Family Tree: le origini di Forza Italia

Forza Italia si è configurata nel tempo come l’erede dei democristiani di destra e, almeno originariamente, dei liberal-conservatori del PLI. Nata nel 1994 per mano di Silvio Berlusconi, rimarrà sempre dominata dal suo fondatore fino al giorno della morte di quest’ultimo, nel 2023.

 

La prima Forza Italia

Tutti conoscono lo storico discorso di discesa in campo di Silvio Berlusconi («LItalia è il Paese che amo…») con cui il 26 gennaio 1994 annunciava la nascita di Forza Italia.

Molti meno ricordano invece lendorsement di un anno prima a Gianfranco Fini, leader del MSI candidato sindaco di Roma. Secondo diversi studiosi, è questa la vera discesa in campo del Cavaliere, che politicamente si posizionò nello scacchiere di destra, «sdoganando i fascisti» come per sua stessa ammissione e opponendosi ai comunisti del campo progressista. Era la prima volta che un personaggio pubblico della fama di Berlusconi ostentava il suo appoggio ad un esponente post - fascista. Nel 1993 nascono i club Forza Italia, ancora prima del lancio del nuovo partito: non avevano alcuna possibilità di incidere a livello politico nel partito. Così rimarrà nel tempo, in quanto Forza Italia manterrà una struttura verticistica e sostanzialmente diretta dal leader.

Berlusconi scese in politica esaltando il suo ruolo di imprenditore pragmatico, capace di amministrare e di promuovere una rivoluzione liberaleche lItalia aspettava da tempo.

Forza Italia si configurò come un partito carismatico, in quanto tutto si giocava sulla comunicazione del leader; verticistico, perché le decisioni spettavano soltanto al leader; patrimonialista, perché il partito dipendeva dalla Fininvest, di proprietà dello stesso leader.

Alle elezioni del 1994 Forza Italia, alleata con Lega Nord e Alleanza Nazionale, risultò il primo partito italiano, ottenendo il 21% a soli tre mesi dalla sua fondazione. Il successo dipese dalla disgregazione del sistema partitico primo-repubblicano, dalla novità offerta dallo stile comunicativo di Berlusconi e da quello ideologico: per la prima volta in primo piano nel dibattito pubblico è una retorica liberal-conservatrice tinta di populismo, novità assoluta nella politica italiana. Ma a seguito della caduta del governo e della vittoria alle elezioni del 96 della sinistra, limpostazione liberale scemerà e verrà sfumata sempre più in un neoconservatorismo cattolico che configurerà Forza Italia come partito popolare e pigliatutti. Il 2001 è lanno delle elezioni e del contratto con gli italiani: Berlusconi si ritroverà nuovamente Presidente del Consiglio. A votare per FI sono in primis le casalinghe (1 su 2), poi i pensionati, i commercianti e gli artigiani, tutti provenienti più dalle province che dalle grandi città. Un elettorato periferico, per dirla in termini tecnici, e orientato in senso autoritario e clericale (secondo le rilevazioni, quasi la metà dei cattolici praticanti votava per Forza Italia).  

 

Il popolo della Libertà

Alle elezioni di aprile 2006, Berlusconi andrà incontro alla sconfitta: ne seguiranno diversi mesi di stop. La nascita del Partito Democratico nel 2007, impose al centrodestra laccelerazione di un percorso fino a quel momento avversato, ossia lunione in un unico partito.

Alle elezioni del 2008, caduto il governo Prodi II, Forza Italia e Alleanza Nazionale presentarono liste comuni sotto il simbolo del Popolo della Libertà: il successo fu strepitoso, e il PdL ottenne il 37% dei voti. La rivoluzione liberale però era scomparsa: troppo invitanti le pulsioni anti-immigrati e securitarie provenienti dalla pancia dellelettorato. Dalle elezioni in poi, per il Cavaliere, tutto si fece in salita: le voci che lo vedevano coinvolto in una vita dissoluta e in scandali sessuali di vario genere si facevano sempre più forti. La pessima gestione della crisi economica e la percezione di un Berlusconi dedito a festini e ad attività libertine con ragazze appena maggiorenni (su tutti, lo scandalo Ruby Rubacuori) decretò una perdita di fiducia profonda da parte della comunità internazionale nei confronti del Presidente.

La sconfitta di Milano alle amministrative, e la sconfitta nel referendum per labrogazione del legittimo impedimento (una delle diverse leggi approvate dal centrodestra per ritardare la comparsa a processo di Berlusconi), il rischio default per il Paese e la scarsissima reputazione internazionale, decretarono inevitabilmente la fine del Governo Berlusconi IV.

 

La seconda Forza Italia

Nonostante la perdita della metà dei voti, nel 2013 il PdL varò un governo di larghe intese col Partito Democratico a sostegno dellesecutivo di Enrico Letta. Lintesa al centro durò poco, poiché a seguito del voto del PD a favore delle dimissioni di Berlusconi dal Senato (in quanto condannato in via definitiva per frode fiscale), il suo partito levò la fiducia al governo. Ma i ministri pidiellini, in disaccordo con la scelta, lasciarono il partito provocando una scissione e la fine del PdL, già abbandonato da diversi ex-esponenti di Alleanza Nazionale come Ignazio La Russa e Giorgia Meloni. Così tornò Forza Italia: sbiadita, indebolita, non più egemone sul centrodestra ma anzi in posizione di rincorsa rispetto alla Lega.

Fu allora che Forza Italia decise di moderarsi in patria come in Europa, dove Antonio Tajani, braccio destro di Berlusconi e futuro segretario, venne eletto presidente del parlamento europeo. Linsolita moderazione fu strumentale a differenziarsi dalla Lega, che aveva adottato toni ancor più duri e violenti, e a riguadagnare consenso in quegli ambienti che avevano deciso di voltare le spalle a Berlusconi nel post-2011. Ma ciò non bastò a salvare Forza Italia dal disastro elettorale alle elezioni del 2018. Lo stato di salute di Berlusconi, poi, non contribuì alla ripresa del partito, che scivolò in terza posizione rispetto ai compagni di coalizione. Nel 2022 poi, il partito registrò il peggior risultato della sua storia, guadagnando solo l8% de voti. Ad oggi Forza Italia comunica sé stessa come la gamba moderata del centro-destra: ha risentito però della morte del suo leader e fondatore, che ha lasciato i vertici del partito in uno stato apparentemente confusionale.

Superato a destra da Lega e, sopratutto, Fratelli dItalia, Forza Italia rischia lirrilevanza elettorale. Che ne sarà del partito del Cavaliere?

 

A cura di

Edoardo Arcidiacono

Family Tree: le origini del M5S

Il Movimento Cinque Stelle è un partito trasversale, che per lungo tempo ha affermato di voler superare gli steccati ideologici tra destra e sinistra. Una somiglianza, anche se non del tutto coerente, può essere ritrovata col Fronte dell’Uomo Qualunque: l’anti-partitismo la sua battaglia principale, i metodi populisti-demagogici la cifra, il giornalista commediografo Guglielmo Giannini l’animatore. Nato nel 1946, il FUQ ebbe vita molto breve, sciogliendosi nel 1949. Il M5S invece calca la scena politica nazionale almeno dal 2008. Il grillismo è ascrivibile ad una visione postmaterialista della società, ispirata ai partiti verdi e all’ambientalismo degli anni Ottanta: sviluppo sostenibile che sfocia in decrescita felice, innovazione tecnologica che culmina nella fine del lavoro (di cui il reddito di cittadinanza è un’espressione diretta). Sarà dall’incontro tra Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, ex ingegnere della Olivetti, che nascerà il M5S. Il concetto di e-democracy, ossia democrazia diretta tramite internet, diventò colonna portante del nuovo partito. Questo apparato ideologico è condito, almeno inizialmente, dalla visione dicotomica della politica (i puri contro i corrotti), dalla furia anti-establishment (la “casta”), l’insoddisfazione nei confronti del sistema rappresentativo della democrazia liberale e dei partiti. Spesso il grillismo è associato ad una concezione roussoniana della politica, ossia del popolo come naturalmente buono e principale portatore di verità

 

Beppe Grillo e la fondazione del M5S

Altra caratteristica del Movimento Cinque Stelle è il leaderismo verticistico

Beppe Grillo fu ed è il centro gravitazionale di tutto: suo è il “sacro blog” (beppegrillo.it) fondato nel 2005; sua fu l’idea di organizzare i Meetup “Amici di Beppe Grillo” in cui promuovere la partecipazione politica; suo fu il lancio del Vaffanculo Day dell’8 settembre 2007, mobilitazione nelle piazze italiane per “mandare affanculo la politica” e raccogliere firme per una legge d’iniziativa popolare con l’intento di introdurre il voto di preferenza, il limite di due mandati e il divieto di candidatura per i condannati. Fu l’apparente immagine di un movimento senza verticismo e legami col centro, in cui la partecipazione diretta era favorita, a propagare il consenso del M5S. Nel 2013 alle politiche il Movimento fu secondo partito col 25,6% dei voti. Vennero eletti in 161, nessuno aveva mai ricoperto incarichi di rappresentanza nemmeno a livello locale. Questa classe dirigente venne scelta tramite le “parlamentarie”, ossia un voto interno degli iscritti al partito. La maggior parte dei deputati aveva meno di 40 anni e, al contrario degli altri partiti, prevalevano le lauree in materie scientifiche. Di fatto, i 161 grillini in Parlamento, che avrebbero dovuto “aprirlo come una scatoletta di tonno”, non avevano mai avuto alcuna esperienza politica. Per Grillo l’unico modo per controllare questa massa, scelta tramite click, fu istituire una disciplina ferrea: tolleranza zero della critica interna, espulsioni arbitrarie, nessuna relazione coi media

 

Un partito per tutte le stagioni

L’iniziale modello partecipativo diretto e democratico venne quindi sostituito da un modello verticistico ed autoritario, incentrato sulla figura di Beppe Grillo. 

Fu in questa fase che il M5S instaurò un’alleanza a Strasburgo con l’UKIP di Nigel Farage, partito euroscettico, populista e anti-immigrati. Nel 2014 Grillo, affermando di “sentirsi un po’ stanchino”, affidò il partito nelle mani di cinque colonnelli: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Carlo Sibilia e Carla Ruocco. Nel 2016 la conquista alle amministrative di Torino e Roma consolidò il Movimento nelle periferie e fra le classi sociali più svantaggiate, ma mise in mostra l’inesperienza che caratterizzava le due nuove sindache pentastellate Chiara Appendino e Virginia Raggi e di riflesso l’impreparazione della classe dirigente del M5S. Alle elezioni del 2018 il M5S, guidato da Luigi Di Maio, indicato sulla piattaforma Rousseau come “candidato premier” dagli iscritti, fu il primo partito italiano col 32% dei voti. Il M5S accettò un accordo con la Lega di Salvini: il governo cadde nel 2019 a seguito del famoso scandalo del “Papeete”, il ritiro del sostegno del leader leghista al primo governo di Giuseppe Conte. Fu l’opportunità per il M5S di voltarsi a sinistra e siglare un accordo con il PD: venne varato quindi il governo Conte II, che fu appoggiato anche dal nuovo partito di Renzi, fuoriuscito dal PD, Italia Viva. Sarà proprio Italia Viva a determinare la fine del Conte II e le dimissioni del premier a cinque stelle, che aveva nel frattempo dovuto affrontare la pandemia da Covid-19. 

Il Movimento appoggiò il governo d’unità nazionale a guida Mario Draghi assieme a tutti i partiti, tranne FDI. Assieme a Lega e Forza Italia, il M5S (non partecipando al voto) fu responsabile della caduta di quello stesso governoSin dal 2020 il partito è stato coinvolto in una traslazione della leadership da Grillo a Giuseppe Conte, che ad oggi ne è il capo politico a tutti gli effetti.

 

Pur non avendo radici solide e una tradizione storica, il M5S nel tempo si è affermato come il partito di chi era disilluso della politica tradizionale e poi di chi cercava un riscatto, attraverso misure come il reddito di cittadinanza. La maggior parte dei nuovi consensi proveniva dal bacino del PD e dall’astensionismo. Il PD, sin dal Conte II, ha subito una forte fascinazione nei confronti di un’alleanza coi grillini in prospettiva di ricomposizione di un “campo largo”, ma il disaccordo fra le sue anime ha impedito di compiere una scelta precisa. La leadership Schlein certificherà l’alleanza con il partito di Conte? Riuscirà il M5S a diventare leader egemone della sinistra italiana?

 

A cura di

Edoardo Arcidiacono

 
 
 

 

Family Tree: le origini della Lega

La Lega affonda le sue radici nella nebulosa dei movimenti autonomisti e indipendentisti che nacquero in Italia intorno agli anni Ottanta. La prima fu la Łiga Veneta, nata nel 1979, che alle elezioni politiche del 1983 prese il 4,2% dei voti nella roccaforte democristiana del Veneto. Da quel momento altre leghe inizieranno a emergere nelle regioni del Nord: la Lega Lombarda alle politiche del 1987 raccolse il 2,9% e mandò in Senato il leader del partito Umberto Bossi. Bossi aveva un controllo carismatico e ferreo sulla Lega Lombarda: tramite l’uso di un linguaggio popolare (spesso teneva i discorsi in dialetto), del folklore e di riferimenti mitici all’identità lombarda, riuscì in breve tempo a creare una tradizione di partito che superava l’ideologia. Il “popolo lombardo”, operoso e onesto, era dipinto come una gallina dalle uova d’oro, spolpato dallo Stato italiano e da «Roma Ladrona», ossia i partiti corrotti che usavano le tasse riscosse al Nord per finanziare il Sud, abitato da parassiti. Alle europee del 1989 in Lombardia la Lega prese l’8%, l’anno successivo alle amministrative sfiorò il 20%, posizionandosi seconda dietro soltanto alla DC. Gran parte del consenso arrivò proprio da elettori ex-DC, poi comunisti e socialisti e infine da ex-elettori dei partiti laici: per la maggior parte maschi, di istruzione medio-bassa, di mezz’età e occupati come commercianti e impiegati. Nel 1991 Umberto Bossi federò le varie leghe nella Lega Nord. Tutti i partiti diedero un contributo in termini di elettori e di personale politico: si identificava come un partito né di destra e né di sinistra. Post-ideologico dunque, ma con posizioni economiche liberiste, anti-establishment e populiste - sono gli anni di Tangentopoli e Mani Pulite, e la Lega denuncia i partiti, corrotti e lottizzatori -, autonomiste fino alla xenofobia. Alle elezioni del 1994 la Lega Nord, alleata con Forza Italia di Silvio Berlusconi e con l’MSI di Gianfranco Fini - definito da Bossi, in passato militante comunista, “porcilaia fascista” - vincerà guadagnando l’8%

 

La Lega secessionista

La Lega Nord “di governo” si trovò stretta dall’abbraccio mortale di Forza Italia, in grande crescita. Bossi decise di cambiare strategia: aderì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Democratico della Sinistra e dal Partito Popolare Italiano, costringendo Berlusconi alle dimissioni. Il Cavaliere era colpevole di aver tradito la causa del Nord e di essere in combutta coi “poteri forti" e col “grande capitale”. Questo spostamento a sinistra diede inizio ad una breve fase di corteggiamento col PDS, che culminò col sostegno al governo tecnico di Lamberto Dini. Il brusco risveglio arrivò alle elezioni regionali del 1996: la Lega calò in Lombardia, ma triplicò i suoi voti in Veneto. Ciò favorì un riassetto degli equilibri di potere interni, dando la preminenza alla componente veneta che mal sopportava l’alleanza con la sinistra. L’intesa fu rotta, con una Lega Nord contrapposta sia al centro-sinistra che al centro-destra: alle elezioni politiche del 1996 la scelta di correre al “centro” portò il partito a più del 10%. È la strategia del Fortino assediato, del «noi» contro «loro». Il 15 settembre 1996 i leghisti marciarono lungo il Po e, giunti a Venezia, dichiararono l’indipendenza della Padania. Successivamente Bossi annunciò le elezioni per il “Parlamento del Nord” - scontro fittizio che vedrà contrapposte le diverse anime leghiste, dai Comunisti Padani del giovane Matteo Salvini ai Democratici Europei di Roberto Maroni - e la costituzione di un Governo del Nord, sorta di governo ombra a quello centrale. Ma la Lega, sempre più isolata, non avrebbe avuto vita semplice: Bossi optò per un nuovo cambio di strategia. Dismise la retorica della secessione e abbracciò quella della devolution, la creazione di due parlamenti - uno al Sud e uno al Nord - in cui fossero devoluti i poteri accentrati su Roma. Durante la crisi del Kosovo Bossi abbracciò un atteggiamento filo-serbo, scagliandosi contro la NATO e gli USA, la globalizzazione, il neo-liberismo. Il partito, allo sbando ideologico, fu colpito da una emorragia di parlamentari. Ma Bossi cambiò idea per l’ennesima volta: a inizio 2000 ricostruì l’intesa con Berlusconi, tornando al governo. L’alleanza col PDL berlusconiano, fu l’occasione per posizionare la Lega sempre più a destra: la richiesta d’ordine risultò attraente per quell’elettorato popolare che, in un contesto di incertezza come quello provocato dalla Crisi del 2008, era facilmente sedotto da slogan forti in grado di instillare paura. Ancora la strategia del Fortino assediato. Nel 2012 la Lega Nord, coerentemente anti-europeista, si rifiutò di appoggiare il governo Monti e andò all’opposizione, rompendo col PDL di Berlusconi. Fu in questo momento che si consumò il disastro: uno scandalo investì i vertici del partito, accusati (in primis lo stesso Bossi) di aver utilizzato 49 milioni di euro di fondi pubblici per finanziare ingenti spese personali.

 

La Lega di Salvini

Nel 2012 Umberto Bossi rassegnò le dimissioni. L’anno successivo, al Congresso Federale della Lega Nord, Matteo Salvini fu eletto nuovo segretario. Salvini rinnovò il partito lungo quattro direttrici: asfissiato dalla nascita del Movimento Cinque Stelle, la “novità” politica decise di rafforzare la retorica contro gli immigrati. Tutt’ora l’arma del Fortino assediato, unica vera grande costante ideologica del partito, rimane la preferita di Salvini. La seconda direttrice è l’abbandono della polemica autonomista: lo slogan non è più «prima il Nord», ma «prima gli Italiani». Quella di Salvini è una Lega nazionale, tanto che nel 2017 abbandonò il suffisso “Nord”, per abbracciare la nuova denominazione: Lega - Noi con Salvini. La terza direttrice è la fine della sudditanza rispetto a Berlusconi: alle elezioni regionali del 2015 la Lega diede a Forza Italia un 3% di scarto. La quarta direttrice è la sostituzione del nemico: non più Roma e i partiti, contesto nel quale la Lega si è inserita perfettamente, ma l’Europa, colpevole di voler violare la sovranità nazionale. Ad oggi la Lega non è più la forza trainante del centro-destra. Fratelli d’Italia l’ha battuta su tutti i suoi temi portanti, Giorgia Meloni si è sostituita a Berlusconi riuscendo a vampirizzare l’elettorato leghista. La Lega sconta l’esuberanza del suo leader, che si comporta come un animale braccato: è diviso tra il rispetto dello standing che ci si aspetterebbe da un vice-primo ministro e la necessità di superare a destra FDI per mezzo dell’opposizione interna. Ma per quest’ultima opzione, quella di una ennesima e più forte virata a destra - non in ultimo suggerita dalla disponibilità a candidare il generale Vannacci e dalla rinnovata vicinanza col Rassemblement National di Marine Le Pen - serve premere ancor di più l’acceleratore sul populismo. Sarebbero d’accordo i moderati Giorgetti, Zaia e Fedriga, potenti e radicati nel natìo Nord? Il fortino verde è sotto assedio. Resisteranno i barbari?

 

A cura di

Edoardo Arcidiacono

Family Tree: le origini del Partito Democratico

Ripercorrere la storia e tracciare un albero genealogico del Partito Democratico, il più rilevante partito italiano di centrosinistra, non è un’opera semplice: le sue proverbiali correnti rivendicano l’appartenenza a culture politiche diversissime tra loro. Forse partire dal simbolo del PD può aiutare. Le lettere “P” e “D” sono incastonate in tre colori: il verde simboleggia la tradizione laica e ambientalista, il bianco quella cattolica e il rosso l’eredità socialdemocratica. Al di sotto campeggia il nome del partito, accostato ad un ramoscello d’ulivo. L’Ulivo fu la coalizione di centrosinistra che alle elezioni del 1996 sfidò il Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi, e vinse. Gli anni ’90 furono un periodo critico per la politica italiana: già nel 1991 il Partito Comunista, a seguito della caduta del Muro di Berlino, aveva cambiato nome in Partito Democratico della Sinistra, diluendo i richiami al comunismo e abbracciando una prospettiva socialdemocratica e riformista. La Democrazia Cristiana invece durante gli anni ’90 aveva già subito una piccola ma mediaticamente distruttiva emorragia: Leoluca Orlando e Mario Segni, lasciato il partito in polemica con la vecchia classe dirigente, avevano fondato rispettivamente La Rete e il Patto Segni.
 

Tangentopoli

Il colpo finale per la DC arrivò nel 1994, quando si spaccò in due: nacquero il Partito Popolare di Mino Martinazzoli, di centro-sinistra, e il Centro Cristiano Democratico di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, di centro-destra. Tangentopoli quindi portò alla morte - o meglio, alla trasformazione - della Prima Repubblica e dei suoi partiti politici, in primis il PCI e la DC. La discesa in campo di Berlusconi fu un fattore aggregante fondamentale per i partiti di centrosinistra: la nuova legge elettorale maggioritaria - cosiddetta Mattarellum dal suo proponente, l’attuale Presidente della Repubblica - favoriva la divisione in due schieramenti contrapposti. Quindi, unirsi o morire.

 

L'Ulivo e il primo segretario

L’Ulivo fu il contenitore, nelle sue due edizioni del 1996 e del 2006, che federò tutte le diverse anime che si opponevano a Berlusconi: in primis cristiano-sociali e post-comunisti - il bianco e il rosso -, e poi parte della galassia liberale, socialista, repubblicana, ambientalista - il verde -, rimasta anch’essa senza riferimenti politici. Su tutti, il personaggio cardine di questo periodo per il centrosinistra fu Romano Prodi, detto il federatore, proprio per l’abilità dimostrata nel riunire attorno alla sua figura una vasta coalizione che lo portò a Palazzo Chigi dal 1996 al 1998 e dal 2003 al 2006. Fu proprio negli anni del Prodi II che prese corpo l’idea di costituire un nuovo soggetto, nato ufficialmente nel 2007 col nome di Partito Democratico. L’obiettivo era quello di fare un grande partito progressista e con cultura di governo, a “vocazione maggioritaria”, ossia in grado di vincere da solo le elezioni. Risultò però in un amalgama di formazioni, partiti e movimenti che faticava a darsi un’identità nuova e netta: troppo sfumata fu l’elaborazione teorica e tirata per i capelli sembrò la convivenza tra ex comunisti ed ex democristiani, una volta acerrimi nemici. La prima competizione per la segreteria del partito vide competere fra loro l’ex segretario dei Democratici di Sinistra - l’evoluzione del PCI-PDS - Walter Veltroni, che risulterà vincitore, Rosy Bindi, cattolica democratica ed Enrico Letta. La prima Assemblea Nazionale, organo di 2 mila persone, abbondante in numero quanto scarso in utilità, registrava plasticamente le due principali provenienze dei nuovi membri: il 46% era di tradizione rossa, il 27% bianca e il restante verde. Le due parti si trovavano parzialmente d’accordo sui temi economici, ma quasi in contrapposizione sui temi etici.
 

Difficoltà iniziali

Il PD, traghettato dal cattolico moderato Dario Franceschini dopo le dimissioni di Veltroni, non riuscì a presentare un’offerta politica di rottura anche per la concorrenza esterna apportata da Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, rispettivamente leader di Sinistra Ecologia e Libertà (prima Rifondazione Comunista) e di Italia dei Valori, partito populista e anti-establishment. Neanche la leadership dell’ex PCI Pier Luigi Bersani, in carica dal 2009, riuscì a incidere sulla linea del PD tale da portarlo alla ribalta. Nel 2011, durante la crisi finanziaria e a seguito delle dimissioni del governo Berlusconi IV, il PD accettò di entrare in maggioranza assieme al centro-destra a sostegno dell’esecutivo di Mario Monti. La scelta fu necessaria e dettata dal senso di responsabilità, ma fu dannosa in termini elettorali. Il PD fu costretto ad appoggiare misure di austerity percepite come ampiamente impopolari, che contribuirono a classificarlo come principale partito-establishment.
 

La nuova componente

Nel frattempo al suo interno prese sempre più piede una componente nuova e giovane, che lottava per un cambiamento radicale della classe dirigente: lo slogan era quello della rottamazione, i due volti erano quelli di Giuseppe Civati e Matteo Renzi. Proprio quest’ultimo nel 2013 fu eletto segretario del Partito Democratico. La sua origine politica è il post-democristianesimo, ma la sua proposta rompeva con gran parte della linea del PD fino a quel momento. Renzi si rivolgeva all’ala moderata, propugnando una terza via blairiana - ispirandosi appunto al pensiero meno ortodosso rispetto al tradizionale socialismo economico di Tony Blair, leader del Partito Laburista britannico - capace di superare gli schemi sinistra - destra. In maniche di camicia, scanzonato e irriverente, sostituì Letta alla guida del governo e portò il PD al 40,8% alle elezioni europee del 2014. Quella del fallito referendum costituzionale è una storia che risuona ancora oggi nei ricordi degli elettori, con la promessa mancata di abbandonare la politica qualora non fosse giunta la vittoria. Quell’esperienza terminò rovinosamente nel 2018, in seguito al disastro alle europee dello stesso anno: i fuoriusciti illustri durante la segreteria di Renzi furono diversi, da Civati a Bersani passando per D’Alema. Tutta l’ala sinistra del PD, sfiduciata, subì una vera e propria emorragia di dirigenti, militanti ed elettori.
 

Ritorno al presente

Le cose, ad oggi, si sono praticamente ribaltate: a seguito della disfatta alle elezioni politiche del 2022 e con l’elezione di Elly Schlein a segretaria è l’ala moderata, riformista e liberal-democratica a soffrire e sentirsi chiusa in un angolo. Quella del PD è una storia fatta di richiami ideali altissimi e lotte interne furiose, di delusioni cocenti dettate dall’eccessiva fiducia nel segretario di turno - troppo spesso incoronato come salvatore della patria e crocifisso subito dopo - ma anche di lunghe fasi passate a governare il paese: dal 2012 al 2022, solo il governo M5S-Lega non vedrà la partecipazione dei Dem. Forse il Partito Democratico è tutto, forse non è niente. Erede delle tradizioni politiche più rilevanti della Prima Repubblica, non è mai stato capace di valorizzarle interamente senza esaurirsi in vaghi richiami al progressismo, troppo spesso smentito dalle posizioni contrastanti al suo interno. Sicuramente finora è stato capace di tenerle unite, quelle anime, così diverse e litigiose, ma fu vera gloria? La definizione di un’identità chiara e netta è sempre stato il principale problema di un partito che si propone come principale alternativa alla Destra: sorge il dubbio che l’italiano, forse non ancora stufo di andare al seggio ascoltando la pancia, voglia smettere di praticare il voto utile e iniziare a votare un progetto.
 
 
A cura di
Edoardo Arcidiacono

Family Tree: le origini di Fratelli d'Italia

Fratelli d’Italia, pur essendo nato nel 2013 da una scissione dal Popolo della Libertà - il partitone unico del centrodestra berlusconiano - delle componenti capitanate da Ignazio La Russa e Guido Crosetto, affonda le sue radici nella storia. La provenienza della classe dirigente del partito, Giorgia Meloni compresa, era Alleanza Nazionale. A nessuno sarà sfuggita la fiamma tricolore presente nel logo di Fratelli d’Italia: il simbolo si lega direttamente al Movimento Sociale Italiano e poi ad AN, rispettivamente “nonno” e “papà” di Fratelli d’Italia. Le speculazioni sul significato della fiamma sono molte, alcuni l’hanno identificata con l’icona presente nel distintivo degli Arditi, corpo speciale che combatté durante la Prima Guerra Mondiale, mentre altri riconoscono in essa la fiaccola ardente sulla tomba di Benito Mussolini a Predappio. 
 
 

Il Movimento Sociale

Ma cosa fu il Movimento Sociale Italiano? Il MSI fu un partito fondato nel 1946 da un gruppo di giovani ed ex-gerarchi che avevano partecipato alla Repubblica di Salò. Il MSI non aderì all’Assemblea Costituente e scelse di rifarsi all’anticapitalismo, all’antiborghesia e ai principi della destra sociale. Si oppose alla creazione delle regioni e rifiutò il libero mercato a favore della pianificazione statale e del corporativismo. Alle elezioni del 1948, le prime della Repubblica, il Msi guadagnò il 2% dei voti - prevalentemente al Sud - e crebbe a quelle del 1953 passando al 5,8%. La crescita fu realizzata grazie all’alleanza coi monarchici e all’abbandono dell’opposizione al sistema repubblicano, privilegiando la strategia dell’inserimento nelle istituzioni. Strategia che premiò durante la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, quando il MSI appoggiò diversi esecutivi democristiani e sostenne il governo della Dc presieduto da Ferdinando Tambroni: la prospettiva di un governo “clerico-fascista” scatenò violente proteste con morti e ne decretò la fine dopo soli quattro mesi. Da quel momento in poi il Movimento Sociale fu isolato dal panorama politico anche a causa del rifiuto dei valori antifascisti presenti nella Costituzione. La rivendicazione di estraneità e di non-compromissione con la politica italiana dei successivi quarant’anni sarà vincente, ed è fra le ragioni che hanno portato al successo Fratelli d’Italia, percepito come vera alternativa anti-sistema, quantomeno in una prima fase. 
 
 

La Destra Nazionale

Nel 1969 Giorgio Almirante - citato da Meloni tra i suoi riferimenti - giunse alla guida del MSI. Almirante, mutata la strategia con il progetto Destra Nazionale, mirava alla legittimazione del partito nell’Arco Costituzionale tramite la costruzione di una destra moderna, meno nostalgica e in grado di accogliere tra le sue fila esponenti liberali e democristiani. Durante gli anni Settanta il MSI non riuscì ad uscire dalla ghettizzazione: troppo superficiale e fittizia appariva la revisione ideologica del partito, troppi  compromessi con frange estremiste e violenti erano i suoi esponenti più giovani, tra i quali figurava Ignazio La Russa, leader del Fronte della Gioventù. In questa fase il partito si schierò contro il Referendum sul divorzio e a favore della repubblica presidenziale con elezione diretta del capo dello Stato. Attivissima e culturalmente vivace era la corrente di Pino Rauti (padre di Isabella Rauti, attuale senatrice e sottosegretaria alla Difesa del governo Meloni), futuro segretario del partito dal 1990 al 1991, anticapitalista, anticonsumista e fautore di uno “spiritualismo” vicino alle posizioni del filosofo Julius Evola. Nel 1987 Gianfranco Fini, padre politico di Giorgia Meloni, al XV congresso del partito ripropose l’adesione ai principi originari del missismo, scagliandosi contro i valori occidentali liberal-democratici («i principi del 1789 sono all’origine di ogni male») e contro gli Stati Uniti. Al congresso Fini fu sconfitto da Rauti, che decise di posizionare il MSI a sinistra e catalizzare i consensi degli elettori comunisti disorientati dal crollo del Muro di Berlino. Durante la breve segreteria rautiana si fece quindi ancor più leva sull’anti-atlantismo, sul terzomondismo, sull’anti-sionismo e sul rifiuto dei «pseudovalori della società americanizzata». 
 
 

La svolta di Fiuggi e Alleanza Nazionale

Nel 1991 Fini prese le redini del MSI, e dopo un iniziale ritorno alla retorica post-fascista - dichiarò di voler attuare un “Fascismo del 2000” e organizzò una commemorazione per i settant’anni dalla Marcia su Roma -, il partito cavalcò la protesta antisistema durante Tangentopoli per «chiamare a raccolta tutte quelle categorie, quegli spazi della società che oggi sono liberi perché non hanno più dei referenti». Fini è l’artefice nel 1995 della Svolta di Fiuggi, che porta alla trasformazione in Alleanza Nazionale. AN mirava a configurarsi come destra europea moderna fautrice del nazionalismo conservatore, presentandosi con un’immagine nuova e scintillante, lontana da quella lugubre e minacciosa che connotava l’identità visiva del Msi. All’infuori dell’immagine, dominava la continuità ideologica: il 90% dei componenti dell’assemblea nazionale proveniva dal partito della fiamma, su 100 membri della direzione 83 erano missini. Fini sostenne la causa del libero mercato e del laissez-faire, prese le distanze da tutti i totalitarismi e denunciò gli orrori del Fascismo e della Repubblica di Salò, ma la maggior parte degli aderenti non si dissociò drasticamente dal passato. Nel nuovo manifesto programmatico, tra i patres ideologico-politici - nonostante l’inserimento di Dante, Machiavelli, Gioberti e Mazzini -, figuravano ancora figure come Julius Evola e Giovanni Gentile. A seguito di sondaggi e rilevamenti tra i partecipanti al congresso di Fiuggi, emersero però posizionamenti contrastanti: il 61,5% riteneva quello fascista “un buon regime” e l’82% inseriva Benito Mussolini tra i pensatori necessari alla formazione di un giovane. Fini negli anni successivi divenne tra i leader più popolari del centrodestra e tra i leader più apprezzati del panorama politico: quando, noncurante della reazione del partito, dipinse il fascismo come «l’origine di tutti i mali del XX secolo», il 70% dell’elettorato di AN si schierò in accordo con lui. All’interno del partito sorsero diverse correnti e linee di pensiero: i conservatori liberisti di Adolfo Urso, la destra sociale-identitaria di Gianni Alemanno e Francesco Storace, i finiani Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Giorgia Meloni. Fu proprio quest’ultima componente a uscire dal Popolo della Libertà - raggruppamento del centro-destra creato nel 2009 da Silvio Berlusconi - e a fondare Fratelli d’Italia. Ad oggi la linea politica di FdI riprende molte posizioni del MSI, in particolare su presidenzialismo, securitarismo ed euroscetticismo, mentre si avvicina ad AN sul conservatorismo sociale, sull’immigrazione, sui diritti civili, sull’economia e sull’atlantismo: una destra che tenta di essere moderna, variegata nelle posizioni al suo interno - considerando il 30% dei consensi -, con singoli esponenti sicuramente nostalgici, che tenta di proporsi come governista ed ecumenica. Sparirà mai la fiamma dal simbolo?
 
 
A cura di
Edoardo Arcidiacono