Donne in politica: attivismo contro gli stereotipi

Donne in politica: attivismo contro gli stereotipi
Nonostante negli ultimi anni sia aumentato il numero di donne attive in politica, basta dare uno sguardo alla distribuzione delle varie cariche per capire quanta strada ancora c'è da fare, in Italia e nel mondo, per trovare una piena ed effettiva parità di genere
 

Una storia che parte da lontano

Per analizzare il ruolo e la posizione occupata dalle donne nelle istituzioni politiche, è opportuno procedere con un breve excursus a partire dall’acquisizione del diritto di voto fino alle più recenti politiche di pari opportunità. È infatti la storia a insegnarci che, oggi come in passato, essere donne non è per niente facile, soprattutto quando, per via di questa condizione di genere, la percezione è quella di valere meno degli uomini. Così è stato anche in Italia, almeno fino al 1945, anno in cui queste hanno ottenuto diritto di voto. Complice la via legislativa, di lì a poco la situazione è migliorata significativamente: in seguito alla diffusione sulla scena pubblica di movimenti femminili e femministi, è stato introdotto il divorzio, riformato il diritto di famiglia, addirittura legalizzata l’interruzione volontaria di gravidanza.
Nel 1993 l’Italia è poi passata dal sistema proporzionale a quello maggioritario: è in questo nuovo assetto politico che, durante il Governo Amato I, si sono verificati i primi tentativi di aumentare il numero di donne in politica - soprattutto per quanto riguarda le cariche elettive - attraverso l’introduzione di quote di genere a loro riservate (inizialmente, però, solo nelle elezioni locali). Con la legge 81/1993, infatti, si prevedeva una modifica nell’elezione dei sindaci e degli assessori comunali che impediva di presentare liste in cui uno dei due sessi superasse i due terzi del totale; nel 1994, poi, questa legge è stata estesa a livello nazionale. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 442/1995, ha sorprendentemente dichiarato illegittime tali norme, vanificando tutti gli sforzi fatti: nonostante fosse stato accettato che lo Stato mettesse in atto politiche volte a migliorare le opportunità femminili nell’accesso alla carriera politica, veniva in realtà contestata la loro imposizione per legge. Bisogna aspettare il 1997 per trovare un altro piccolo, ma incisivo cambiamento, una chiara denuncia di marginalità: in quell’anno la Direttiva DPCM Prodi - Finocchiaro ha infatti sollecitato una maggiore presenza femminile nelle sedi decisionali, nelle professioni, nelle aziende, nella pubblica amministrazione e nelle istituzioni politiche.
 
A questi fatti storici, possiamo inoltre aggiungere la ricerca svolta dal World Economic Forum: questa importante organizzazione internazionale, annualmente, stila il Global Gender Gap, una classifica mediante la quale i Paesi del mondo vengono valutati sulla base delle disparità di genere esistenti nel campo della politica, dell'economia, dell'istruzione e della salute (l'indice varia da 0 = massima disparità di genere; 1 = perfetta parità di genere). Per quanto concerne l’Italia, il nostro Paese era riuscito a mantenere, per un paio di anni, una posizione di tutto rispetto, occupando la metà superiore della classifica e attestandosi nel 2022 al 63esimo posto, per poi però, nel 2023, perdere ben 13 posizioni e finire 79esimo in graduatoria. A pesare sul risultato è il netto peggioramento proprio nell’ambito della partecipazione e della rappresentanza delle donne in politica – rispetto a questo specifico spaccato, l’Italia è passata dalla 40esima alla 64esima posizione, registrando quindi una percentuale molto bassa (24,1%). In sostanza, nonostante le donne abbiano acquisito i diritti politici, non sono però ancora riuscite ad entrare a far parte nella giusta misura delle istituzioni rappresentative; si tratta di una tendenza che coinvolge tutti i Paesi del mondo indistintamente. 
 

La lotta europea contro il gender gap

Come si evince da questa breve ricostruzione, la rappresentanza politica e la presenza delle donne nei processi decisionali è, tutt’oggi, uno dei fronti di maggiore dibattito. D’altronde, quando si parla di gender gap c’è sempre un obiezione ricorrente: di tanto in tanto si pensa che il motivo per cui le donne non si occupano di politica risieda nell'assenza d'interesse oppure che, se queste finiscono per occuparsi della famiglia a tempo pieno, è perché in fondo è quello che scelgono in modo libero e consapevole. Ma è davvero così? In realtà Certo che no, a spiegarlo sono gli stessi dati riportati dal Global Gender Gap, ma anche il protagonismo dei Paesi nordici (Svezia, Norvegia, Finlandia e soprattutto Islanda), esempi virtuosi nell’ambito della parità di genere. Risale al 9 novembre 2019, ad esempio, la nomina della socialdemocratica Sanna Marin come primo ministro finlandese; si tratta di una notizia che ha fatto il giro del mondo per almeno due motivi. Il primo perché Marin era a capo di una coalizione di cinque partiti tutti guidati da donne; il secondo per la sua giovane età, appena 34 anni. Sbagliato, quindi, pensare che le donne scelgano di rimanere dietro le quinte: ogni volta che l’attivismo politico femminile non è stato ostacolato, ha sempre dimostrato di voler andare avanti, per il bene comune. E di avere tutte le carte in regola per poterlo fare. È interessante, però, notare che nei Paesi dell’UE di matrice scandinava, a differenza dell’Italia, la presenza “pubblica” delle donne gode di un retroterra culturale e di radici storiche molto lontane; l’aumento del numero delle donne nelle istituzioni politiche è qui da intendere come conseguenza diretta delle iniziative dei singoli governi
 

Contrastare la disparirà di genere

Occorre a questo punto indagare le cause, spesso implicite e subdole, della scarsa rappresentanza femminile: facendo una rapida carrellata dei tanti eventi di cui sono tristemente dense le pagine dei nostri quotidiani, basta poco per intuire che queste sono legate soprattutto alle dinamiche di carattere socio - culturale, spudoratamente marchiate di maschilismo e profonda arretratezza. Andando ancora più nello specifico, possiamo notare che, nelle logiche e nelle modalità della rappresentanza politica, sussistono vari ostacoli che rendono meno agevole l’accesso delle donne nelle istituzioni. In primo luogo, il sistema elettorale di tipo maggioritario, che di per sé tende ad escludere forze politiche minori; a questo si aggiunge il fatto che la campagna elettorale impone un considerevole impegno che, per forza di cose, allontana dalle incombenze familiari, mediamente più riversate sul sesso femminile. Vale la pena anche ricordare che - non essendo le donne presenti in misura considerevole nelle strutture politiche di base (partiti e sindacati) - è tutt’oggi per lo più utopistico mettere in conto un movimento politico al femminile, capace di costituirsi come punto di riferimento per le elettrici e le elette
 
A questo punto, la panoramica che emerge è fortemente paradossale: nonostante la donna voglia essere presente in politica, nonché prendere decisioni affinché queste valgano democraticamente da entrambe le parti, in realtà, alla prova dei fatti, tutte queste buone intenzioni spesso non riescono a trovare un effettivo riscontro, scontrandosi, invece, perennemente con le braccia incrociate delle varie istituzioni cui si fa appello. Insomma, non ci sono ancora le condizioni tali da consentire alle donne di dedicarsi appieno all’attivismo politico. Ancora più grave è, però, la consapevolezza che, pur ammettendo come possibilità quanto detto precedentemente, alle donne attive in politica verrebbe comunque a mancare quell’appoggio morale fondamentale per portare avanti le cause e le istanze pubbliche. Proprio per questo motivo, prima ancora di adottare provvedimenti legislativi, sarebbe forse più opportuno attuare una capillare campagna di sensibilizzazione nei confronti dell’opinione pubblica; soltanto così si potrebbe modificare quella cultura politica che, ancora oggi, considera l’uomo il legittimo protagonista della gestione dello Stato. Perché ciò avvenga in modo efficace, occorre allora gettare nel terreno della coscienza pubblica il “seme” delle motivazioni tali da investire le donne, oggi più che mai, di quella essenzialità rilevante non solo in politica, ma anche in ogni altra sede decisionale. Vari studi dimostrano che, della politica, la donna ha in genere un senso molto forte: la maggioranza ritiene infatti che la politica sia un dovere, che per fare politica bisogna essere preparati e che questa, nonostante sia strutturata per gli uomini, è tuttavia compatibile anche con i tratti femminili. 
 
La presenza della donne in politica apporta inoltre quell’approccio emotivo e pragmatico, tipico del mondo femminile; questi tratti trovano giustificazione nel fatto che queste sanno essere, oltre che molto dedite alla gestione della res publica, determinate nel realizzare gli obiettivi che si prefiggono, nonché meno avvezze alla ricerca e all’uso del potere in vista di gratificazioni meramente personali. È quindi certo che il loro attivismo potrebbe, in particolari occasioni, rendere meno aspro il teatro politico e, parallelamente, anche più umana e riflessiva la risoluzione dei problemi della collettività. 
 

Patriarcato e scarsa lungimiranza 

Nonostante siano passati ormai molti anni dalle prime lotte femministe, la realtà italiana vanta ancora oggi un saldo negativo sul fronte sociale e culturale: l’apertura verso il femminile, nella vita politica e istituzionale, ristagna su percentuali molto basse ed evidenzia vari limiti. La parità di genere, la stessa che secondo lo Stato Italiano dovrebbe tutelare e salvaguardare l'importanza della donna per tutta la comunità, è dunque più teorica anziché effettiva; domina tutt’oggi un profondo senso di diffidenza verso donne attivamente impegnate in politica e vari sono gli stereotipi destinati a non tramontare (la bellezza, la debolezza e la condizione materna, sia presente che futura).
 
Per di più, a queste spetta ancora una condizione molto scomoda: spesso ci si avvale di una sorta di corrispondenza tra l’universo femminile e quello puramente estetico, lo stesso che garantirebbe, in linea teorica, enormi potenziali di ribalta. Come uscire, allora, da questo stallo? Soltanto considerando l’uomo e la donna legati tra loro da una relazione di presupposizione reciproca. Ci aveva visto lungo Edward Bernyas che, addirittura negli anni Venti, aveva intuito l’importanza della figura femminile nella politica attiva. Queste le sue parole, il cui eco risuona oggi più che mai attuale: ”Proprio come le donne completano gli uomini nella vita privata, così esse completeranno gli uomini nella vita pubblica, concentrando i loro sforzi su quegli oggetti che gli uomini di solito ignorano. Quando ben organizzate e consapevoli del loro potere di influenzare la vita pubblica, le donne possono utilizzare la libertà appena acquisita per fare del mondo un posto migliore in cui vivere”. 
 
 
A cura di
Fiammetta Freggiaro