disinformazione all’interno di una chiara strategia comunicativa che, veicolata con toni spesso umoristici e per mezzo di un frame spettacolare, concorre a ridisegnare l’odierno scenario della politica pop. Quella in cui la narrazione ha assunto la forma dello storytelling e si rimane del tutto indifferenti alla realtà dei fatti.

Se intesa in questo contesto, la fake news si eleva allora a strumento politico di delegittimazione del sistema giornalistico; non a caso viene frequentemente adottata dalla comunicazione politica populista con l’obiettivo di alimentare la visione dei media mainstream come parte dell'èlite contro cui scagliarsi

Varie ricerche hanno poi dimostrato che, se gli utenti iniziano ad abituarsi al fatto che negli ecosistemi mediali possano circolare notizie false prodotte da fonti autorevoli come quelle politiche, si riducono anche gli scrupoli che questi hanno nel farle circolare a loro volta

Le conseguenze, in ogni caso, non possono che essere negative: a partire da un senso di profonda confusione, si giunge perfino a mettere a repentaglio quel substrato di fiducia posto dagli stessi utenti nell’informazione digitale. Ultimo, ma non per importanza, il fatto che la sfera politica nel suo complesso, da tempo in crisi, continua a perdere ancora più credibilità. 

 

Dipende da noi 

Fatte queste opportune premesse, sembrerebbero evidenti le ripercussioni della disinformazione sull’intero piano collettivo. In realtà, non è esattamente così: la confusione informativa, quella che mira a smontare la base fattuale per trasformarla sempre più in opinione, va comunque a vantaggio di un esiguo gruppo di utenti - elettori, quelli che orientano strumentalmente i flussi informativi e mettono così in crisi la tenuta delle istituzioni democratiche. 

Come fare, allora, per arginare i danni? Il trucco sta nell’azione individuale: è infatti quest’ultima che dovrebbe strutturare ogni processo comunicativo e decisionale su almeno 3 fasi fondamentali - tesi, antitesi e sintesi - nella consapevolezza che, anche la fonte più attendibile, è sempre portatrice di una verità parziale e non esaustiva. 

Quest’ultimo passaggio, tuttavia, è difficilmente perseguibile poiché calato sul funzionamento dei social media, dove la razionalità lenta e rigorosa cede definitivamente il passo all’impeto emotivo. Lo stesso che porta alla superficialità di ascolto, lettura e condivisione. 

Sorprende il fatto che, anche questo assunto, non è nuovo alla sfera politica; l’aveva già anticipato in tempi non sospetti Tucidide: “La maggior parte della gente non si preoccupa di scoprire la verità, ma trova molto più facile accettare la prima storia che sente”. 

 

A cura di

Fiammetta Freggiaro

La cittadinanza digitale come risposta all'apatia politica

Mentre in passato l’idea di democrazia diretta appariva per lo più utopistica, oggi, per mezzo della tecnologia, aumentano le probabilità di una maggiore realizzabilità; è infatti recente l’idea di democrazia diretta come soluzione per prendere decisioni politiche più vicine alle necessità dei cittadini. 

 

Crisi e rivitalizzazione della democrazia 

Cos’è successo alla democrazia? Questo l’interrogativo che, da anni, sta mettendo a dura prova campi di ricerca e di studio eterogenei. Tutt’oggi non è stata ancora formulata una risposta sufficientemente valida e stabile, difatti si continua a navigare a vista e, nel frattempo, i sintomi del “malessere” democratico si sono fatti piuttosto evidenti. Urne vuote e piazze piene, potremmo aggiungere. 

Nell’inesorabile tentativo di contenere i danni, nel tempo si è giunti alla consapevolezza che, probabilmente, identificare una causa netta e limpida può risultare fuorviante. Più opportuno, invece, aprire gli occhi sulla nostra contemporaneità, prestando attenzione a tutto ciò che, nel vortice frenetico caratterizzante la vita sociale e politica, è divenuto nostro malgrado scontato. 

A questo proposito, c’è chi sostiene il malessere democratico, meglio noto come demopatìa, sia frutto della transizione alla post-modernità, un’epoca segnata profondamente dall’individualizzazione e dalla perdita di senso sociale, ma anche dalla crisi del sapere, delle istituzioni e delle autorità. Allo stato attuale, infatti, a dominare la scena pubblica è quella logica consumistica che, se intesa nell’accezione “usa e getta”, ben si applica a qualsiasi ambito esistenziale

Considerato questo scenario, si è fatta forte l’esigenza di superamento dei limiti posti dalla democrazia rappresentativa attraverso un maggiore coinvolgimento da parte delle istituzioni.

Si è iniziato a pensare ad un rapporto più diretto, quando possibile totalmente privo di intermediazioni, grazie al quale far emergere maggiore collaborazione e possibilità di confronto e, soprattutto, porre rimedio all’alto tasso di astensionismo

Con l’avvento del digitale, il dibattito pubblico ha quindi trovato un’importante opportunità di riscatto. Ed è questo il motivo per cui oggi parliamo di e-democracy: con questa espressione si intende l’utilizzo di piattaforme e l’implementazione di servizi tecnologici con l’obiettivo di incrementare la partecipazione democratica cittadina, coinvolgendola nel dibattito politico e nel processo decisionale. 

Lo scopo è, quindi, quello di rendere la società consapevole ed attiva, nonché garantire a tutti piena possibilità di esercitare il proprio diritto di informazione e di scelta. Condizioni, peraltro, essenziali per definire un’opinione autonoma, libera ed indipendente circa i fatti. 

Intesa in questa accezione, la rete è ora fonte dell’allargamento della sfera pubblica, teorizzata dal sociologo Jürgen Habermas nel 1971 come terreno fertile per lo sviluppo dell’opinione pubblica a partire da processi di divulgazione atti a regolare la circolazione delle informazioni, socialmente accettati e guidati anzitutto dalla stampa: non a caso, propria della contemporaneità è la disponibilità di “vie e luoghi di interazione, discussione e formazione delle opinioni indipendenti dal sistema dei mass media tradizionali”

Con l’avvento della e - democracy, risulta essere centrale la dimensione reticolare - relazionale, la stessa in cui, presupponendo la comunicazione come sistema circolare, oggi non vige più un modello di causa - effetto, quanto piuttosto un’idea di reciproca interazione tra sistema politico, media, società ed opinione pubblica

Non è, quindi, più possibile individuare un fattore “primario” scatenante: il comportarsi di un polo influenza l’altro all’interno di uno scenario sempre più eterogeneo e fluttuante.

Tutto ciò porta alla ridefinizione del concetto di cittadinanza, chiamata in causa in quanto parte integrante del sistema politico non solo nel periodo di campagna elettorale, bensì durante tutto l’arco temporale compreso tra un’elezione e l’altra, il che ha peraltro promosso un rinato senso di appartenenza. 

 

La sfera pubblica digitale 

Enormi dunque i vantaggi garantiti dall’applicazione del digitale al piano politico: anzitutto, sono state sensibilmente limitate le varie barriere relazionali esistenti tra attori politici ed elettori, ma è stata anche velocizzata la comunicazione tra i due soggetti

Inoltre, è stata concessa visibilità e possibilità d’interazione a chi, prima dell’avvento della rete, sentiva di non averne, attivando un rapporto sempre più basato sulla fiducia reciproca, tant’è che sempre più persone oggi vivono con naturalezza l’ubiquità della politica. Infine, in virtù dell’immediatezza garantita dai like e dai click, si sono perfino annullati i confini geografici

La relazione tra la sfera politica e la sfera pubblica è così cambiata molto velocemente: dapprima top - down secondo un processo lineare, unidirezionale e monologico, cui seguiva un certo tipo di effetto pressoché indistinto data la concezione del pubblico come massa, eterodiretta politicamente. Successivamente bottom - upcom, con l’introduzione dei media e dunque una logica comunicativa multi direzionale; infine, addirittura pear to pear, con il pieno attivismo degli utenti, le numerose possibilità d’interazione e la creazione di vere e proprie community.

Oggi più che mai l’ecosistema dei media si fonda su presupposti quali l’eterogeneità e la flessibilità, principi che guidano l’attivismo degli utenti sempre più nell’ottica del libero arbitrio, motivo per cui gli elettori sono intesi come parte integrante del teatro politico attraverso la possibilità di esprimere assiduamente la propria opinione. 

 

Le nuove tecnologie sono democratiche? 

Parallelamente, occorre prendere in considerazione gli aspetti critici del paradigma supportato dalla cittadinanza digitale. 

Nonostante la massiccia evoluzione registrata dal digitale negli ultimi anni, allo stato attuale l’e-democracy non riscontra frequente applicazione, rimanendo pressoché formale anziché effettiva e arrivando alla popolarità soltanto con una minima parte della popolazione, già attiva in rete e fortemente scolarizzata. 

Peraltro, si tratta di una prospettiva che non decollerà completamente fino a quando le istituzioni inizieranno ad investire su fondamenti culturali, dunque nuove professionalità e competenze attraverso cui superare i tanti limiti irrisolti del digitaldivide

A ciò si può anche aggiungere che la rivoluzione digitale ha contribuito a generare all’interno del sistema mediale un processo definito di narrowcasting , ossia quello che si attiva ogni volta che navigando in rete si va alla ricerca di informazioni e contenuti modellati in modo da enfatizzare e dare rilievo alla propria visione circa la contemporaneità. 

Da qui nasce una dinamica tale per cui, all’opinione pubblica tradizionale, gradualmente si sostituiscono vari sottoinsiemi di opinioni differenti, ma comunque legati ai contenuti veicolati dai mezzi di comunicazione; il risultato finale è dunque il rafforzamento delle posizioni già in essere, anziché il confronto tra orientamenti divergenti.

Infine, nonostante per mezzo del digitale dilaghi la disintermediazione, prestando attenzione allo scenario in cui siamo calati, l’impressione è che tendano a passare in sordina alcuni dei rischi correlati alla stessa disintermediazione, peraltro contrapposti ad ogni fondamento democratico: le echo - chambers e le filter bubble. Quest'ultime a indicare la polarizzazione del dibattito pubblico entro aree omogenee, circoscritte e iper - personalizzate, oltre che la creazione di nuovi monopoli di poteri e l’implemento delle disuguaglianze esistenti.

Non resta altro che dare voce alle diverse realtà politiche esistenti, adottando perciò un approccio inclusivo circa l’espressione delle singole posizioni, così come educare alla comprensione della natura plurivalente della contemporaneità, promuovendo dunque la coscienza critica

Questi ultimi punti risultano essere difficilmente attuabili e perseguibili proprio perché calati sul sistema dei media che, per sua natura, non sempre segue logiche dettate dall’obiettività e dalla neutralità rispetto alle forze politiche in campo, bensì ne subisce diverse pulsioni, limitando la propria sfera d’azione.

 

A cura di

Fiammetta Freggiaro

 

Donne in politica: attivismo contro gli stereotipi

Nonostante negli ultimi anni sia aumentato il numero di donne attive in politica, basta dare uno sguardo alla distribuzione delle varie cariche per capire quanta strada ancora c'è da fare, in Italia e nel mondo, per trovare una piena ed effettiva parità di genere
 

Una storia che parte da lontano

Per analizzare il ruolo e la posizione occupata dalle donne nelle istituzioni politiche, è opportuno procedere con un breve excursus a partire dall’acquisizione del diritto di voto fino alle più recenti politiche di pari opportunità. È infatti la storia a insegnarci che, oggi come in passato, essere donne non è per niente facile, soprattutto quando, per via di questa condizione di genere, la percezione è quella di valere meno degli uomini. Così è stato anche in Italia, almeno fino al 1945, anno in cui queste hanno ottenuto diritto di voto. Complice la via legislativa, di lì a poco la situazione è migliorata significativamente: in seguito alla diffusione sulla scena pubblica di movimenti femminili e femministi, è stato introdotto il divorzio, riformato il diritto di famiglia, addirittura legalizzata l’interruzione volontaria di gravidanza.
Nel 1993 l’Italia è poi passata dal sistema proporzionale a quello maggioritario: è in questo nuovo assetto politico che, durante il Governo Amato I, si sono verificati i primi tentativi di aumentare il numero di donne in politica - soprattutto per quanto riguarda le cariche elettive - attraverso l’introduzione di quote di genere a loro riservate (inizialmente, però, solo nelle elezioni locali). Con la legge 81/1993, infatti, si prevedeva una modifica nell’elezione dei sindaci e degli assessori comunali che impediva di presentare liste in cui uno dei due sessi superasse i due terzi del totale; nel 1994, poi, questa legge è stata estesa a livello nazionale. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 442/1995, ha sorprendentemente dichiarato illegittime tali norme, vanificando tutti gli sforzi fatti: nonostante fosse stato accettato che lo Stato mettesse in atto politiche volte a migliorare le opportunità femminili nell’accesso alla carriera politica, veniva in realtà contestata la loro imposizione per legge. Bisogna aspettare il 1997 per trovare un altro piccolo, ma incisivo cambiamento, una chiara denuncia di marginalità: in quell’anno la Direttiva DPCM Prodi - Finocchiaro ha infatti sollecitato una maggiore presenza femminile nelle sedi decisionali, nelle professioni, nelle aziende, nella pubblica amministrazione e nelle istituzioni politiche.
 
A questi fatti storici, possiamo inoltre aggiungere la ricerca svolta dal World Economic Forum: questa importante organizzazione internazionale, annualmente, stila il Global Gender Gap, una classifica mediante la quale i Paesi del mondo vengono valutati sulla base delle disparità di genere esistenti nel campo della politica, dell'economia, dell'istruzione e della salute (l'indice varia da 0 = massima disparità di genere; 1 = perfetta parità di genere). Per quanto concerne l’Italia, il nostro Paese era riuscito a mantenere, per un paio di anni, una posizione di tutto rispetto, occupando la metà superiore della classifica e attestandosi nel 2022 al 63esimo posto, per poi però, nel 2023, perdere ben 13 posizioni e finire 79esimo in graduatoria. A pesare sul risultato è il netto peggioramento proprio nell’ambito della partecipazione e della rappresentanza delle donne in politica – rispetto a questo specifico spaccato, l’Italia è passata dalla 40esima alla 64esima posizione, registrando quindi una percentuale molto bassa (24,1%). In sostanza, nonostante le donne abbiano acquisito i diritti politici, non sono però ancora riuscite ad entrare a far parte nella giusta misura delle istituzioni rappresentative; si tratta di una tendenza che coinvolge tutti i Paesi del mondo indistintamente. 
 

La lotta europea contro il gender gap

Come si evince da questa breve ricostruzione, la rappresentanza politica e la presenza delle donne nei processi decisionali è, tutt’oggi, uno dei fronti di maggiore dibattito. D’altronde, quando si parla di gender gap c’è sempre un obiezione ricorrente: di tanto in tanto si pensa che il motivo per cui le donne non si occupano di politica risieda nell'assenza d'interesse oppure che, se queste finiscono per occuparsi della famiglia a tempo pieno, è perché in fondo è quello che scelgono in modo libero e consapevole. Ma è davvero così? In realtà Certo che no, a spiegarlo sono gli stessi dati riportati dal Global Gender Gap, ma anche il protagonismo dei Paesi nordici (Svezia, Norvegia, Finlandia e soprattutto Islanda), esempi virtuosi nell’ambito della parità di genere. Risale al 9 novembre 2019, ad esempio, la nomina della socialdemocratica Sanna Marin come primo ministro finlandese; si tratta di una notizia che ha fatto il giro del mondo per almeno due motivi. Il primo perché Marin era a capo di una coalizione di cinque partiti tutti guidati da donne; il secondo per la sua giovane età, appena 34 anni. Sbagliato, quindi, pensare che le donne scelgano di rimanere dietro le quinte: ogni volta che l’attivismo politico femminile non è stato ostacolato, ha sempre dimostrato di voler andare avanti, per il bene comune. E di avere tutte le carte in regola per poterlo fare. È interessante, però, notare che nei Paesi dell’UE di matrice scandinava, a differenza dell’Italia, la presenza “pubblica” delle donne gode di un retroterra culturale e di radici storiche molto lontane; l’aumento del numero delle donne nelle istituzioni politiche è qui da intendere come conseguenza diretta delle iniziative dei singoli governi
 

Contrastare la disparirà di genere

Occorre a questo punto indagare le cause, spesso implicite e subdole, della scarsa rappresentanza femminile: facendo una rapida carrellata dei tanti eventi di cui sono tristemente dense le pagine dei nostri quotidiani, basta poco per intuire che queste sono legate soprattutto alle dinamiche di carattere socio - culturale, spudoratamente marchiate di maschilismo e profonda arretratezza. Andando ancora più nello specifico, possiamo notare che, nelle logiche e nelle modalità della rappresentanza politica, sussistono vari ostacoli che rendono meno agevole l’accesso delle donne nelle istituzioni. In primo luogo, il sistema elettorale di tipo maggioritario, che di per sé tende ad escludere forze politiche minori; a questo si aggiunge il fatto che la campagna elettorale impone un considerevole impegno che, per forza di cose, allontana dalle incombenze familiari, mediamente più riversate sul sesso femminile. Vale la pena anche ricordare che - non essendo le donne presenti in misura considerevole nelle strutture politiche di base (partiti e sindacati) - è tutt’oggi per lo più utopistico mettere in conto un movimento politico al femminile, capace di costituirsi come punto di riferimento per le elettrici e le elette
 
A questo punto, la panoramica che emerge è fortemente paradossale: nonostante la donna voglia essere presente in politica, nonché prendere decisioni affinché queste valgano democraticamente da entrambe le parti, in realtà, alla prova dei fatti, tutte queste buone intenzioni spesso non riescono a trovare un effettivo riscontro, scontrandosi, invece, perennemente con le braccia incrociate delle varie istituzioni cui si fa appello. Insomma, non ci sono ancora le condizioni tali da consentire alle donne di dedicarsi appieno all’attivismo politico. Ancora più grave è, però, la consapevolezza che, pur ammettendo come possibilità quanto detto precedentemente, alle donne attive in politica verrebbe comunque a mancare quell’appoggio morale fondamentale per portare avanti le cause e le istanze pubbliche. Proprio per questo motivo, prima ancora di adottare provvedimenti legislativi, sarebbe forse più opportuno attuare una capillare campagna di sensibilizzazione nei confronti dell’opinione pubblica; soltanto così si potrebbe modificare quella cultura politica che, ancora oggi, considera l’uomo il legittimo protagonista della gestione dello Stato. Perché ciò avvenga in modo efficace, occorre allora gettare nel terreno della coscienza pubblica il “seme” delle motivazioni tali da investire le donne, oggi più che mai, di quella essenzialità rilevante non solo in politica, ma anche in ogni altra sede decisionale. Vari studi dimostrano che, della politica, la donna ha in genere un senso molto forte: la maggioranza ritiene infatti che la politica sia un dovere, che per fare politica bisogna essere preparati e che questa, nonostante sia strutturata per gli uomini, è tuttavia compatibile anche con i tratti femminili. 
 
La presenza della donne in politica apporta inoltre quell’approccio emotivo e pragmatico, tipico del mondo femminile; questi tratti trovano giustificazione nel fatto che queste sanno essere, oltre che molto dedite alla gestione della res publica, determinate nel realizzare gli obiettivi che si prefiggono, nonché meno avvezze alla ricerca e all’uso del potere in vista di gratificazioni meramente personali. È quindi certo che il loro attivismo potrebbe, in particolari occasioni, rendere meno aspro il teatro politico e, parallelamente, anche più umana e riflessiva la risoluzione dei problemi della collettività. 
 

Patriarcato e scarsa lungimiranza 

Nonostante siano passati ormai molti anni dalle prime lotte femministe, la realtà italiana vanta ancora oggi un saldo negativo sul fronte sociale e culturale: l’apertura verso il femminile, nella vita politica e istituzionale, ristagna su percentuali molto basse ed evidenzia vari limiti. La parità di genere, la stessa che secondo lo Stato Italiano dovrebbe tutelare e salvaguardare l'importanza della donna per tutta la comunità, è dunque più teorica anziché effettiva; domina tutt’oggi un profondo senso di diffidenza verso donne attivamente impegnate in politica e vari sono gli stereotipi destinati a non tramontare (la bellezza, la debolezza e la condizione materna, sia presente che futura).
 
Per di più, a queste spetta ancora una condizione molto scomoda: spesso ci si avvale di una sorta di corrispondenza tra l’universo femminile e quello puramente estetico, lo stesso che garantirebbe, in linea teorica, enormi potenziali di ribalta. Come uscire, allora, da questo stallo? Soltanto considerando l’uomo e la donna legati tra loro da una relazione di presupposizione reciproca. Ci aveva visto lungo Edward Bernyas che, addirittura negli anni Venti, aveva intuito l’importanza della figura femminile nella politica attiva. Queste le sue parole, il cui eco risuona oggi più che mai attuale: ”Proprio come le donne completano gli uomini nella vita privata, così esse completeranno gli uomini nella vita pubblica, concentrando i loro sforzi su quegli oggetti che gli uomini di solito ignorano. Quando ben organizzate e consapevoli del loro potere di influenzare la vita pubblica, le donne possono utilizzare la libertà appena acquisita per fare del mondo un posto migliore in cui vivere”. 
 
 
A cura di
Fiammetta Freggiaro

Destra e sinistra

Nell’ambito dei molti avvenimenti che, giorno dopo giorno, sconvolgono la quotidianità economica, politica e sociale ha ancora senso parlare di destra e sinistra, nell'accezione di fazioni politiche nettamente distinte? Si tratta di un quesito la cui risoluzione è tutt’altro che facile e immediata, tant’è vero che da almeno un ventennio molti storici e studiosi di scienza politica stanno indagando i suoi stessi caratteri, non senza poche difficoltà; c’è chi crede nella validità eterna della dicotomia destra - sinistra, e chi invece, a partire dall’1989 e dall’ascesa della globalizzazione, postula un lento, ma irreversibile, declino di questa logica binaria
 
Più che trovare una risposta netta e ben definita entro parametri logici, appare molto utile, alla luce dei recenti avvenimenti nazionali tanto quanto internazionali, adottare un approccio decisamente più olistico, nel quale far rientrare variabili contingenti di diversa natura: non a caso, nell’ambito di quella che il noto sociologo Zygmunt Bauman ha definito 'società liquida', si attesta l’esistenza di uno scenario decisamente eterogeneo, fatto di risvolti, oltre che strettamente politici, anche sociali, civili e culturali che, se considerati univocamente, possono orientare anche questo tipo di riflessione. Un’ultima precisazione prima di continuare: l'approfondimento che segue rappresenta un umile tentativo di risposta che, per forza di cose, è da considerarsi tutt’ora in itinere, nella consapevolezza che soltanto il tempo potrà indicare al meglio una risposta al quesito. 
 

Dal passato al presente

Come in tutte le disamine accuratamente formulate, oltre allo sforzo atto ad intendere il presente, è qui necessario mobilitare anche un’accurata valutazione del passato, perché è proprio in esso che risiedono, implicitamente, le radici di uno dei più grandi mutamenti politici e partitici tutt’oggi in atto. È quindi necessario risalire al momento esatto in cui l’umanità, pressoché universalmente, ha iniziato a intendere la gestione della cosa pubblica come campo di gioco in cui gli sfidanti sono divisi in 'destra' e 'sinistra', così come noi tutti le conosciamo. Ciò è avvenuto, come noto, in occasione della Rivoluzione Francese, quando alcuni gruppi politici, consapevoli del fatto che la propria voce potesse essere presa in considerazione soltanto se collettiva, hanno cominciato a prendere posto nell’emiciclo parlamentare alla destra o alla sinistra del Presidente. Da lì in poi, in misura del tutto ideale, la partita politica è stata assimilata al dorso di un volatile in volo: a ciascun segmento politico è stata fatta corrispondere non solo una delle due ali del volatile, bensì un settore molto circoscritto; così facendo, nel tempo, si sono delineate ben sei fazioni distinte, dall’estrema sinistra all’estrema destra, passando per il centro. Ciascuna di esse, almeno fino al 1989, si faceva portavoce non solo di uno specifico substrato sociale ed economico del Paese, ma anche di una certa ideologia e visione del mondo per la quale si lottava. È però il centro ad avere giocato un ruolo centrale nella politica italiana: inteso come ago della bilancia in molte sfide elettorali, ha cercato di abbracciare alternativamente sia la destra che la sinistra, mantenendo fede alla propria natura non tradizionalmente schierata. Non bisogna poi dimenticare che in Italia, complici i grandi scandali politici, economici e sociali correlati a Tangentopoli, si sono profondamente attenuate le posizioni ideologiche dell’elettorato e sono subentrate forme che potremmo definire di “ribellione”: precisamente gli elettorati mobili, in cui si hanno comportamenti elettorali fluttuanti e basati su piccoli interessi privati. È proprio in questa fase che alla sfera politica ha cominciato ad essere additata una precarietà senza precedenti. 
Ed è questo il motivo per cui il voto di appartenenza - determinato dall’identificazione partitica, intesa sia emotivamente sia psicologicamente e prevalente durante la Prima Repubblica - si è quasi esaurito, mentre è affermato il voto di opinione, ossia quello ideologico ma privo di legami di appartenenza. Ancora oggi, in effetti, è possibile ritrovare fisicamente l’originaria suddivisione tra i vari parlamentari che siedono a Palazzo Montecitorio. Viene, però, da chiedersi se questa stessa bipartizione esatta e puntuale possa valere anche nei fatti, nel fare politica a livello locale e, per di più, tra la gente. Muovendo dal presupposto secondo cui in Italia esiste un clima di disaffezione per la politica che non accenna ad arrestarsi, risulta difficile quantificare quanto un elettore medio possa avvertire uno stacco netto tra destra e sinistra; questo ultimo passaggio, peraltro, è soltanto la punta di un iceberg - alimentato dalla stessa politica - fatto di incertezze e mancanza di solide narrazioni condivise. 
 
 
Oggi infatti quelle che noi tutti credevamo fazioni contrapposte, almeno sulla carta, perseguono battaglie valide indipendentemente dal limitante schieramento, talvolta anche “invadendo” la zona tradizionalmente occupata dalla controparte; così facendo, la necessità di fare appello ad un presunto ago della bilancia è venuta meno, difatti il centro è andato pressoché esaurendosi oppure, nel migliore dei casi, ha conosciuto nuova vita attraverso formazioni politiche inedite, a loro volta esuli della distinzione tra destra e sinistra. Proprio a partire da questa fusione di programmi e fini politici, non è più importante puntare su aspetti ideologici, i quali hanno perso rilevanza e sono diventati pressoché simili; destra e sinistra, in questa prospettiva, hanno quindi senso soltanto se intese come categorie mentali – prive di un riscontro pratico - cui fare appello ai fini della semplificazione e bipartizione cui, peraltro, è abituato il cervello umano. Se a questo si aggiunge anche il fatto che le fasce economiche – sociali, a lungo intese come bacino elettorale per entrambi gli schieramenti, oggi sono messe in discussione, mescolate e tremendamente mutate nel loro specifico assetto, tutto ciò induce a far pensare che la dicotomia destra – sinistra non solo sia propria del passato, bensì sia addirittura arrivata al capolinea, non riuscendo più a dare conto della contemporaneità eterogenea.  
Per capire ancora meglio l’inadeguatezza della suddivisione tra destra – sinistra basta poi pensare al fatto che tutte le principali categorie politiche che, noi oggi, siamo soliti pensare come di destra o di sinistra, in realtà a seconda dei momenti storici sono state inquadrate in modo del tutto opposto; questo dunque è sufficiente a rimarcare l’impossibilità di una destra e di una sinistra valide in assoluto. 
 

Il punto di vista delle nuove generazioni

A questo punto verrebbe da rispondere negativamente all’interrogativo iniziale, ma la questione è in realtà più complessa di come possa apparire superficialmente; va infatti considerato il ruolo delle nuove generazioni, paladine di un cambiamento che tutt’oggi fatica a trovare spazio e riscontro.
Queste infatti, piuttosto che afferire alle grandi confederazioni partitiche come accadeva in passato, intese come veicolo di facilitazione popolare nell’esprimere la propria intenzione di voto, oggi mostrano un attivismo “ad intermittenza” e svincolato da poteri forti, valido se calato nelle singole aree d’interesse, ovvero quelle che secondo la Generazione Z sono le più urgenti su cui dibattere e le più vicine alla loro contemporaneità. 
Peraltro, nonostante dilaghi il disincanto rispetto alla politica, non è possibile parlare effettivamente di disinteresse, poiché la Generazione Z è una delle poche in cui l’attivismo sociale e politico raggiunge livelli molto alti; non a caso, sostenibilità, inclusione e parità di genere sono i trending topic su cui da più parti ci si confronta, ma senza un riscontro da parte dei partiti. 
L’opinione comune secondo cui i più giovani vivrebbero in una “bolla” distante dalla contemporaneità è dunque altamente infondata: dal loro punto di vista le urgenze per cui battersi nel presente e nel futuro sfuggono alla distinzione tra destra e sinistra; è necessario dunque andare oltre trovando basi su cui lavorare univocamente, mettendo al bando le singoli adesioni partitiche e le rispettive lotte interne, fini a se stesse e capaci di mettere in sordina la problematicità realmente importante. 
Insomma, per i giovani non conta chi o con chi, non contano le appartenenze, né tantomeno i retaggi di stampo campanilistico: l’importante è mobilitarsi, prendere posizione per raggiungere risultati concreti, dare voce a chi, tutt’ora, crede di non averne. 
Si tratta di un approccio molto pragmatico frutto di un pensiero globalizzato, che non conosce distinzioni né confini poiché mira all’interesse comune, ma che fatica ad attecchire, soprattutto in Italia; tutto ciò la dice lunga sui decenni di disinteresse e di estraneità mostrata dalla classe politica alle nuove generazioni, che tutt’ora persiste. 
 

L’immobilismo politico 

Ponendosi sul versante prettamente politico, l’impressione generale è che si cerchi in ogni modo, nel contesto di campagna elettorale ormai diventata permanente, di riesumare la logica binaria in maniera del tutto strumentale, andando di volta in volta a cercare voti nella parte opposta e appellandosi così ai tanti delusi della rispettiva controparte. In realtà, è proprio operando in maniera opportunistica che si dimentica quanto il mondo, negli ultimi anni, sia profondamente cambiato: si stanno sempre più facendo strada istanze valide universalmente che sfuggono alla distinzione esatta e che, per di più, si basano sulla convinzione si debba intervenire avendo a mente la concretezza della vita quotidiana; di tutto questo la classe politica - soprattutto in Italia dove l’età media è decisamente elevata - sembra però voler rimanere all’oscuro, barricata sulle proprie posizioni, per nulla incline ad attuare un programma di lungo respiro
Il problema nasce quando chi viene chiamato alle urne, avendo bene a mente una stagione soprattutto partitica oggi tramontata, ammette di non trovare riscontro nelle neonate formazioni; è questo il motivo per cui, sempre più spesso, si sceglie di far passare in sordina - senza nemmeno prendere in considerazione ciò che di buono viene proposto - qualsiasi tentativo politico si presenti alle sfide elettorali dicendo di essere “né di destra, né di sinistra”. 
 
Alla fine, quindi, si ottiene una situazione paradossale: nonostante destra e sinistra siano, come detto, categorie essenzialmente decadute, in realtà per larghe fasce del nostro elettorato ha ancora senso schierarsi ma soprattutto differenziarsi; tutto ciò sarebbe positivo, nonché doveroso, soltanto se avvenisse a seguito di un’attenta valutazione capace di sfuggire alle logiche conformiste e di branco che tanto ci contraddistinguono – non solo in politica, ma in qualsiasi ambito della vita sociale. 
 
 
A cura di
Fiammetta Freggiaro