Comunicare la politica: un investimento per il futuro

Comunicare la politica: un investimento per il futuro
Dalle principali cariche di Stato, passando per senatori e deputati, fino ad arrivare agli attivisti nei movimenti sociali. Tutte queste personalità, pubbliche prima ancora che politiche, sono approdate in massa sui principali social dove, senza incorrere in generalizzazioni totalizzanti, stanno operando con un minimo comune denominatore: la fame implacabile di consenso. Avvalendosi della tastiera o dello schermo del proprio smartphone, la politica ha quindi bussato direttamente alla porta dei più giovani, utenti fortemente eclittici e caratterizzati oggi più che mai dall’instabilità - esistenziale prima ancora che professionale -, molto spesso intendendo il suddetto dialogo come vincolo dettato dalla coscienza. 
 

La superficialità della politica verso i giovani

I partiti politici, da sempre agglomerati più o meno estesi cui afferire un certo credo ideologico e valoriale, stanno oggi subendo un rinnovamento radicale e sta diventando sempre più difficile per questi ultimi farsi espressione, effettiva, del sentire popolare. Tale difficoltà è andata accentuandosi parallelamente allo slancio dettato dal passaggio al nuovo millennio, un’epoca distinta da quella cui per tempo si è stati abituati, segnata profondamente dalla crisi economica, ma anche dalla volontà di cambiamento e riscatto. All’interno di questo scenario, i protagonisti della politica hanno dapprima subito l’insorgere nel proprio quotidiano di alcuni imperativi del tutto sconosciuti, quali ad esempio percepito pubblico, condivisioni e reputazione digitale; successivamente hanno tentato il loro stesso dominio, così da potersi avvalere di un ponte abbastanza solido attraverso cui gettare le fondamenta del dialogo con le nuove generazioni. 
Ponendosi per un attimo sul versante prettamente politico, i giovani sono una minoranza dell’elettorato con una scarsa propensione alle urne: è questo il motivo per cui, anche provando a ripercorrere mentalmente le campagne elettorali di cui abbiamo memoria, leader e partiti non vi dedicano molto tempo e spazio, se non inventandosi comunicatori dell’ultima ora. Esclusi dunque i vari slogan usa e getta, la cui esistenza è pressoché limitata alla durata della campagna elettorale, che peso si dà alle istanze delle nuove generazioni, quella dei Friday for Future e dei cervelli in fuga? La mancanza di atti politici in tal senso e la conseguente sottovalutata profondità ha impedito, fino ad ora, di invertire rotta nel binomio tra giovani e politica. 
 
Una forza politica che voglia orientarsi al domani deve necessariamente dialogare con i giovani, accoglierne le aspirazioni, non ostacolarli nella costruzione del futuro che li aspetta; questo perché i giovani sono paladini di una complessità esistenziale che, tutt’ora, fatica a essere colta. Le nuove generazioni sono a tutti gli effetti un movimento politico e di opinione cui va data voce attraverso un dialogo ad armi pari, mettendo dunque da parte gli atteggiamenti paternalisti, perennemente sottostanti. Assodato il fatto che ascoltare implica dare risposte concrete su diritti civili, ambiente, lavoro e parità di genere, è altrettanto facile rilevare come questo non sempre riesca bene: frequenti sono le occasioni in cui i partiti e i loro rispettivi leader falliscono nel combinare la concretezza e il pragmatismo con i toni alti e colti, presentandosi quindi in maniera asettica alle sfide elettorali. Ciò accade perché l’elettorato fluttuante, ormai sempre più incline a farsi guidare nell’espressione del voto dalla pregnanza del leader più che dalla fede partitica, avverte la mancanza di coinvolgimento emotivo; considerando queste istanze, è possibile intuire quanto il potere carismatico, quello che già Max Weber indicava come essenzialità in politica, deve necessariamente rendersi molto evidente. 
 
Le conseguenze del mancato orientamento da parte di tutta la classe politica alla relazionalità, prettamente umana, sono ben visibili soprattutto nel caso in cui tutto ciò porti a gravi impennate nei sondaggi e negli episodi elettorali. La classe politica mostra evidenti difficoltà nell’entrare nel “terreno di gioco” dei giovani, da cui invece giungono continuamente appelli volti a favorire ad esempio l’adeguamento del diritto elettorale; si tratta di un passaggio importante perché, con esso, sarebbe possibile incentivare al voto anche gli studenti fuorisede senza che questi affrontino necessariamente onerosi esborsi o, peggio, rinuncino a un sacrosanto diritto per tale ragione. Non esiste un codice più efficace di altri con il quale dialogare con la Generazione Z: l’unica strada da perseguire è quella dettata dalla coerenza, dall’autenticità e dalla credibilità, affiancando dunque ai toni formali e rispettosi della pratica politica anche aspetti più personali, così da rendere più familiare la propria immagine pubblica, senza stravolgerla del tutto con terminologie e gestualità prettamente giovanili. 
Riuscire, quindi, a non snaturare il proprio stile e tone of voice sarebbe già un ottimo risultato, considerato il panorama della comunicazione politica italiana: in realtà, questo accade molto raramente, ed è così che agli utenti viene concesso ampio terreno fertile per deridere la goffezza dei vari profili social dei leader politici, con ridicolizzanti versioni personalizzate e remixate, i cosiddetti meme, apice dell’odierna politica pop.
 

Comunicare per ridare fiducia 

Viene da chiedersi, allora, cosa non renda concretamente possibile un netto cambio di prospettiva, un osmosi evolutiva di cui tutti avremmo, probabilmente, bisogno: l’ostacolo sta proprio nella comunicazione stessa, per come essa è intesa e strutturata, ma si tratta di un limite che trascende i confini meramente politici e va ad intaccare anche il mondo delle istituzioni e della pubblica amministrazione. È questo ultimo dato ad essere preoccupante; in Italia la comunicazione è ampiamente sottovalutata, quasi considerata come attività frivola, senza uno scopo né una meta ben articolate, un elemento di cui si potrebbe e dovrebbe fare a meno. Per di più, se la comunicazione si apre alla politica, applicandosi a quest’ultima, tutto ciò genera ancora più ambiguità e da più parti i detrattori della sua efficacia ne sviliscono l’impatto. Infatti, molto spesso, soprattutto mell'ambito dellacomunicazione politica, l’attenzione ricade soltanto sull’estetica, sulla confezione esterna assegnata a quello che si fa chiamare brand politico; conseguentemente si scelgono le parole da utilizzare per il semplice fatto che suonano bene, colori ed effetti visivi perché d’impatto. Tutto ciò non fa nient’altro che infangare la comunicazione politica che, al di là delle percezioni comuni, può essere anche “buona”, veridica e dai presupposti eticamente condivisibili; in realtà, questa bontà applicata alla comunicazione politica è tutt’oggi per lo più irrealistica e dunque teorizzata, anziché effettiva, proprio per i motivi e le cause spiegate precedentemente.
 
In pochi prendono in considerazione la comunicazione come attività imprescindibile di costruzione e mantenimento di relazioni interpersonali, le stesse senza le quali non si parlerebbe così ampiamente della capillarità di reti che si vanno a creare tra gli elettori stessi sul territorio. L’appello è quindi a rivalutare, anzitutto, la politica così come dovrebbe essere - ovvero res publica (gestione della cosa pubblica, in un mondo ideale senza interessi di parte e scandali di corridoio) - ma soprattutto la comunicazione della politica, troppo spesso svilita a “semplice” pubblicità, che in realtà semplice non è affatto. Questi due poli, dunque, devono essere resi ancora più marcatamente indissolubili poiché, riprendendo il noto primo assioma della comunicazione, proposto dalla Scuola di Palo Alto, non si può non comunicare; la comunicazione non può fare a meno della politica, dunque di programmi, obiettivi e valori, ma la politica non può fare a meno della (buona) comunicazione, la cui strategia deve appunto partire dall’aspetto contenutistico portante. Il risultato? Parlare alla Generazione Z è sicuramente complicato, ma è importante impostare questo dialogo offrendo contenuti nei quali sia possibile rispecchiarsi e, pari merito, capaci di riscattare quella credibilità che negli ultimi è progressivamente diminuita. 
 
 
A cura di
Fiammetta Freggiaro