UE e comunicazione istituzionale

UE e comunicazione istituzionale

Nel prossimo giugno si terranno le elezioni europee: come suggerisce l’acceso dibattito avviato nelle ultime settimane internamente ai partiti, si tratta di un appuntamento sentito poiché fungerà da catalizzatore dei riflettori internazionali, benché non sufficientemente valorizzato all’interno dei singoli confini nazionali. Inteso per lo più come test di sopravvivenza e tenuta politica del Governo

Qual è lo stato di salute dell’Unione e che cosa ne pensano gli italiani in generale e, soprattutto, i più giovani? Ci si sente veramente cittadini europei? Questi alcuni degli interrogativi cui proveremo, in questa sede, a rispondere. 

Nella consapevolezza che, qualsiasi interpretazione fornita, nonostante non sia esaustiva della complessità quotidiana, debba essere fortemente calata nel nostro assetto sociale. Quello che, più di ogni altro, segnala disparità tra Nord e Sud del Paese, nonché evidenti discrepanze a livello culturale, che non accennano di certo ad arrestarsi. 

 

L’Unione europea tra storia e attualità 

Prima di addentrarci in considerazioni critiche, è opportuno esaminare l’intera architettura istituzionale senza dare niente per scontato, considerato il livello mediamente basso di conoscenze a disposizione. Ma, soprattutto, tenendo conto del fatto che non vi è traccia di un qualche programma di formazione in meritoIl dibattito, nel nostro Paese, è vivo tra addetti ai lavori, appassionati, oppure a livello universitario

Organizzazione politica ed economica a carattere sovranazionale, l’Unione europea deve la sua struttura attuale alla Comunità economica europea, siglata a Roma il 25 marzo 1957, e ancor più a un lungo processo di allargamento, avviato negli anni immediatamente successivi e culminato poi con l’entrata della Croazia nel 2013, ventisettesimo Paese aderente. 

In pochi ricorderanno che l’Italia, nazione dilaniata e tutta da ricostruire all’indomani dell’armistizio, ha scelto di investire parte di quell’esiguo capitale, soprattutto morale, rimasto per dare vita al primo nucleo di questa Unione. Un progetto allettante, ma non per questo privo di insidie, cui hanno aderito anche Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi. Un vero e proprio miracolo pacifista duraturo, potremmo dire oggi.  

Dislocata in tre sedi ufficiali (Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo), è dotata di un proprio ordinamento giuridico e di una propria cittadinanza, oltre che di risorse fiscali autonome. Promuove e garantisce la libera circolazione di merci, servizi e persone all’interno del suo territorio in virtù del mercato europeo comune e dell’area Schengen. Per mezzo di una politica monetaria comune gestita dalla Banca Centrale Europea – quest’ultima con sede a Francoforte sul Meno – nel 2002 ha promosso l’introduzione di una moneta unica, adottata da venti nazioni su ventisette, nonché l’istituzione dell’Eurozona. È, inoltre, intervenuta più volte nel corso degli anni dieci del 2000 con vere e proprie operazioni di salvataggio a seguito della crisi economica greca. 

Vale la pena, poi, ricordare che il suo Parlamento - attualmente composto da 705 membri ed eletto dal 1979 direttamente dalla popolazione per mezzo di una procedura elettorale stabilita a livello nazionale - a breve vedrà crescere considerevolmente il numero delle presenze a causa dell’incremento demografico. Previsti, infatti, 720 membri per il quinquennio 2024 - 2029. Da qui la necessità di scegliere attentamente quali personalità politiche investire di un ruolo così importante, rappresentare le istanze nazionali e mettere in agenda strategie di comune risoluzione. 

 

Si è fatta l’Unione, ma non gli europei?

Fatto questo quadro, a poco meno di tre mesi dal voto è necessario domandarsi quanto, noi oggi, ci sentiamo effettivamente cittadini europei. Gli ultimi sondaggi Eurobarometro registrano una crescente fiducia nelle istituzioni europee e, pari merito, una più accentuata volontà di partecipare alle prossime elezioni, soprattutto fra i più giovani. 

Andando più nello specifico, si scopre però che il suddetto quadro non è affatto sempre così idilliaco: la realtà rimane pur sempre quella di un’Unione con tante differenze. La discrasia salariale, ad esempio, è tutt’oggi molto evidente; secondo l’Eurostat in Lussemburgo lo stipendio medio è sette volte quello pagato in Bulgaria. Due binari a due velocità, e fin qui nulla di nuovo. L’unione nella diversità di ogni Stato membro è, infatti, il valore fondante l’intera impalcatura. Peraltro, è proprio quest’ultimo aspetto che funge da motore azionante la lotta per la tutela delle minoranze, la libertà di parola e la dignità umana. 

Ma non è tutto: queste differenze piuttosto marcate non valgono soltanto tra le ventisette nazioni – più o meno agevolate dal retroterra culturale, all’avanguardia oppure fanalino di coda relativamente allo sviluppo economico e sociale – bensì anche all’interno di queste ultime. Ciò, relativamente all’Italia, desta non poca preoccupazione. 

Lo stesso ragionamento vale se calato sul piano della percezione: prendendo come riferimento la media europea, soltanto il 40% della popolazione è convinto della propria identità europea. Questa percentuale cala drasticamente nel caso italiano, con appena il 18%

Siamo davvero sicuri che il respiro europeo, veicolato da Bruxelles e Strasburgo, possa giungere e dunque essere recepito con eguale vigore in Calabria, in Molise, in Trentino Alto Adige, oppure ancora in Lombardia? Probabilmente no, la ragione è molto semplice: il nostro Paese è estremamente frammentato. Infatti, soltanto nelle regioni con popolazione mediamente più giovane, con più alto livello di istruzione e proveniente da classi sociali medio - alte è possibile trovare indici più marcatamente europei. 

Esistono fattori che possono agevolare questo processo di europeizzazione? Sì, primo tra tutti il programma Erasmus, quello che permette l’interscambio tra università e studenti. Ma, soprattutto, è indice di arricchimento e di ampliamento dei propri confini

Eppure, anche ammettendo la validità e la fattibilità di tale processo, il quadro generale poco cambia e rimangono parecchie aree scoperte. La sfida nasce quando si cerca di intercettare chi ha conosciuto gli albori della nostra contemporaneità europea. Coloro i quali sono, tradizionalmente, poco inclini al voto, disillusi e scarsamente intenzionati ad approfondire l’ordinamento politico. 

 

Comunicare l’Unione europea agli italiani 

Di tutto ciò, paradossalmente, si ha contezza soltanto in concomitanza degli episodi elettorali. Una volta superato tale scoglio, invece, raramente si prevede un dialogo capace di avvicinare il grande pubblico alle istituzioni dell’Unione, nonché di coinvolgere quest’ultimo nel processo decisionale. L’impressione è quella di una dinamica meramente unidirezionale, lenta e pesante a causa dei suoi meccanismi, per di più non di facile consultazione. 

Così facendo, se mai dovesse presentarsi la necessità di indicare quanti e quali gruppi politici sono presenti, quali funzioni svolge il Parlamento oppure ancora di cosa discutono le Commissioni, con molta probabilità le relative risposte potrebbero scarseggiare. 

Il rischio che si corre, in questo senso, è grandeveicolare un’immagine non corrispondente alla realtà. L’Unione Europea come organismo accessorio, quasi un suppellettile piuttosto ingombrante. Niente di più sbagliato: si tratta di un bacino di pace e di prosperità da cui non si può prescindere. Da qui derivano gran parte quei valori e diritti che, oggi, consideriamo scontati. 

Il problema, quello della comunicazione istituzionale, è molto rilevante ma non del tutto nuovo. Puntualmente, infatti, le europee sono svilite ad elezioni di secondo ordine, motivo per cui nel nostro Paese i vari partiti si accalcano nel toto nomi, prima della presentazione delle liste, senza preoccuparsi di mettere in evidenza l’importanza del voto e della meccanismo rappresentativo nell’emiciclo parlamentare. 

 

Uno spiraglio di speranza

Il trucco sta, allora, nell’entrare nello stesso terreno di gioco degli elettori: la vita quotidiana e la sua cultura. Veicolata, quest’ultima, in primis dalla televisione. Palcoscenico mediatico che, nonostante l’esplosione dei social, riesce comunque a catalizzare milioni di italiani, sparsi per tutto lo Stivale e soprattutto di età differenti. 

Dobbiamo quindi rendere omaggio a Sanremo? Sì, ma si tratta pur sempre di una minima parentesi. Ciò che sta intorno, purtroppo, pare non tenere il passo. Motivo per cui dovrebbe essere la scuola a farsi portavoce di una missione tanto importante quanto sui generis: trasmettere una sostanziale uguaglianza tra popolazione ed Unione Europea. 

Tutti noi siamo la politica, l’Unione Europea. Ed è per questo giusto impegnarsi collettivamente per mantenere ciò che, con grande fatica, è stato costruito. 

Con altrettanto vigore, andrebbe istituito presso tutti gli ordinamenti scolastici superiori di secondo grado un insegnamento obbligatorio di diritto, nonché di storia dell’unione europea. È impensabile costruire il futuro di questo Paese e farsi carico delle sue enormi problematicità, senza prima dotarsi dell’apposita “cassetta degli attrezzi” necessaria.

 

A cura di

Fiammetta Freggiaro