L'intervista all'On. Giulia Pastorella

È oggi nostra ospite l'On. Giulia Pastorella, deputata di Azione, nonché eletta al consiglio comunale di Milano. 

Entriamo subito nel vivo parlando del caso Rai: recentissima è la comparsa di un comunicato con cui alcuni dipendenti di via Mazzini hanno preso le distanze dalle parole lette da Mara Venier a proposito del conflitto in Medio Oriente. Viene implicito chiedersi se tale faziosità informativa sia, benché latente, di lungo corso oppure, come asserito in questi giorni, diretta conseguenza dell’influenza politica del centro destra sul servizio televisivo pubblico. 

Non c’è nulla di nuovo: nel corso degli anni la Rai è stata lottizzata e influenzata da tutti i Governi, anche di quegli stessi che, adesso, vanno a fare i sit in lamentando la parzialità dell’ente pubblico televisivo. Io penso comunque che i dipendenti abbiano fatto bene a prendere le distanze, sia nel metodo che nel merito, dalla decisione intrapresa dall’AD Roberto Sergio. Allo stesso modo, reputo necessaria una revisione della Rai in toto. Azione non ha partecipato al sit in, bensì ha preferito cercare di convincere le altre opposizioni a formulare una proposta alternativa relativamente alla governance della Rai, proprio per garantire l’indipendenza e la neutralità – ma soprattutto una maggiore qualità - del servizio pubblico televisivo. Azione ribadisce da tempo che la Rai dovrebbe diventare una Fondazione indipendente.

 

Non meno dibattute sono le elezioni europee, programmate per il prossimo otto e nove giugno; spinosa è, a tal proposito, la questione dell’esercizio di voto fuorisede. Fratelli d’Italia ha depositato in commissione Affari Costituzionali al Senato un emendamento al decreto elettorale che, se approvato, segnerà una vera e propria svolta, seppur temporanea. Una soluzione definitiva, considerando l’immobilismo politico finora dilagante, può concretizzarsi o tarderà ancora ad arrivare?

Temo di dover dare una risposta pessimista. Questa soluzione, come ricordato, è alquanto parziale e soprattutto tardiva. Volta esclusivamente agli studenti e destinata a coprire la tornata europea, ma non quella amministrativa; si tratta di una misura insoddisfacente per la maggior parte delle persone. È buffo ricordare come il Governo, dopo aver bocciato la proposta sul voto fuorisede rimandandola a un’ipotetica delega, ha fatto improvvisamente marcia indietro di fronte ad un’evidente pressione da parte dell’opinione pubblica. Ringraziamo Sanremo! Tale misura, peraltro, lascia senza risposta una serie di altri interrogativi da risolvere, primo tra tutti il voto degli italiani residenti in Stati non europei che devono tornare in Italia per votare alle europee, diversamente da quanto avviene per le politiche; come per i fuorisede, anche in questo caso bisogna capire se il voto debba seguire la cittadinanza oppure la residenza. Questo è il vulnus principale che sembra trovare risposte diverse a seconda del tipo di elezioni. Credo, quindi, che una riforma più ampia del voto fuorisede e estero sia qualcosa su cui lavorare per evitare questi paradossi ed io, per prima, mi ci impegnerò con il mio partito. 



Sempre in merito alle europee, è stato presentato un ulteriore emendamento volto a limitare il numero dei partiti alle elezioni; la nuova normativa, qualora venisse approvata, introdurrebbe l’obbligo della raccolta firme e renderebbe meno agevole la partecipazione elettorale delle forze minori. Ciò significa, dunque, rinnegare una piena rappresentanza? 

Assolutamente sì, la ragione è molto semplice: le europee sono elezioni proporzionali, esiste già una soglia di sbarramento che funziona come deterrente naturale alla proliferazione di partiti non rappresentativi di un numero adeguato di italiani e soprattutto non c’è scusa di voler dare maggiore stabilità o continuità al sistema politico visto che la scelta del ‘governo’ europeo (ovvero la Commissione) avviene secondo logiche molto diverse. Date queste condizioni, trovo che mettere un ulteriore paletto alle partecipazione sia fortemente antidemocratico e rischierebbe di lasciare fuori forze politiche, come +Europa, che alle elezioni hanno preso percentuali più alte di altre forze, come Noi Moderati, che invece non dovrebbero raccogliere firme. Una stortura insomma. Spero che questo emendamento non passerà, anche perché porterebbe delle storture molto evidenti. È giusto che tutti competano, per poi lasciare spazio alle scelte degli elettori. Devono essere questi ultimi a decidere. 

 

Spostandoci invece sulla questione trasporti, l’Italia è sempre più divisa a metà: collegamenti frequenti e grandi innovazioni al Nord, ritardi ed arretratezza infrastrutturale al Sud, dove il record di anzianità dei convogli ferroviari spetta al Molise (22,6 anni). L’impressione è che, a livello istituzionale, convenga mantenere un’Italia a due velocità. Qual è la posizione di Azione a tal riguardo?

Ci sono sicuramente delle differenze evidenti, in Commissione Trasporti ne parliamo molto. Relativamente alla questione del ponte sullo Stretto, ad esempio, prima di ancora di valorizzare le potenzialità di quest’ultimo, Azione ha insistito molto sul rinnovamento infrastrutturale di tutta la Regione Sicilia, dove i trasporti richiedono tutt’oggi un monte ore decisamente elevato. Oltre al tema infrastrutturale, bisogna occuparsi anche del parco mezzi; a questo proposito le risorse del PNRR possono naturalmente intervenire. Io stessa avevo presentato degli emendamenti, in sede di legge di bilancio, per permettere un prolungamento delle scadenze degli incentivi, considerati i rallentamenti produttivi a causa della situazione internazionale. Va anche detto, poi, che vi sono fattori dipendenti dalla volontà politica delle singole realtà; credo che la Sicilia sia un esempio dove, quest’ultima, non ha saputo ottenere nulla di concreto per migliorare la viabilità ferroviaria nell’isola. 

 

Profondamente contradditorio è anche il tema salute: secondo il rapporto Istat Noi Italia 2023 la spesa sanitaria pubblica è di gran lunga inferiore rispetto a quella di altri Paesi europei, difatti il nostro Paese presenta i livelli più bassi di posti letto ogni mille abitanti. Come se non bastasse, medici ed infermieri stanno espatriando in massa in cerca di migliori soluzioni contrattuali. Come fare, allora, per evitare il rischio collasso?  

Sicuramente non nascondendo la testa sotto la sabbia come sta facendo l’attuale Governo. Gli italiani spendono moltissimo in sanità privata, circa 40 miliardi., Ilil vero problema infatti non è tanto quello dei posti letto ogni mille abitanti, bensì quello della sanità territoriale e delle liste d’attesa che portano a ricorrere al privato che offre prestazioni in tempi più ragionevoli. Azione ha avanzato una proposta, in legge di bilancio, con cui si richiedeva di mettere tutte le risorse disponibili – 10 miliardi – per abbattere completamente le liste d’attesa, concedendo ai cittadini di rivolgersi al settore privato con copertura pubblica, considerata l’impossibilità del pubblico di assolvere le medesime funzioni. A tal proposito, il Governo ha fatto orecchie da mercante, mettendo  a disposizione quei tre miliardi di cui si vanta, ma che in realtà non vanno neanche a coprire le spese correnti. Non ci si rende conto del fatto che, questa, sia un’emergenza, nonostante le opposizioni siano, per una volta, compatte a riguardo. 

 

A cura di

Fiammetta Freggiaro



L'intervista a Matteo Hallissey: "Una rivoluzione culturale contro gli stereotipi"

È oggi nostro ospite Matteo Hallissey, neoeletto segretario dei Radicali Italiani, nonché segretario di partito più giovane di sempre in Italia. 
 
Considerando la sua carica all’interno dei Radicali Italiani – eletto Segretario appena ventenne - decisamente insolita nell’attuale panorama partitico dove l’età media va ben oltre i 40 anni, crede che l’essere giovane possa ancora considerarsi come fattore ostacolante la vita politica attiva?
 
I giovani si astengono di più e sono ancora meno fiduciosi in una classe dirigente che non si occupa dei nostri problemi. Quelli che fanno politica all’interno dei partiti spesso imitano gli stessi comportamenti ed errori delle altre generazioni, quando non ci servono altri burocrati di partito obbedienti.  Mentre vedo che sta crescendo la voglia di attivarsi anche in altri modi, magari a partire da singoli temi o raccolta firme. Penso ad esempio la referendum eutanasia e a quanto abbiamo entusiasmato e coinvolto tanti ragazzi e ragazze. Sicuramente oggi i giovani hanno ancora poco spazio all’interno dei ruoli dirigenziali nei partiti e nelle istituzioni, ma credo qualcosa stia iniziando a cambiare. 
 
 
Molto noto e di lungo corso è l’impegno dei Radicali rispetto a urgenze nazionali e internazionali quali il rispetto dei diritti umani e il sovraffollamento delle carceri. A questo riguardo,  quale obiettivo intendete raggiungere con la vostra iniziativa “Devi vedere” e come mai, di tutto ciò, non si parla mai abbastanza sui principali media?
 
Solo nelle ultime settimane pare ci sia maggiore attenzione sui media in merito alle condizioni delle carceri e dell’assurdità di questo istituto che, invece di riabilitare, viola qualsiasi diritto e ghettizza ulteriormente chi spesso è già ai margini della società. La nostra iniziativa Devi Vedere ha proprio l’obiettivo di portare tutti i cittadini a vedere con i propri occhi cosa significa fare essere detenuti e qual è la situazione delle prigioni italiane. Non serve andare in Ungheria per riscontrare disumanità e violenze. I casi di suicidi di queste prime settimane del 2024 sono addirittura superiori ai numeri già elevatissimi degli anni precedenti. E dietro ci sono storie ed esperienze di persone che perdono la vita e soffrono a causa di questo sistema. 
 
Altrettanto dimenticata e spesso screditata è la comunità Lgbtqia+, vittima peraltro di abusi e violenze sul luogo di lavoro: l’indagine Istat – Unar pubblicata nel 2022 rileva dati agghiaccianti per il nostro regime democratico. Il 26% delle persone occupate – o precedentemente occupate - che hanno dichiarato di essere omosessuali o bisessuali afferma che il proprio orientamento sessuale ha rappresentato uno svantaggio nella propria vita lavorativa, in almeno uno dei tre ambiti considerati: carriera e crescita professionale, riconoscimento e apprezzamento, reddito e retribuzione. Serve, dunque, una trasformazione culturale?
 
Assolutamente sì. Viviamo in un Paese dove ancora sono diffusi tantissimi tabù e c’è molta disinformazione. L’unico modo per combattere gli stereotipi e sfatare i luoghi comuni è cercare proprio di attuare una rivoluzione culturale che non può che partire da scuole e università, anche introducendo percorsi di informazione sessuoaffettiva. Ognuno di noi può fare tanto pure nella propria quotidianità per abbattere questi pregiudizi e battersi contro qualsiasi forma di violenza, anche quelle meno evidenti e quindi più subdole. Lo scorso anno, inoltre, abbiamo lanciato la campagna “Caro Sindaco Trascrivi” insieme a +Europa proponendo una mozione per i Consigli comunali per impegnare i sindaci a trascrivere interamente gli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali.
 
Larghe fasce del nostro elettorato sono sempre più distanti dalla politica nazionale; quest’ultima risulta incapace di accoglierne le rispettive istanze, varando anno dopo anno tagli consistenti alla ricerca e alla sanità. In che modo intendete, attraverso il vostro programma, ridare fiducia alle nuove generazioni, residenti soprattutto nelle zone meridionali e meno servite del Paese, troppo spesso dimenticate dalle Istituzioni?
 
È una sfida gigantesca. Anzitutto dobbiamo tentare di ridare forza e attivare gli strumenti di partecipazione, con particolare attenzione ai livelli locali. In tanti Comuni, infatti, non esistono e sono impossibili da utilizzare tanti istituti di democrazia diretta che potrebbero essere molto importanti per coinvolgere realmente la popolazione nelle decisioni prese dalle istituzioni, facendo interessare tutti ai processi di scelta politica. Per quanto riguarda le giovani generazioni, andrebbe promosso un vero e proprio manifesto che unisca anche ragazzi con idee diverse su altri temi, ma legati dal medesimo interesse per gli argomenti che riguardano il nostro futuro, dalle possibili risposte al caro affitti fino al voto fuorisede, passando per il sistema previdenziale e il debito pubblico insostenibili, su cui nessuno dice nulla e nessuno si oppone. Non è assurdo?
 
Restando sempre nell’orbita delle problematiche vissute dalle nuove generazioni, negli ultimi anni il consumo di psicofarmaci sta decisamente aumentando; la politica, dal canto suo, non sembra prestare molta attenzione al disagio sociale, ormai dilagante, né tantomeno sembra porsi interrogativi sulle motivazioni sottese a ciò. In quest’ottica, quale rischio viene collettivamente ignorato?
 
L'aumento del consumo di psicofarmaci tra le nuove generazioni è sintomatico di una più ampia “epidemia di solitudine” che attraversa la nostra società e colpisce in particolare proprio i giovani. La politica finora ha completamente trascurato questo disagio, ignorando spesso le cause profonde che lo alimentano, come l'isolamento, la pressione sociale e l'incertezza economica. Anche le nuove tecnologie, se non gestite e guidate nella giusta direzione, rischiano di intensificare questi problemi drammaticamente. È fondamentale che la politica inizi a considerare il benessere mentale come una priorità, investendo in servizi di supporto accessibili e in campagne di sensibilizzazione che possano contribuire a ridurre lo stigma e a promuovere una cultura della cura e del supporto reciproco. C’è sempre più consapevolezza, soprattutto tra i giovani, e dobbiamo ancora insistere. 
 
Nel prossimo giugno si terranno le elezioni europee. Da più parti, c’è chi critica la comunicazione istituzionale di Bruxelles e Strasburgo imputandole poca funzionalità e, soprattutto, eccessiva distanza dalla comunità, disincentivata al voto. Qual è la sua posizione? Crede siano necessari dei correttivi?
 
Le istituzioni europee negli ultimi anni fatto grandi tentativi per cercare di avere una comunicazione più vicina ai cittadini e ai giovani, mentre tante forze reazionarie continuano a tracciarne un ritratto di organizzazione burocratiche e distanti. Oltre a continuare questo lavoro di sensibilizzazione, occorre mettere a sistema gli esperimenti di partecipazione alle decisioni delle istituzioni europee, come la conferenza sul futuro dell’Europa, e chiedere una vera rivoluzione europea, un cambiamento profondo delle istituzioni UE nell’ottica di arrivare agli Stati Uniti d’Europa e quindi ad una maggiore integrazione su settori fondamentali. Oggi il livello europeo è quello minimo per affrontare mille sfide, dalla transizione ecologica alla gestione dei flussi migratori, passando per la politica estera e di difesa.
 
 
A cura di
Fiammetta Freggiaro

L'intervista all'On. Brando Benifei

È oggi nostro ospite l'On. Brando Benifei, capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento Europeo. Al secondo mandato da europarlamentare, fa parte del Pd dalla sua fondazione. Nel corso della breve intervista sono stati toccati numerosi punti: il conflitto in Medio Oriente, l'IA Act, le prossime europee, la questione affitti e il tema immigrazione. 
 
 
In queste settimane, come comprensibile, ogni nostra intervista inizia con la stessa domanda, quella sulla situazione in Medio Oriente. Il conflitto tra Israele e Palestina - d'immensa complessità per storia e situazione attuale - ha generato un dibattito da stadio, permeato da una spesso banalizzante e irragionevole polarizzazione. Come si pone rispetto a quest'ultima? 
 
Quasi sempre le polarizzazioni servono a motivare le proprie tifoserie e non a raggiungere una soluzione. Israele ha il diritto di difendersi e di neutralizzare la capacità offensiva dei terroristi di Hamas, ma è chiaro che non si può consentire un “diritto alla vendetta” contrario al diritto internazionale: a Gaza, infatti, è in corso una vera catastrofe umanitaria su cui non si può restare in silenzio, un massacro di civili inaccettabile.
Gli alleati di Hamas vogliono proprio alimentare una spirale di violenza, mentre serve maggiore determinazione da parte della comunità internazionale per creare le condizioni per una soluzione diplomatica di lungo respiro che dia giustizia al popolo palestinese - ponendo fine all’occupazione in Cisgiordania e impegnando davvero la comunità internazionale per la costituzione di uno Stato palestinese libero - e sicurezza ad Israele, con la salvezza degli ostaggi e il riconoscimento del diritto di esistere dello Stato ebraico. Purtroppo gli interlocutori non sempre sembrano essere pronti, ma quella è la giusta direzione e anche l’Europa deve fare la propria parte.
 
 
Passando alla questione "Intelligenza Artificiale", il 9 dicembre Commissione, Consiglio e Parlamento europeo hanno approvato l’IA Act. Si tratta del primo regolamento al mondo in materia: cosa rappresenterà e perché è così importante una regolamentazione quanto più efficace possibile?
 
È fondamentale che progressi così rapidi e importanti come quelli dovuti all’intelligenza artificiale si realizzino in una cornice di regole e tutele per i cittadini. Contesto chi vuole frenare l’innovazione, ma questa non può neanche avvenire fuori da una cornice di valori e di paletti precisi per gli utilizzi consentiti. Tra le novità più rilevanti, si renderanno riconoscibili i contenuti creati con software di IA, si circoscriverà la possibilità di acquisire e sfruttare determinati dati, si individuano divieti generali per poi stabilire una graduazione degli obblighi e delle responsabilità sulla base del livello di rischio di incorrere in una lesione di diritti. Si tratta di una materia incandescente e in continua evoluzione: per questa ragione abbiamo costruito un sistema di governance, che dovrà tenere assieme sviluppo e flessibilità nelle tutele.
Le votazioni finali sul testo avverranno fra marzo e l’inizio di aprile e poi l’AI Act diventerà un regolamento europeo approvato.
 
 
Le prossime elezioni europee sono ormai alle porte. Sono anni che le forze di stampo europeista, in contrasto con un dilagante nazionalismo, si battono per la cancellazione del diritto di veto: quanto crede che manchi per la revisione dei Trattati che sanciscono il voto all'unanimità? Per quanto ancora le prerogative di alcuni Stati ostacoleranno l'evoluzione della comunità europea nel suo insieme?
 
In una fase storica di grandi cambiamenti l'Unione europea non può pensare di rimanere ancorata a uno status quo ormai anacronistico. Purtroppo constatiamo come la destra italiana ed europea, sempre pronta ad accusare l'Europa di immobilismo, abbia sempre sostenuto la necessità di mantenere il diritto di veto in Consiglio - meccanismo che blocca le decisioni in campi essenziali dell’azione dell’Unione - e abbia bocciato lo strumento del referendum europeo, sconfessando la loro retorica sulla valorizzazione della volontà popolare. La nuova legislatura dovrà riformare le istituzioni UE e ampliare le sue competenze in materie chiavi quali le politiche ambientali ed energetiche, la salute, la tutela dello stato di diritto e le politiche sociali: le prossime elezioni saranno tra chi vuole la costruzione di un’Unione Europea più forte e più democratica oltre che con maggiore attenzione al lavoro e alle tutele sociali, e la destra, che pensa in maniera ingenua e fuori dalla realtà che l’interesse nazionale si persegua scontrandosi con il diritto e con gli altri Stati europei, in un mondo invece sempre più multipolare.
 
 
Tra i molteplici ruoli ricoperti, è stato nominato Relatore "ombra" del Regolamento sulla raccolta e sulla condivisione dei dati relativi ai servizi di affitto di alloggi a breve termine. Ha, dunque, avuto modo di approfondire un aspetto direttamente connesso alla vita dei giovani in Europa: in che modo si può efficacemente intervenire sulla questione?
 
Sì, come relatore per il Gruppo dei Socialisti e Democratici, sono contento del risultato raggiunto, perché le priorità espresse attraverso la posizione approvata del Parlamento a settembre sono state tutte confermate. Questo Regolamento permetterà finalmente di avere dati fondamentali per realizzare politiche efficaci sugli affitti brevi nelle nostre città oltre ad aiutare enormemente nel contrasto agli abusi e all’evasione fiscale, consentendo alle autorità competenti di agire in caso di irregolarità. Gli host riceveranno gratuitamente un numero di registrazione, che sarà necessario per poter affittare il proprio immobile, mentre le piattaforme online dovranno compiere tutti gli sforzi ragionevoli per assicurare che le informazioni fornite dagli host siano affidabili e complete. In questo modo le autorità locali, regionali e nazionali avranno importanti informazioni per fare le scelte giuste sulle politiche abitative, auspicabilmente per aiutare chi è più in difficoltà. 
 
 
Passando al tema immigrazione, ha spesso accusato l'attuale governo di populismo e scarsa serietà nella gestione dei flussi migratori. Rinviene nei governi precedenti approcci meritevoli di essere ripresi? Come ovvio, in termini di modus operandi e con un'opportuna valutazione dello specifico contesto attuale.
 
Ho trovato scandaloso l’ultimo tentativo da parte del governo Meloni di esternalizzare la gestione dei migranti fuori dal territorio UE con questo protocollo Italia-Albania, che presenta gravi criticità in merito alla violazione di norme europee e internazionali che impongono lo sbarco in un porto sicuro più vicino, il diritto a chiedere protezione internazionale e le garanzie a tutela della libertà personale. Intanto ci ha pensato la Corte costituzionale albanese a sospendere la ratifica! Per quanto riguarda il modus operandi, governi precedenti cercavano di portare a casa risultati in collaborazione con gli altri Paesi europei: oggi la destra pensa di ottenere qualcosa con toni aggressivi e la patetica rivendicazione dell’orgoglio italiano, non riuscendo a ottenere nessun risultato. Purtroppo anche l’ultimo accordo sulla riforma delle norme europee sull’asilo non prevede un vero sistema di ricollocazioni obbligatorie, ma permette agli Stati membri di sfuggire ai loro doveri di solidarietà pagando qualche soldo. Servirebbe uno sforzo creativo che mettesse insieme un gruppo di Paesi volenterosi per fare una proprio politica sull’immigrazione aggiuntiva a quella comunitaria, si può fare e per l’Italia sarebbe importante, ma questo esecutivo manca di ambizione nel perseguire obiettivi comuni nel contesto europeo.
 
 
 
A cura di
Valerio Antoniotti

L'intervista all'On. Stefano Candiani

È oggi nostro ospite l'On. Stefano Candiani, deputato della Lega e già due volte senatore. A ciò è bene aggiungere il doppio mandato da sindaco di Tradate (VA) e il ruolo di Sottosegretario di Stato al Ministro dell'Interno ricoperto durante il governo Conte I. Numerosi i punti trattati nel corso dell'intervista: dall'omicidio di Giulia Cecchettin, passando per il conflitto Israele-palestinese, fino ad arrivare a questioni prettamente politiche. A seguire la versione integrale.

 

Molto violento è stato e continua ad essere il dibattito relativo all'omicidio di Giulia Cecchettin. In questi giorni ognuno ha cercato di fornire la propria ricetta segreta per la risoluzione di un fenomeno di notevole portata: tanti i mostri indicati, poche le soluzioni concrete. Rispetto alla complessità della situazione, come pensa che lo Stato debba intervenire per generare un'inversione di rotta significativa?

C'è indubbiamente una questione che difficilmente potremo sconfiggere che, molto semplicemente, è la lotta tra il bene e il male. È da Caino e Abele che l'uomo non fa pace con se stesso, commettendo omicidi e, più in generale, fatti di sangue. È chiaro che quello che è accaduto anche dopo tutti gli sforzi fatti dimostra, ancora una volta, una riconducibilità alla natura dell'uomo, fatta di atti d'amore e di odio estremi. Senza voler sollevare polemiche, un atto efferato è sempre un atto efferato per chi lo subisce e a non doverci essere sono gli atti di odio in generale. C'è, poi, indubbiamente una questione legata a un aspetto culturale, quello dell'ancora troppo frequente subordinazione della donna all'uomo. Il quadro penale è già a norma, ci sono numerosi strumenti a disposizione di chi subisce questo genere di reati. Credo, però, che questi fatti ricadano spesso nell'azione compiuta in maniera incontrollata, imprevedibile. Le parole della sorella di Giulia Cecchettin (Elena, ndr) fanno capire come non fosse un qualcosa di atteso, di agevole prevedibilità. È sicuramente necessario un ulteriore incremento delle opere di sensibilizzazione, tanto per chi subisce - nel saper riconoscere i segnali d'allarme - quanto per chi a tali atti potrebbe essere propenso o anche solo lontanamente tendente. È fondamentale far comprendere che nell'odio non c'è mai alcuna risposta accettabile. È una questione culturale ancor prima che giudiziaria.

 

Il conflitto tra Israele e Palestina - d'immensa complessità per storia e situazione attuale - ha generato un dibattito da stadio, permeato da una spesso banalizzante e irragionevole polarizzazione. Come si pone rispetto a quest'ultima?

Come premessa a qualsiasi affermazione o ragionamento, è necessario distinguere tra aggredito e aggressore. Il Medio Oriente è da sempre martoriato, ancor prima che vi arrivassero i romani. Siamo in un conflitto che, prima che identitario, è anzitutto politico. È difficile pensare a soluzioni brevi così come è difficile pensare, in questo momento, che l'utilizzo delle armi possa portare a una esito positivo. Del resto, sangue genera sangue. Più si va avanti e più diventerà difficile uscirne senza grave strazio. C'è un dibattito internazionale, poi, che tiene conto di uno scacchiere ben più ampio rispetto a quello del conflitto arabo-israeliano. La sensazione è che alla nascita del conflitto abbia contribuito anche il conflitto tra Russia e Ucraina, con la prima indubbiamente avvantaggiata dall'espansione del fronte per l'Occidente. È necessario che riprenda un'azione forte e coordinata delle Nazioni Unite, nonostante le molteplici contraddizioni che le investono, spesso responsabili di una paralisi. Temo che passerà ancora molto tempo: da un lato Israele non vuole che i propri confini vengano messi in discussione; dall'altro, i palestinesi hanno sicuramente diritto di vivere in Israele o accanto ad esso nei territori in cui sono stanziati. Urge l'instaurazione di un rapporto di normalizzazione tra Israele e i Paesi Arabi. Il quadro è estremamente complesso e va aldilà dei rapporti tra i principali protagonisti. 

 


Passando a questioni prettamente politiche, è stato tra i fautori del cosiddetto 'Decreto Aria': perché lo ritene fondamentale e perché crede che la sinistra si sia dimostrata contraria al "progresso e allo sviluppo economico anche in questa situazione"?

C'è un tema che mi sembra abbastanza paradossale. Per esempio, c'è tutta quell'area di sinistra che almeno fino al 2018 era completamente opposta a qualunque politica agricola sugli OGM e che oggi, invece, è totalmente contrapposta a qualsiasi politica portata avanti dall'attuale governo che tuteli i rischi di deviazione rispetto a ciò che la natura produce. Un conto è la ricerca e un conto è non considerare i rischi che possono recare grave danno. Lo stesso vale più o meno per il Decreto Aria, all'interno del quale ho seguito particolarmente il riconoscimento di Malpensa come aeroporto internazionale. La verità è che lo sviluppo necessita la ricerca e la ricerca richiede scienza alla base. Non ci si muove per dogmi o per imposizioni. Bisogna individuare nuovi standard di evoluzione economica in una visione ecologica e innovativa. Attenzione a non cadere nell'errore di pensare esclusivamente all'ecologia e, conseguentemente, di lasciare i lavoratori senza impiego. Tutto questo senza considerare che non siamo gli unici al mondo e che la transizione ecologica deve essere quanto più coordinata possibile, pur potendo dare un buon esempio. Condizionare le grandi potenze è fondamentale, altrimenti si "importa" povertà senza risolvere il problema globale dell'inquinamento. La sinistra, anche in questo caso, ha dimostrato di avere un approccio eccessivamente ideologico

 


Sempre sul tema ambientale, la Lega si è detta a più riprese favorevole all'introduzione del nucleare in Italia. Perché ritenete fattibile e necessario tale percorso e quali margini di manovra rinviene nello scenario attuale?

Quello del nucleare è un tema che non può essere oggi scantonato. Nel senso che noi oggi abbiamo subito - anche in funzione del conflitto tra Russia e Ucraina - una crisi energetica che ci ha segnato. È ovvio che bisogna pensare sempre che stiamo parlando di qualcosa che si può sviluppare in futuro: non è un tema su cui si decide oggi e diventa domani mattina attuativo. Si tratta di un piano d'investimento che supera i dieci anni. Aver sottovalutato il problema d'indipendenza energetica, ha reso il Paese molto fragile rispetto a conflitti come quello appena citato. Abbiamo investito molto in passato sull'eolico e sul fotovoltaico, energie importantissime, che, però, come ampiamente documentato, non coprono affatto la quantità di energia necessaria per divenire pienamente autonomi ed ecologicamente sostenibili. La Francia è un vero esempio sotto questo punto di vista, essendo quasi totalmente indipendente. Il nucleare deve essere una fonte di produzione di energia pulita, con costi ambientali ed economici più bassi del combustibile fossile. L'Unione Europa nasce con la CECA, mettendo al centro, appunto, le fonti di energia. Non ci si può muovere senza considerare cosa l'altro sta facendo e l'UE sembra andare in questa direzione. Per quanto concerne i rischi, dinanzi a un problema di un reattore in Francia, per esempio, non ne usciremmo certo immuni. Bisogna inoltre considerare che i rischi, rispetto a Chernobyl, sono di tutt'altra dimensione e non vi è ragione di temere il nucleare. Dunque, parlare di nucleare è inevitabile se si vuole parlare di energia pulita, è necessario se si vuole parlare di autonomia energetica e se si vuole ridurre pienamente la produzione di energia fossile. 

 


Siamo a meno di un anno dalle prossime elezioni europee. Molto semplicemente, che Europa sogna e a quale modello, al contrario, spera questa non si rifaccia mai? E sul voto all'unanimità? 

Partendo dal voto all'unanimità, bisogna sempre considerare che il bene comune non è la sommatoria dei singoli interessi. L'UE oggi tende a essere incapace di prendere decisioni poiché non esiste realmente un'unità politica e non esiste neppure una visione politica. Sarebbe più corretto a mio avviso che tutto fosse impostato in termini confederali, piuttosto che in termini unionali. La Confederazione Elvetica comprende moltissime diversità, ne garantisce la coesistenza pacifica da oltre 700 anni e fa un ricorso costante allo strumento referendario. È una dimostrazione di democrazia compiuta che coinvolge costantemente i propri cittadini. Ci si trova, invece, di fronte a un'evoluzione dell'Unione Europea che tende a essere sempre più dirigista e standardizzante in termini normativi, a prescindere da chi poi deve applicare queste normative e, soprattutto, a prescindere dai cittadini. Non vorrei mai - e in realtà credo stia già avvenendo - che l'Europa continuasse a parlare non del cittadino, ma del consumatore. Dove non si parla dei popoli che la compongono, ma del mercato in cui questi si muovono. L'obiettivo, a mio avviso, deve essere quello di contemperare l'interesse generale con l'interesse particolare: questo equilibrio sembra oggi mancare, soprattutto per l'assenza di molti strumenti democratici a favore dei cittadini - vedasi, per esempio, l'assente voce in capitolo rispetto all'elezione della Commissione Europea. Prima di richiedere il rafforzamento dei poteri dell'UE, bisognerebbe pretendere da quest'ultima maggiore rispetto per i cittadini e la loro volontà. L'Europa che sogno non è fatta di standard, ma di rispetto per singolarità e differenze. Sul modello, magari, della Confederazione Elvetica. A essere assente, al momento, è una reale coscienza europea. 

 

A cura di

Valerio Antoniotti

L'intervista a Letizia Moratti

È oggi nostra ospite la Dott.ssa Letizia Moratti, che, tra le molteplici cariche ricoperte, è stata Presidente Rai dal '94 al '96, Ministro dell'Istruzione tra il 2001 e il 2006 e Sindaco di Milano dal 2006 al 2011. A ciò è bene aggiungere l'esperienza come presidente del consiglio di amministrazione di UBI Banca tra il 2019 e il 2020 e la carica di Vicepresidente della Regione Lombardia nell'ultimo anno del precedente mandato di Attilio Fontana. Il 10 ottobre 2023 ha annunciato il suo ingresso in Forza Italia con il compito di guidare la consulta della segreteria: ciò dopo una breve parentesi con il Terzo Polo, che l'aveva sostenuta alle ultime regionali in Lombardia. A seguire la versione integrale dell'intervista.

 

In queste settimane, come comprensibile, ogni nostra intervista inizia con la stessa domanda, quella sulla situazione in Medio Oriente. Il conflitto israelo-palestinese - d'immensa complessità per storia e situazione attuale - ha generato un dibattito da stadio, permeato da una spesso banalizzante e irragionevole polarizzazione. Come si pone rispetto a quest'ultima? 

Occorre un approccio equilibrato, che tenga conto delle prospettive e delle sofferenze di israeliani e palestinesi. Allo stato attuale, è fondamentale promuovere il dialogo e negoziati come vie per risolvere il conflitto attraverso il coinvolgimento di tutte le parti interessate, inclusi i leader politici, la società civile e la comunità internazionale. L'obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare verso una soluzione che garantisca la sicurezza e la convivenza, guardando a un futuro sostenibile e pacifico per entrambi i popoli. Così come l’impegno per far cessare il conflitto, è fondamentale anche evitare la polarizzazione e l'approccio banalizzante. Spesso, questioni complesse vengono ridotte a slogan o a prospettive estreme, impedendo una comprensione completa della situazione e limitando le possibilità di trovare soluzioni concrete. Nell’arrivare a questi risultati sarà altrettanto essenziale promuovere la giustizia, il rispetto dei diritti umani e il rispetto del diritto internazionale.

 

Passando al suo recente ingresso in Forza Italia, cosa l'ha convinta a non proseguire la strada con Azione di Carlo Calenda o Italia Viva di Matteo Renzi? E cosa di maggiormente positivo ha riscontrato nel nuovo partito in cui è entrata?

Di quell’esperienza non rinnego nulla. In vista però delle prossime Europee di giugno, la loro collocazione con Renew Europe è stata determinante nel maturare una decisione che mi è venuta a quel punto quasi naturale. Forza Italia è l’unico partito che aderisce e dà un contributo importante al Ppe. Io da sempre mi ritrovo nei valori del Partito Popolare Europeo, dove viene messa al centro la persona, si valorizza la sussidiarietà e il libero mercato, ma con adeguata attenzione al sociale. Senza contare l’ambiente e gli impatti sociali ed economici delle politiche di sostenibilità.

 

Commentando la vittoria di Attilio Fontana alle regionali, ha affermato: "Continuerò il mio impegno per una nuova proposta politica". Crede sia effettivamente possibile segnare tale cambiamento entro una realtà come FI?

C’è da portare avanti l’eredità politica, l’impegno, la passione e la lungimiranza del presidente Berlusconi. La sua morte ha portato in molte persone, me compresa, un sussulto, una molla legati alla straordinaria esperienza di aver lavorato con lui alla guida del Paese. Credo che Forza Italia, sotto la guida del segretario nazionale Antonio Tajani, abbia le credenziali per portare avanti quell’operato e non solo per quanto riguarda la collocazione europea nel Ppe. Credo ci sia una prateria nell’alveo del Centro. La sua migliore valorizzazione può avvenire solo con Forza Italia. FI può proporre un percorso che risponda all’economia sociale di mercato e allo stesso tempo contribuire a un bene comune. L’attenzione ai bisogni, il pragmatismo, idee e azioni concrete sono i tratti che hanno sempre caratterizzato Forza Italia. Ci sono ottimi rappresentanti nel Governo, una valida squadra in Parlamento, alla Camera e al Senato, e tantissimi bravi amministratori locali. Io nel mio piccolo cercherò di dare il mio contributo attraverso il lavoro della Consulta della segreteria nazionale dopo aver accettato con entusiasmo la proposta di Antonio Tajani. Da un certo punto di vista, stando proprio al terreno della Regione, rivendico di aver sollevato temi che una realtà come la Lombardia non può più rinviare: il trasporto pubblico, le infrastrutture, il proseguimento del lavoro su sanità territoriale e liste d’attesa, la crescita delle imprese tenendo come riferimento le locomotive delle macroregioni d’Europa, maggiori investimenti nella cultura.

 

Sebbene sia fondamentalmente impossibile esprimere un giudizio esaustivo, come reputa l'operato del Governo di centrodestra fino a questo momento?

Mi sembra che finora il Governo guidato da Giorgia Meloni stia lavorando bene. In particolare, credo che il nostro presidente del Consiglio abbia saputo ritagliarsi e costruirsi una buona rete di rapporti internazionali che stanno danno credibilità al nostro Paese. È una fotografia dell’Italia fuori dai nostri confini dove si sta rivelando fondamentale anche l’operato del nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani. È un’azione di governo dove il lavoro e le sollecitazioni di Forza Italia hanno spinto nella direzione giusta. Penso al contenimento delle tasse o al cuneo fiscale, con la speranza che in futuro si possa fare qualcosa in più anche sul fronte delle pensioni. Più nello specifico il Governo sta dando risposte concrete su alcuni temi piuttosto sentiti nella quotidianità, come accaduto nei giorni scorsi con l’approvazione del pacchetto sicurezza.

 

Entrando più nel dettaglio, con una sanità al collasso, c'è chi sostiene che i recenti provvedimenti non siano sufficienti per un'inversione di rotta sostanziale. È d'accordo o ritiene valida la strada finora intrapresa?

Vale un po’ il discorso fatto per le pensioni. Gli italiani su questo tema hanno bisogno di risposte importanti. Al momento, la grande sfida è quella di una sanità territoriale, con al centro la persona, e l’abbattimento delle liste d’attesa. Oltre all’ormai annoso problema della carenza dei medici di base. C’è bisogno di potenziare sia le risorse che le risposte ai cittadini. C’è molto da fare anche sull’assistenza domiciliare integrata (l’Adi), arrivando ad aumentare il monte ore mensile. In questo caso c’è una sproporzione evidente tra le risorse impiegate per le Rsa e quelle destinate all’Adi. Dunque, il problema non è solo del reperimento dei fondi, ma anche della loro distribuzione. Il nostro Sistema Sanitario Nazionale è considerato un unicum, un’eccellenza, deve continuare ad essere così. La partecipazione e l’interazione del privato deve essere un valore aggiunto nell’ottica di un circolo virtuoso, non l’alternativa da sposare definitivamente per il futuro. E’ una questione di uguaglianza, di giustizia sociale che un Paese come l’Italia deve garantire.

 

A fronte di una significativa esperienza e, nello specifico, una presidenza alla Rai tra il '94 e il '96, come giudica la tanto criticata gestione attuale? Crede sia necessario più tempo per giungere a un giudizio maggiormente consapevole?

Fare servizio pubblico, di qualità, mettendo a posto bilanci e ascolti si può. La mia esperienza è emblematica: all’inizio della mia presidenza la Rai perdeva in quasi tutte le sfide dell’Auditel. Puntammo sullo sport, in quel caso sull’acquisizione dei diritti della Formula Uno, sulle soap nostrane con la straordinaria avventura di “Un posto al sole”, sulle produzioni delle fiction e addirittura sul teatro in prima serata. Ritengo però che le polemiche di questi mesi siano sterili. Gli addii di conduttori autorevoli e di un certo nome devono rappresentare un’opportunità per rilanciarsi, crescere, aprire nuove pagine, non certo per piangersi addosso o trasformare la gestione della Rai in uno scontro politico.

 

A cura di

Valerio Antoniotti