Family Tree: le origini del M5S

Family Tree: le origini del M5S

Il Movimento Cinque Stelle è un partito trasversale, che per lungo tempo ha affermato di voler superare gli steccati ideologici tra destra e sinistra. Una somiglianza, anche se non del tutto coerente, può essere ritrovata col Fronte dell’Uomo Qualunque: l’anti-partitismo la sua battaglia principale, i metodi populisti-demagogici la cifra, il giornalista commediografo Guglielmo Giannini l’animatore. Nato nel 1946, il FUQ ebbe vita molto breve, sciogliendosi nel 1949. Il M5S invece calca la scena politica nazionale almeno dal 2008. Il grillismo è ascrivibile ad una visione postmaterialista della società, ispirata ai partiti verdi e all’ambientalismo degli anni Ottanta: sviluppo sostenibile che sfocia in decrescita felice, innovazione tecnologica che culmina nella fine del lavoro (di cui il reddito di cittadinanza è un’espressione diretta). Sarà dall’incontro tra Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, ex ingegnere della Olivetti, che nascerà il M5S. Il concetto di e-democracy, ossia democrazia diretta tramite internet, diventò colonna portante del nuovo partito. Questo apparato ideologico è condito, almeno inizialmente, dalla visione dicotomica della politica (i puri contro i corrotti), dalla furia anti-establishment (la “casta”), l’insoddisfazione nei confronti del sistema rappresentativo della democrazia liberale e dei partiti. Spesso il grillismo è associato ad una concezione roussoniana della politica, ossia del popolo come naturalmente buono e principale portatore di verità

 

Beppe Grillo e la fondazione del M5S

Altra caratteristica del Movimento Cinque Stelle è il leaderismo verticistico

Beppe Grillo fu ed è il centro gravitazionale di tutto: suo è il “sacro blog” (beppegrillo.it) fondato nel 2005; sua fu l’idea di organizzare i Meetup “Amici di Beppe Grillo” in cui promuovere la partecipazione politica; suo fu il lancio del Vaffanculo Day dell’8 settembre 2007, mobilitazione nelle piazze italiane per “mandare affanculo la politica” e raccogliere firme per una legge d’iniziativa popolare con l’intento di introdurre il voto di preferenza, il limite di due mandati e il divieto di candidatura per i condannati. Fu l’apparente immagine di un movimento senza verticismo e legami col centro, in cui la partecipazione diretta era favorita, a propagare il consenso del M5S. Nel 2013 alle politiche il Movimento fu secondo partito col 25,6% dei voti. Vennero eletti in 161, nessuno aveva mai ricoperto incarichi di rappresentanza nemmeno a livello locale. Questa classe dirigente venne scelta tramite le “parlamentarie”, ossia un voto interno degli iscritti al partito. La maggior parte dei deputati aveva meno di 40 anni e, al contrario degli altri partiti, prevalevano le lauree in materie scientifiche. Di fatto, i 161 grillini in Parlamento, che avrebbero dovuto “aprirlo come una scatoletta di tonno”, non avevano mai avuto alcuna esperienza politica. Per Grillo l’unico modo per controllare questa massa, scelta tramite click, fu istituire una disciplina ferrea: tolleranza zero della critica interna, espulsioni arbitrarie, nessuna relazione coi media

 

Un partito per tutte le stagioni

L’iniziale modello partecipativo diretto e democratico venne quindi sostituito da un modello verticistico ed autoritario, incentrato sulla figura di Beppe Grillo. 

Fu in questa fase che il M5S instaurò un’alleanza a Strasburgo con l’UKIP di Nigel Farage, partito euroscettico, populista e anti-immigrati. Nel 2014 Grillo, affermando di “sentirsi un po’ stanchino”, affidò il partito nelle mani di cinque colonnelli: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Carlo Sibilia e Carla Ruocco. Nel 2016 la conquista alle amministrative di Torino e Roma consolidò il Movimento nelle periferie e fra le classi sociali più svantaggiate, ma mise in mostra l’inesperienza che caratterizzava le due nuove sindache pentastellate Chiara Appendino e Virginia Raggi e di riflesso l’impreparazione della classe dirigente del M5S. Alle elezioni del 2018 il M5S, guidato da Luigi Di Maio, indicato sulla piattaforma Rousseau come “candidato premier” dagli iscritti, fu il primo partito italiano col 32% dei voti. Il M5S accettò un accordo con la Lega di Salvini: il governo cadde nel 2019 a seguito del famoso scandalo del “Papeete”, il ritiro del sostegno del leader leghista al primo governo di Giuseppe Conte. Fu l’opportunità per il M5S di voltarsi a sinistra e siglare un accordo con il PD: venne varato quindi il governo Conte II, che fu appoggiato anche dal nuovo partito di Renzi, fuoriuscito dal PD, Italia Viva. Sarà proprio Italia Viva a determinare la fine del Conte II e le dimissioni del premier a cinque stelle, che aveva nel frattempo dovuto affrontare la pandemia da Covid-19. 

Il Movimento appoggiò il governo d’unità nazionale a guida Mario Draghi assieme a tutti i partiti, tranne FDI. Assieme a Lega e Forza Italia, il M5S (non partecipando al voto) fu responsabile della caduta di quello stesso governoSin dal 2020 il partito è stato coinvolto in una traslazione della leadership da Grillo a Giuseppe Conte, che ad oggi ne è il capo politico a tutti gli effetti.

 

Pur non avendo radici solide e una tradizione storica, il M5S nel tempo si è affermato come il partito di chi era disilluso della politica tradizionale e poi di chi cercava un riscatto, attraverso misure come il reddito di cittadinanza. La maggior parte dei nuovi consensi proveniva dal bacino del PD e dall’astensionismo. Il PD, sin dal Conte II, ha subito una forte fascinazione nei confronti di un’alleanza coi grillini in prospettiva di ricomposizione di un “campo largo”, ma il disaccordo fra le sue anime ha impedito di compiere una scelta precisa. La leadership Schlein certificherà l’alleanza con il partito di Conte? Riuscirà il M5S a diventare leader egemone della sinistra italiana?

 

A cura di

Edoardo Arcidiacono