Family Tree: le origini del Partito Democratico

Family Tree: le origini del Partito Democratico
Ripercorrere la storia e tracciare un albero genealogico del Partito Democratico, il più rilevante partito italiano di centrosinistra, non è un’opera semplice: le sue proverbiali correnti rivendicano l’appartenenza a culture politiche diversissime tra loro. Forse partire dal simbolo del PD può aiutare. Le lettere “P” e “D” sono incastonate in tre colori: il verde simboleggia la tradizione laica e ambientalista, il bianco quella cattolica e il rosso l’eredità socialdemocratica. Al di sotto campeggia il nome del partito, accostato ad un ramoscello d’ulivo. L’Ulivo fu la coalizione di centrosinistra che alle elezioni del 1996 sfidò il Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi, e vinse. Gli anni ’90 furono un periodo critico per la politica italiana: già nel 1991 il Partito Comunista, a seguito della caduta del Muro di Berlino, aveva cambiato nome in Partito Democratico della Sinistra, diluendo i richiami al comunismo e abbracciando una prospettiva socialdemocratica e riformista. La Democrazia Cristiana invece durante gli anni ’90 aveva già subito una piccola ma mediaticamente distruttiva emorragia: Leoluca Orlando e Mario Segni, lasciato il partito in polemica con la vecchia classe dirigente, avevano fondato rispettivamente La Rete e il Patto Segni.
 

Tangentopoli

Il colpo finale per la DC arrivò nel 1994, quando si spaccò in due: nacquero il Partito Popolare di Mino Martinazzoli, di centro-sinistra, e il Centro Cristiano Democratico di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, di centro-destra. Tangentopoli quindi portò alla morte - o meglio, alla trasformazione - della Prima Repubblica e dei suoi partiti politici, in primis il PCI e la DC. La discesa in campo di Berlusconi fu un fattore aggregante fondamentale per i partiti di centrosinistra: la nuova legge elettorale maggioritaria - cosiddetta Mattarellum dal suo proponente, l’attuale Presidente della Repubblica - favoriva la divisione in due schieramenti contrapposti. Quindi, unirsi o morire.

 

L'Ulivo e il primo segretario

L’Ulivo fu il contenitore, nelle sue due edizioni del 1996 e del 2006, che federò tutte le diverse anime che si opponevano a Berlusconi: in primis cristiano-sociali e post-comunisti - il bianco e il rosso -, e poi parte della galassia liberale, socialista, repubblicana, ambientalista - il verde -, rimasta anch’essa senza riferimenti politici. Su tutti, il personaggio cardine di questo periodo per il centrosinistra fu Romano Prodi, detto il federatore, proprio per l’abilità dimostrata nel riunire attorno alla sua figura una vasta coalizione che lo portò a Palazzo Chigi dal 1996 al 1998 e dal 2003 al 2006. Fu proprio negli anni del Prodi II che prese corpo l’idea di costituire un nuovo soggetto, nato ufficialmente nel 2007 col nome di Partito Democratico. L’obiettivo era quello di fare un grande partito progressista e con cultura di governo, a “vocazione maggioritaria”, ossia in grado di vincere da solo le elezioni. Risultò però in un amalgama di formazioni, partiti e movimenti che faticava a darsi un’identità nuova e netta: troppo sfumata fu l’elaborazione teorica e tirata per i capelli sembrò la convivenza tra ex comunisti ed ex democristiani, una volta acerrimi nemici. La prima competizione per la segreteria del partito vide competere fra loro l’ex segretario dei Democratici di Sinistra - l’evoluzione del PCI-PDS - Walter Veltroni, che risulterà vincitore, Rosy Bindi, cattolica democratica ed Enrico Letta. La prima Assemblea Nazionale, organo di 2 mila persone, abbondante in numero quanto scarso in utilità, registrava plasticamente le due principali provenienze dei nuovi membri: il 46% era di tradizione rossa, il 27% bianca e il restante verde. Le due parti si trovavano parzialmente d’accordo sui temi economici, ma quasi in contrapposizione sui temi etici.
 

Difficoltà iniziali

Il PD, traghettato dal cattolico moderato Dario Franceschini dopo le dimissioni di Veltroni, non riuscì a presentare un’offerta politica di rottura anche per la concorrenza esterna apportata da Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, rispettivamente leader di Sinistra Ecologia e Libertà (prima Rifondazione Comunista) e di Italia dei Valori, partito populista e anti-establishment. Neanche la leadership dell’ex PCI Pier Luigi Bersani, in carica dal 2009, riuscì a incidere sulla linea del PD tale da portarlo alla ribalta. Nel 2011, durante la crisi finanziaria e a seguito delle dimissioni del governo Berlusconi IV, il PD accettò di entrare in maggioranza assieme al centro-destra a sostegno dell’esecutivo di Mario Monti. La scelta fu necessaria e dettata dal senso di responsabilità, ma fu dannosa in termini elettorali. Il PD fu costretto ad appoggiare misure di austerity percepite come ampiamente impopolari, che contribuirono a classificarlo come principale partito-establishment.
 

La nuova componente

Nel frattempo al suo interno prese sempre più piede una componente nuova e giovane, che lottava per un cambiamento radicale della classe dirigente: lo slogan era quello della rottamazione, i due volti erano quelli di Giuseppe Civati e Matteo Renzi. Proprio quest’ultimo nel 2013 fu eletto segretario del Partito Democratico. La sua origine politica è il post-democristianesimo, ma la sua proposta rompeva con gran parte della linea del PD fino a quel momento. Renzi si rivolgeva all’ala moderata, propugnando una terza via blairiana - ispirandosi appunto al pensiero meno ortodosso rispetto al tradizionale socialismo economico di Tony Blair, leader del Partito Laburista britannico - capace di superare gli schemi sinistra - destra. In maniche di camicia, scanzonato e irriverente, sostituì Letta alla guida del governo e portò il PD al 40,8% alle elezioni europee del 2014. Quella del fallito referendum costituzionale è una storia che risuona ancora oggi nei ricordi degli elettori, con la promessa mancata di abbandonare la politica qualora non fosse giunta la vittoria. Quell’esperienza terminò rovinosamente nel 2018, in seguito al disastro alle europee dello stesso anno: i fuoriusciti illustri durante la segreteria di Renzi furono diversi, da Civati a Bersani passando per D’Alema. Tutta l’ala sinistra del PD, sfiduciata, subì una vera e propria emorragia di dirigenti, militanti ed elettori.
 

Ritorno al presente

Le cose, ad oggi, si sono praticamente ribaltate: a seguito della disfatta alle elezioni politiche del 2022 e con l’elezione di Elly Schlein a segretaria è l’ala moderata, riformista e liberal-democratica a soffrire e sentirsi chiusa in un angolo. Quella del PD è una storia fatta di richiami ideali altissimi e lotte interne furiose, di delusioni cocenti dettate dall’eccessiva fiducia nel segretario di turno - troppo spesso incoronato come salvatore della patria e crocifisso subito dopo - ma anche di lunghe fasi passate a governare il paese: dal 2012 al 2022, solo il governo M5S-Lega non vedrà la partecipazione dei Dem. Forse il Partito Democratico è tutto, forse non è niente. Erede delle tradizioni politiche più rilevanti della Prima Repubblica, non è mai stato capace di valorizzarle interamente senza esaurirsi in vaghi richiami al progressismo, troppo spesso smentito dalle posizioni contrastanti al suo interno. Sicuramente finora è stato capace di tenerle unite, quelle anime, così diverse e litigiose, ma fu vera gloria? La definizione di un’identità chiara e netta è sempre stato il principale problema di un partito che si propone come principale alternativa alla Destra: sorge il dubbio che l’italiano, forse non ancora stufo di andare al seggio ascoltando la pancia, voglia smettere di praticare il voto utile e iniziare a votare un progetto.
 
 
A cura di
Edoardo Arcidiacono