Ostacolata, resiliente, inclusiva: questa è la Gen Z

Ostacolata, resiliente, inclusiva: questa è la Gen Z

Il dottor Iato ci ha detto – se non ricordo male – che la loro Generazione Z è vista come disorientata, anzi come inerte, rinunciataria, estraniata dalla realtà. Sinceramente non so da dove possano uscire queste valutazioni così difformi dalla realtà, gravemente sbagliate, sulla nostra giovane generazione”. Questo l’estratto dell’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione del 25esimo anno accademico dell’Università del Piemonte Orientale. 

Affermazioni forti, il cui eco risuona acuto per tutto lo Stivale e, per di più, in un contesto precario, instabile, tremendamente distante da quello presentato dalla narrazione mainstream italiana. Pregna di paternalismo e giudizi universali; tanto tranquillizzante quanto narcotica e difforme. 

Secondo Mattarella, infatti, “il disorientamento che realmente talvolta affiora, è responsabilità di noi adulti. Come potrebbero sentirsi a loro agio nel mondo che gli adulti presentano loro in questo periodo?”. 

 

Il profilo della generazione 

Cerchiamo di capire chi sono i giovani del nostro Paese. La risposta viene spontanea: una vera e propria classe che cerca maggiori certezze per il proprio futuro lavorativo e sociale

Questa ricerca, quasi ossessiva e spasmodica, prosegue impetuosa nella quotidianità; basta davvero poco per rendersi conto del grande fermento che, da sempre, anima dentro un’intera generazione. Fame di conoscere, voglia di costruire, desiderio di incidere sulla contemporaneità attraverso la parola, lo scritto o qualsiasi altra arte liberale. Insomma, ci si vuole sentire utili e ben inseriti nella società. Lo stesso, del resto, hanno fatto Giotto, Leonardo Da Vinci e Goffredo Mameli. 

Nulla, in questo senso, è cambiato; oggi infatti, secondo ISTAT, sono molti i giovani che usano il proprio tempo libero per dedicarsi alla comunità svolgendo attività di volontariato. Si tratta di quel 15% individuato da Ipsos tramite il suo progetto “Schermi futuri”; giovani pratici e razionali, che vivono nel loro presente, privi di ambizioni smisurate. 

Importanti anche i numeri di coloro che aderiscono a movimenti – di ogni tipo, ma soprattutto ambientalista e femminista – supplicando di accogliere, rispettare ed ascoltare le proteste di cui si fanno, invano, paladini. Stiamo parlando di giovani riflessivi e consapevoli, attenti al mondo che li circonda. 

Impossibile tralasciare, poi, quanti impegnati duramente nella ricerca e nella valorizzazione del nostro territorio, cercando talvolta di ripopolarlo. In molti casi, senza ricevere sussidi né tantomeno il giusto inquadramento che, invece, altrove è ben presente. 

Attenti all’ambiente, ai diritti civili, alle diversità, sono spesso coinvolti in interscambi europei per arricchire il proprio bagaglio culturale. Amano dialogare e confrontarsi, senza alcun tipo di discriminazione etnica o anagrafica. Credono in un futuro migliore, senza barriere né conflitti. Tante le nozioni ancora da imparare, ma altrettanta voglia di mettersi in gioco. 

Rappresenterebbero, dunque, un motivo di speranza per l’intera politica nazionale

 

La realtà italiana 

Non sempre le cose vanno come vorremmo. È per questo che le certezze di cui parlavamo in apertura - citate al termine di ogni legislatura, considerate ovvie al netto del risultato elettorale – a contatto con la politica italiana, perdono di consistenza. Difatti nessun Governo, di qualsiasi colore politico, passato per Palazzo Chigi negli ultimi trent’anni le ha sapute implementare. Non più certezze, ma illusioni, verrebbe implicito aggiungere. 

Benché quest’ultimo passaggio sia paradossale, soprattutto se messo a confronto con quanto accade in altri Paesi europei e con le espressioni di rilancio cui i vari leader politici tentano di accostarsi, in Italia non desta affatto scalpore. Privi di una classe politica capace di rappresentare il vero volto del Paese, i cittadini hanno imparato, a proprie spese, a prenderne distanze. Questo quanto avvenuto anche rispetto alle nuove generazioni. 

Le motivazioni di tale tendenza sono semplici, benché drammatiche: il giovane pratico, aperto, resiliente spesso raffigura una “ventata di aria fresca”, un pacchetto d’emergenza pro tempore da usare nei modi e nei tempi stabiliti in senso unidirezionale. Mai però una risorsa estremamente utile e valida in sinergia con altre. Lo si apprende facilmente guardando in faccia la realtà. 

L’accusa è grave ma giunge direttamente dai dati; anch’essi bistrattati e portati puntualmente sul carro del vincitore, quasi come un trofeo da esibire. In realtà, gli stipendi italiani non crescono dal 1990; stanno addirittura diminuendo a causa dell’inflazione, attestandosi tra i più bassi d’Europa. La ricchezza delle persone under 30 si è dunque ridotta negli ultimi 30 anni e, come se non bastasse, dal 2015 ad oggi i prezzi degli affitti, nell’intero territorio nazionale, sono lievitati del 40%.

Il tasso dei dipendenti con contratti a termine è passato dal 9,9% del 1993 al 13,2% del 2023Soltanto quattro giovani su dieci hanno un lavoro stabile; la maggior parte di loro, invece, è costretta a rimbalzare da un impiego all’altro senza alcuna prospettiva di lungo periodo. 

A causa dell’instabilità economica, è sempre più difficile per le giovani famiglie affrontare spese ordinarie e straordinarie. Unica soluzione il risparmio o l’indebitamento. 

Il futuro? Poco allettante: i giovani di oggi andranno in pensione soltanto una volta superati i 73 anni. Tra precarietà lavorativa, disoccupazione e lavoro sottopagato, non pare esserci altra soluzione se non l’emigrazione. 

Nonostante le campagne promosse per sensibilizzare su urgenze sociali quali la disparità di genere, persistono, comunque, indici negativi: la retribuzione lorda media delle giovani donne è di oltre quattro mila euro inferiore a quella degli uomini. Ma non è solo una questione salariale: vari i casi in cui il linguaggio utilizzato negli annunci di lavoro è tutt’altro che inclusivo e capace di valorizzare il maschile e il femminile come due parti imprescindibili. 

Ancora molti gli ostacoli, specie al Sud, nel trovare un impiego a causa della propria condizione di genere; la situazione si aggrava in caso di sopraggiunta gravidanza o figli a carico. 

Non ci si sente al sicuro nelle città, nelle piazze, e nemmeno nelle università – queste ultime impreparate a cogliere le sfide del presente, talvolta fonti promotrici del mito capitalista del successo e della produttività ad ogni costo. Senza, peraltro, mettere al centro l’individuo e le sue naturali fragilità. 

Queste le cifre del contesto in cui, ogni giorno, i giovani italiani sono calati, portando sulle proprie spalle una sola colpa: essere legittimi ereditari di decenni di manchevolezze politiche e numerosi soprusi, implosi all’indomani della crisi economica del 2008. 

L’impressione rimane pur sempre quella di vivere in balia del caso, del susseguirsi incessante della cronaca, nostro malgrado densa di scandali ormai da lungo tempo. È in atto una vera e propria crisi esistenziale, molto spesso sottovalutata dalla politica nazionale. 

 

L’incomunicabilità tra politica e giovani 

Prendendo spunto dall’impianto psicologico e pragmatico della comunicazione, per comunicare in modo efficace è necessario, in primo luogo, condividere un patrimonio di conoscenze comuni, così da rendere ogni azione comprensibile all’altro e viceversa: in questo caso, il problema sta alla base, poiché manca anzitutto un codice tramite cui intendersi. Per ovviare questo scarto, si è tentato di fidelizzare i giovani attraverso i canali social. Risultati modesti, quelli ottenuti, se non addirittura controproducenti, considerando le esigue percentuali di fiducia poste nell’attuale classe dirigente. 

A spiegarlo è il Policy Brief di ASviS – Associazione italiana per lo Sviluppo Sostenibile - sulla partecipazione democratica giovanile: il 77% dei giovani giudica insufficiente l’operato dei partiti politici. Non ci sente rappresentati, difatti molte delle tematiche indicate come urgenti dalle nuove generazioni appaiono emarginate – o peggio ancora, sono del tutto assenti - nei vari programmi elettorali. 

Per di più, oltre il 50% dei giovani ritiene che, rispetto alle singole istanze prese in esame, la politica nel suo complesso stia ostacolando la loro effettiva realizzazione. Non pare esserci alcuna volontà di mutare lo status quo, lo stesso che evidenzia importanti sintomi di disagio. 

Lo scenario appena descritto è molto triste ma, al tempo stesso, frutto di un abbaglio alimentato dai media, cassa di risonanza di una politica sorda: se da un lato questi ultimi denunciano il crescente disinteresse giovanile alla politica, dall’altro - dato il collateralismo dilagante - quelli che dovrebbero essere potenti strumenti di integrazione sociale, non danno voce a chi, senza eccessive intermediazioni, ne dovrebbe avere almeno una. 

 

Un futuro migliore è possibile 

Questa carrellata potrebbe continuare ancora a lungo, ma quanto detto fin qui è più che sufficiente, nonché indice di rabbia e insoddisfazione. I giovani si attivano, prendono posizione, chiedono maggiore equità. Ciò che accade dopo, è a tutti ben noto: a fare la parte del leone è l’immobilità e la confutazione di qualsiasi evidenza. 

Prendere contezza della problematicità sistemica esistente è un primo passo per affrontarla a livello culturale ma, soprattutto, istituzionale

C’è chi accusa i giovani di essere troppo radicali, progressisti, eccessivamente visionari. Dimenticando, in tutti questi casi, che soltanto la forza di volontà e il desiderio di riscatto tipicamente giovanile hanno permesso di scrivere alcune importanti pagine della storia, nazionale e internazionale. Senza le quali, tra l’altro, non staremmo vivendo un presente come quello attuale. 

L’augurio è che i protagonisti di cui abbiamo parlato in questa sede non perdano di vista i propri obiettivi, bensì continuino a battersi affinché il domani possa essere una scelta, non una costrizione. Un foglio bianco ancora da scrivere seguendo unicamente le proprie volontà. 

Lo ha sostenuto anche Michele Placido nel celebre monologo conclusivo del film “Viva l’Italia”: “Ragazzi, ricordatevi, siete ancora in tempo per cambiare le cose, perché siete proprio voi che state andando a votare […] che è meglio pensare che credere, è meglio scegliere facendo sacrifici piuttosto che fregarsene, fare gli indifferenti, credetemi”.

 

A cura di

Fiammetta Freggiaro